Sull’evoluzione del capitalismo nessuna definizione è più azzeccata di quella di mega-macchina di Lewis Mumford, urbanista e sociologo statunitense: le mega-macchine sono organizzazioni gerarchiche che usano esseri umani come componenti e unità. Luciano Gallino, tra i più grandi sociologi italiani mai esistiti, parte proprio da questa per definire il capitalismo odierno:

“Il finanzcapitalismo è la mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile dal maggior numero possibile di esseri umani. […] Come macchina sociale il finanzcapitalismo ha superato ciascuna delle precedenti , compresa quella del capitalismo industriale, a motivo della sua estensione planetaria e della sua capillare penetrazione in tutti i sotto-sistemi sociali e in tutti gli strati della società, della natura e della persona.”

Dunque se prima il capitalismo si fondava sull’investimento del capitalista in risorse per produrre beni o servizi dalla cui vendita ne avrebbe ricavato profitto; oggi è fondato sul concetto di rendita. La differenza viene spiegata da Carlo Vercellone, economista presso il laboratorio CNRS del Centro di Economia della Sorbona e tra i massimi esponenti della teoria del capitalismo cognitivo, in “Il ritorno del rentier. Salario, rendita, profitto nel capitalismo cognitivo”, che qui riassumeremo e semplificheremo: il profitto è il guadagno del capitalista che, direttamente o meno, dirige o partecipa a un processo produttivo; la rendita è il guadagno del rentier, colui che possiede risorse e guadagna dal loro sfruttamento dopo che sono stati retribuiti tutti coloro che effettivamente vi lavorano. Banalizzando, l’industriale ottiene profitto mentre il proprietario rendita. La conseguenza principale di ciò sta nel passaggio dalla formula capitale > produzione e lavoro > consumo > profitti > capitale alla formula, molto più e breve e soprattutto priva di lavoro, capitale > speculazione > rendita > capitale.

Quali sono le caratteristiche di questa mega-macchina che è il capitalismo finanziario? Cercando di raggrupparle e sintetizzarle, cinque sono sicuramente quelle fondamentali:

1. Sviluppo sinergico a globalizzazione e terza rivoluzione industriale
2. Predominio della finanza sull’economia reale
3. Morte della democrazia, cessione di sovranità e passaggio da “nazionale” a “sovranazionale”
4. Aumento delle disuguaglianze e lotta di classe dall’alto come strumento di governo
5. Pauperizzazione del consumatore e sfruttamento dell’uomo come risorsa

La globalizzazione e la terza rivoluzione industriale (la rivoluzione tecnologica trainata dalla combinazione della microelettronica con l’informatica) sono fenomeni sviluppatisi di pari passo al capitalismo finanziario e ne sono allo stesso tempo cause e conseguenze: nessuno di questi tre fenomeni avrebbe raggiunto un’imponenza tale se ne fosse mancato anche solo uno degli altri due. Da un lato infatti la finanziarizzazione dell’economia è stata possibile grazie allo sviluppo di tecnologie all’avanguardia che permettono di acquistare e vendere interi patrimoni dall’altra parte del mondo con un clic, dall’altro la tecnologia ha potuto diffondersi a ritmi sempre più serrati soltanto grazie ad un modello economico globalizzato e inter-connesso, che l’ha portata ovunque sia stato esportato il modello consumistico e l’American way of life.

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Borsa di San Paolo in Brasile.

Nel 1980 il valore degli attivi finanziari globali e il PIL del mondo erano pari, mentre nel 2007 il primo superava il secondo di più di quattro volte (241 trilioni di dollari contro 54). Sempre nel 2007 i primi tre gruppi finanziari degli Stati Uniti (Citigroup, Bank of America, Morgan Chase) possedevano attivi pari a 5,1 trilioni di dollari, mentre lo stato federale incassava meno della metà: 2,4 trilioni. Da questi semplici dati si evince quanto il sistema finanziario sia diventato imponente ed ingestibile. Ciò grazie anche alla brusca diffusione, iniziata negli anni ’80, dei derivati e della cartolarizzazione, pratica tramite le quale possono “impacchettare” e vendere i propri crediti sul mercato. La crisi del 2008 è partita dal settore immobiliare proprio perché le banche potevano concedere mutui vantaggiosi praticamente a chiunque, sapendo che avrebbero potuto rivenderli agevolmente, spesso a società ed enti che come le banche non avevano altra ambizione se non la speculazione. La cartolarizzazione ha trovato particolare slancio dopo dopo l’accordo interbancario Basilea 1 del 1988, che sanciva l’obbligo per ogni banca di accantonare a riserva minimo l’8% di ciascun credito concesso. Le banche cominciarono ad aggirare questa regola trasformando il credito in titolo e vendendolo, così da poter avere liquidità immediata e da poter emettere un nuovo credito (dunque creare nuova moneta fiduciaria) lasciando pressoché inalterata la quota di riserva obbligatoria. A questo riguardo, Gallino scrive:

“Stando a Greenspan [presidente della Federal Reserve, ndr.] nemmeno la Fed, né alcuna banca centrale o nazionale, sapeva o sa quanto denaro e in quali forme sia effettivamente in circolazione nel proprio paese e nel mondo. L’anarchia finanziaria e monetaria generata dai derivati discende in buona parte dal fatto che per oltre nove decimi essi rientrano nella classe degli Otc. Per vari aspetti, i derivati Otc rappresentano il trionfo delle deregolamentazione dei mercati finanziari.”

Non a caso anche il più abile investitore di sempre, lo statunitense Warren Buffet, definì in tempi non sospetti i derivati come “gli equivalenti finanziari delle armi di distruzione di massa.” Tutto ciò è andato a colpire l’economia reale: la grande impresa infatti è sempre più finanziarizzata, ossia guarda più al valore di mercato per l’azionista che a produrre oggetti utili o servizi buoni. Ciò riguarda però le grandi imprese quotate in borsa, mentre le piccole e medie imprese, tutt’oggi ancorate alla definizione di impresa come istituzione e orientate alla produzione, hanno perso rilevanza e considerazione, poiché incapaci di adeguarsi a un sistema economico fondato sull’immateriale. Il celebre tessuto delle piccole-medie imprese italiane è stato colpito gravemente dalla crisi e si sta disgregando a ritmi inverosimili, mentre le grandi imprese finanziarizzate, se in difficoltà, delocalizzano la sede produttiva e/o fiscale o vengono assorbite da altre più grandi.

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Totale nozionale dei contratti derivati detenuti dalle banche commerciali americane in trilioni di dollari (Fonte: Forbes)

Nell’era del dominio finanziario, una domanda si impone. Mercati e democrazia sono compatibili? Assolutamente no. Lo potevano essere, ma ora non più. In particolar modo dal dopoguerra ad oggi, con forte impulso proveniente dal processo di integrazione europea, si sono cedute parte importanti di sovranità nazionale (politica, economica, monetaria) ad enti sovranazionali quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea. Ciò ha comportato la perdita di rilevanza delle elezioni democratiche, che ancora esistono e si svolgono liberamente, ma di fatto non sono più significative ed incidenti come in precedenza. In questi anni molti euroscettici utilizzano la metafora del treno a riguardo: con le elezioni ormai si può scegliere soltanto il capostazione, in quanto la direzione del treno è ormai immutabile, almeno entro il meccanismo dell’Unione Europea. È vero d’altra parte che il Parlamento Europeo è sottoposto a libere elezioni, ma il suo potere è decisamente limitato, dato che esamina le proposte legislative della Commissione Europea e controlla il suo operato. È invece questa a detenere il potere esecutivo e legifera, facendo esaminare successivamente le proposte al Parlamento. Parlando di democrazia ed elezioni, la Commissione Europea non è nominata né dai popoli né dai parlamentari:

“I membri della Commissione sono scelti in base alla loro competenza generale e al loro impegno europeo e tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza. […] I membri della Commissione sono scelti tra i cittadini degli Stati membri in base ad un sistema di rotazione assolutamente paritaria tra gli Stati membri che consenta di riflettere la molteplicità demografica e geografica degli Stati membri. Tale sistema è stabilito all’unanimità dal Consiglio europeo.”

È dunque eletta liberamente dal Consiglio europeo, organo composto dai capi di governo dei paesi membri. Per i popoli non c’è spazio. E quello per i governi è sempre minore. Del resto gli stati dell’eurozona (e non solo) sanno che per potersi finanziare sul mercato occorre sposare un’agenda politica gradita agli investitori, pena il rischio di incorrere un’impennata dei tassi e di trovarsi ad un tragico bivio: dichiarare default o sottomettersi all’agenda gradita ai mercati. A riguardo si pensi a ciò che è accaduto al governo Berlusconi nel 2011. In sintesi: il popolo può eleggere chi vuole, tanto l’agenda politica la impongono enti e istituzioni che col consenso popolare non hanno nulla a che fare.

In questo contesto, la lotta di classe non è conclusa, ma la stanno vincendo gli straricchi. Ciò si evince subito da due dati: in primis, la quota salari su PIL è crollata mediamente di dieci punti percentuali (dal 68% al 58%) negli ultimi trent’anni, arrivando a crolli più elevati in Italia (- 15%); in secondo luogo, l’indice di Gini sulla base della parità dei poteri d’acquisto ha superato i 70 punti (l’indice varrebbe 1 se tutti i cittadini avessero la stessa ricchezza, 100 se un cittadino detenesse tutta la ricchezza del mondo). Credit Suisse, una delle più importanti società finanziarie a livello mondiale, prevede che a fine 2016 l’1% del mondo, la parte dei cosiddetti straricchi, vanterà un reddito più elevato del restante 99%. Analizzando le elaborazioni de “Il Sole 24 Ore” nel dossier del 2015 intitolato Disuguaglianza economica in Italia e nel mondo, si nota come nell’ultimo tredicennio questo 1% sia diventato ancora più ricco in ognuno dei sedici maggiori paesi analizzati. Nel tredicennio precedente a quello appena analizzato, il famoso 1% si è arricchito soltanto in otto paesi sui sedici analizzati, rimasto invariato in uno e addirittura diminuito nei restanti sette (per lo più paesi Europei). Dunque, la recente accelerazione della globalizzazione finanziaria ha causato un aumento delle disuguaglianze a livello globale, causando un’involuzione e un ritorno alla situazione precedente al 1980. Basti pensare anche che i paesi europei, nel loro complesso, hanno impegnato più di tre trilioni di euro per salvare le banche e le istituzioni finanziarie in crisi, sacrificando il celebre welfare europeo proprio laddove è stato creato.

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Manifestazione del movimento Occupy Wall Street.

La società di massa e il boom economico hanno progressivamente trasformato l’uomo in consumatore, quasi atomizzato, in linea con quel processo di creazione dell’homo oeconomicus iniziato circa tre secoli fa: un uomo il cui unico interesse è il perseguimento del proprio interesse e della propria utilità, definito dall’antropologo Marcel Mauss “macchina da calcolo”. La peculiarità di questa nuova forma di capitalismo è che l’uomo non è più un semplice consumatore, ma un consumatore pauperizzato. Riprendendo ancora Gallino:

“il consumatore medio non è diventato più povero per qualche misteriosa disfunzione dell’economia: è stato intenzionalmente impoverito da chi aveva il potere di farlo, al fine di trasferire ai profitti e alle rendite la maggior quota possibile dei redditi da lavoro. Il termine storico di pauperizzazione intende appunto sottolineare che la condizione di povertà relativa in cui la crisi ha spinto milioni di persone delle classi medie e della classe operaia è stato un esito metodicamente perseguito dalle imprese e dai governi.”

In sostanza oggi l’uomo non consuma perché può permetterselo: consuma perché deve tenere a galla il sistema economico e assorbire una quantità stratosferica di beni e servizi prodotti. D’altra parte però egli viene spremuto, poiché in nome della flessibilità e dell’aumento delle rendite e dei profitti è una mera risorsa da cui trarne più valore possibile. Ciò avviene dal lavoro, in particolare da quattro pratiche sempre più accentuate: compressione dei diritti ed erosione dei sistemi di protezione sociale, diminuzione dei salari, diffusione di forme di occupazione flessibili, intensificazione dei ritmi di lavoro e riduzione delle pause. Una condizione dunque di pieno sfruttamento e di vera crisi dell’uomo, ormai iper-individualista e inserito in un contesto che del vecchio concetto di comunità solidaristica non ha più nulla.