La decisione della Commissione Europea sui 13 miliardi che Apple dovrebbe pagare all’Irlanda ha sollevato un polverone di polemiche, suscitando non poche perplessità tra analisti ed esperti.
La presa di posizione della Ue ha in parte spiazzato le previsoni di chi, soprattutto negli Stati Uniti, si attendeva un atteggiamento più conciliante. Il capo di Ryanair, Michael O’Leary, senza giri di parole ha consigliato alla multinazionale americana di mandare al diavolo l’Unione: “They should just write a letter to Europe and tell them politely to fuck off with themselves”, aggiungendo significativamente che “ci sono cose rispetto alla quali l’Europa non ha competenza né diritti”. Con il suo linguaggio colorito, O’Leary ha indubbiamente messo in evidenza un aspetto delicatissimo della vicenda. In gioco non ci sono solo i miliardi che il colosso di Cupertino deve versare nelle casse irlandesi: al di là del caso specifico, ad essere chiamata in causa è la concezione stessa del potere impositivo storicamente riconosciuto alla pubblica autorità, in quanto corollario fondamentale della sovranità degli Stati. Negli anni della Rivoluzione francese, una delle principali richieste che salivano dal terzo Stato era quella di poter contare su “un re, una legge, un ruolo d’imposta”. Si auspicava il superamento della frammentazione medievale, in favore di un sistema più ordinato e fondato sul principio di un’autorità unica. E si pretendeva di poter identificare questa autorità nel modo più chiaro ed univoco possibile. 

Nel mondo di oggi questo è ancora possibile? O forse la catena Stato-Territorio-Ricchezza si è spezzata e presto o tardi dovremo prenderne atto? Recentemente Giulio Tremonti, da ex-ministro dell’Economia e professore di Diritto tributario, è intervenuto sul tema con una lunga riflessione affidata alle pagine del Sole 24 ore. Nel suo scritto, Tremonti evidenzia le ragioni in base alle quali il sistema fiscale moderno ha finora funzionato. Da una parte, il fatto che l’economia fosse essenzialmente “fisica e materiale”, dunque concreta e tangibile; dall’altro la dimensione ancora contenuta degli scambi internazionali, peraltro in un contesto di economie relativamente chiuse. In questo scenario si sviluppano, a cavallo tra ‘800 e ‘900, le prime imprese di carattere transnazionale, che inaugurano col nuovo secolo la propria ascesa e introducono sui tavoli della politica un dilemma fiscale fino a quel momento sconosciuto. Come tassare la ricchezza prodotta da queste antesignane delle multinazionali contemporanee? Si deve guardare al luogo di produzione del reddito, oppure applicare il criterio dell’incorporazione o ancora quello della sede legale? Il legame tra fisco e sovranità viene progressivamente messo in discussione, e se almeno inizialmente quella natura “fisica e materiale” cui si accennava prima consentiva di mantenere un controllo sulla produzione della ricchezza, l’esplosione della globalizzazione segna la svolta definitiva.

Gli strumenti impiegati ieri dagli Stati sono sempre meno adeguati a fronteggiare le esigenze del mondo di oggi. Soprattutto perchè accanto alla mondializzazione del mercato si è avviato un altro vertiginoso processo, quello della dematerializzazione, che ci priva dei tradizionali punti di riferimento. Intervenendo sul Foglio proprio con riferimento al caso Apple, Franco Debenedetti si è mostrato dello stesso avviso: “Si deve tassare in base alla stima presuntiva degli utili realizzati da quelle che il fisco italiano definisce “stabili organizzazioni commerciali”, oppure si deve prendere come base imponibile presuntiva i ricavi? (…) il problema esiste, è il risultato della immaterialità dei beni scambiati sul web e della globalizzazione”. Apple Operation Europe, con sede a Cork in Irlanda, vende ad Apple Sales International (anch’essa irlandese), che a sua volta distribuisce i prodotti della Mela in tutto il mondo. A chi deve essere imputata la differenza tra questi prezzi di vendita e di acquisto? Alla casa madre americana? Oppure va tassata nel luogo in cui si registra contabilmente (Irlanda)? In questo scenario Tremonti individua il tentativo dell’Unione Europea di porsi come “corpus politico di un nuovo tipo, con la pretesa di una sua propria capacità e forza fiscale sovranazionale”. 

Il modello “nessuna tassa senza rappresentanza” non è più efficace per giustificare il potere impositivo in base alle consuete dinamiche politiche, legando cioè le tasse al territoro, alla comunità e alla voce dei suoi esponenti. “Le società non votano” spiega Tremonti “perciò non rientrano nello schema basico del ‘no taxation without representation’, ma dagli Stati in cui operano ricevono direttamente o indirettamente il beneficio dei pubblici servizi. E per questo devono, o meglio dovrebbero, pagare le tasse”. Così la tensione fra la sovranità fiscale e le nuove istanze del mondo globalizzato si fa sempre più palese. Il rischio che si vada verso un cortocircuito del sistema è forte e concreto. Tremonti parla di “obsolescenza fiscale” riferendosi all’inadeguatezza degli strumenti convenzionali di misurazione del reddito, per cui propone in alternativa di ritornare ad una ‘forma rozza’ di riscossione, consistente nell’abbandono dei bilanci in favore di un approccio empirico, misurando la quantità. Un nuovo indicatore potrebbe consistere, ad esempio, nella quantità di impulsi trasmessi sulla rete o nella velocità di flussi e trasferimenti. Tempi nuovi richiedono strumenti nuovi, per evitare che la realtà ci sfugga di mano. Da questo punto di vista è il momento che anche gli Stati, e l’Europa, decidano cosa fare da grandi.