Non è la prima volta che il Financial Times, portavoce della finanza anglo-sassone, spara a zero contro l’euro. Era difficile, però, aspettarsi che le critiche fossero così distruttive come nel recente articolo di Matthew Klein, il quale rivela gli esiti di una discussione del 6 novembre organizzata dal think-tank britannico ‘Centro di riforme europee’. Il titolo della discussione era di per sé indicativo ‘L’Euro è stato un fallimento?’. Già leggendo il programma dell’evento è possibile farsi un’idea delle linee generali della discussione: “Le aspettative economiche dell’eurozona rimangono povere, anche gli ottimisti si aspettano una crescita debole, un’inflazione bassa e un’alta disoccupazione persistente… l’inabilità dei governi dell’eurozona nel sconfiggere la crisi ha incoraggiato gli euroscettici britannici, i quali (con alcune buone ragioni) credono che la crisi sia il risultato del fallimento delle élite nel capire i limiti dell’integrazione”

Secondo Klein la conclusione tratta dalla conferenza è che: “l’Euro ha già fallito nel soddisfare le aspettative dei suoi architetti”. Quali erano, dunque, le aspettative degli architetti dell’Eurozona? Le aspettative erano che l’unione monetaria avrebbe incoraggiato maggiori investimenti fra i paesi membri, grazie all’eliminazione della volatilità fra valute diverse. Di conseguenza ci si aspettava che l’unione monetaria avrebbe creato una graduale convergenza di migliori standard di vita, di maggiore produttività, di inflazione sotto controllo e di minori squilibri macroeconomici; un processo che Klein chiama ‘la benigna Germanizzazione d’Europa’. Eppure Klein mostra ripetutamente che nella storia dell’economia l’unione monetaria non è affatto un requisito necessario per una maggiore integrazione economica. Klein cita una serie di coppie di paesi come Australia e Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia, Stati Uniti e Canada: in tutti e tre i casi si tratta di paesi enormemente inter-dipendenti, con cicli economici simili, con investimenti reciproci, con un livello di commercio avanzato e con grandi collaborazioni nelle rispettive catene di produzione. In tutti e tre i casi la presenza di valute diverse non è mai stata un ostacolo per l’attività economica. E guarda caso a nessuno di questi paesi è mai venuto in testa di creare una moneta unica (a parte il progetto Amero degli Stati Uniti, progetto per il momento in fase di stallo). “Pur avendo molto più in comune che, per esempio, Portogallo e Olanda, Australia e Nuova Zelanda sono state perfettamente contente di avere valute separate e politiche monetarie indipendenti”- scrive Klein.

Il motivo per cui la volatilità delle valute non ostacola il commercio è che gli accordi fra i paesi (nel case della UE una struttura istituzionale uguale) e una solida unione nella catena di distribuzione sono abbastanza per un soddisfacente scambio economico. Il paese padrone della propria moneta, inoltre, può aggiustare la propria politica monetaria (ovvero inflazione, tassi d’interesse e valore della valuta) secondo i propri bisogni domestici, e non agganciandosi a paesi con una situazione macroeconomica diversa- cosa che invece hanno dovuto fare i paesi mediterranei con la Germania per entrare nella zona Euro. Klein aggiunge: “E’ chiaro che l’euro ha semplicemente mutato il rischio dalle fluttuazioni nelle valute ai default e al reddito”. Mentre prima dell’Euro le singole valute venivano usate come assorbitori di shock e di aggiustamenti macroeconomici, ora invece per i membri dell’euro questo ‘cuscinetto’ non è più a disposizione. Non avendo sovranità monetaria, i paesi dell’Eurozona rischiano il default in caso di attacchi finanziari, e non potendo svalutare la moneta devono svalutare i redditi per rimanere competitivi. Invece di una convergenza che avrebbe migliorato gli standard di vita, assistiamo oggi ad una dolorosa ‘convergenza deflattiva’ in quanto i paesi dell’Eurozona sono costretti ad emulare le politiche tedesche (le riforme Hartz) dei salari bassi per fermare il processo di de-industrializzazione. Inoltre Klein cita un documento del CESifo (think-tank tedesco) che dettaglia attraverso un’ analisi econometrica che “l’euro non ha avuto alcun effetto addizionale sul commercio”. Il documento spiega che il successo del mercato unico europeo riguardava le liberalizzazioni, l’armonizzazione fra stati membri e la struttura istituzionale. Ma ormai, cinquant’anni dopo il Trattato di Roma sul commercio, l’Europa è giunta praticamente al culmine dell’integrazione e pertanto progetti come quelli dell’Eurozona non sono necessari per intensificare l’attività economica. La moneta unica, secondo il documento, ha avuto un impatto significativo solo nei paesi del Nord Europa che erano praticamente già legati ad una moneta unica, ovvero la zona tedesca del Marco che prima dell’euro funzionava con politiche di cambi fissi.

Secondo Klein i maggiori investimenti in Europa si sono verificati nei paesi dell’Europa Centrale con valute indipendenti come per esempio Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. I tre paesi in questione, dopo il crollo dell’URSS, hanno beneficiato di una maggiore integrazione con l’industria tedesca (specialmente nel settore automobilistico) senza dover accettare la moneta unica. I paesi dell’Europa Centrale, rispetto ai paesi mediterranei, hanno ottenuto in proporzione una maggiore crescita economica, una maggiore crescita del PIL per capita e una maggiore crescita negli standard di vita. Tali paesi, inoltre, sono rimbalzati velocemente (la cosiddetta recovery) dopo la caduta dell’economia globale nel 2008 nonostante le loro valute abbiano sperimentato fluttuazioni considerevoli. “Chiaramente le fluttuazioni nella valuta non sono state un impedimento all’integrazione con l’Unione Europea”- scrive Klein. Anzi, nel 2013 la Banca Centrale della Repubblica Ceca ha esplicitamente svalutato la koruna per stimolare la crescita e combattere la deflazione. Dunque quello che era l’obiettivo dell’euro, cioè secondo Klein creare una catena di forze produttive attorno alla Germania, è avvenuto invece fra i paesi che non hanno l’euro. Dal punto di vista finanziario, invece, l’unione monetaria ha portato ad un vero e proprio boom di prestiti bancari e di assets nei portafogli delle istituzioni finanziarie. Perché tutto ciò? Chiaramente perché gli agenti finanziari non aspettavano altro che l’arbitraggio speculativo più clamoroso di tutti i tempi: indebitarsi a tassi d’interesse irrisori in Francia o in Germania, e poi investire in prodotti finanziari ad alti tassi d’interesse nei paesi mediterranei una volta scomparso il rischio delle svalutazioni. Paesi come la Spagna (ma anche l’Irlanda) prima della crisi hanno sperimentato attività bancarie fuori controllo e bolle immobiliari da capogiro. D’altronde lo sviluppo finanziario segue l’andamento di una U inversa (∩) poiché, dopo aver raggiunto un certo livello, l’intensità finanziaria invece di aiutare l’economia reale ad aumentare capitale genera speculazione, diventa parassitaria, inonda il sistema di debito e crea rischi inutili. Per esempio alcuni risparmi dei cittadini europei prima della crisi sono finiti non negli investimenti in economia reale, ma nel finanziare la bolla sub-prime in America acquistando le varie securities di Wall Street. I Paesi dell’Europa Centrale, invece, sono cresciuti non tramite flussi finanziari ma tramite gli IDE (Investimento Diretto Estero) nell’economia reale; specialmente quelli che in gergo si chiamano green-field investments ovvero investimenti esteri che garantiscono lo sviluppo di nuovi impianti e maggiore occupazione.

Klein cita il Fondo Monetario Internazionale: “L’integrazione fra i CE4 [paesi del Centro Europa, ndr] e Germania si è evoluta in modo più sostenibile grazie al vasto numero di investimenti Diretti Esteri…. canalizzati nel manifatturiero…. inoltre una grande quota di questi investimenti comprendeva greenfield investments. Al contrario gli SP [paesi mediterranei, ndr] hanno attratto una grande numero di flussi finanziari da portafoglio e flussi di banche estere i quali…. hanno esacerbato pressioni di surriscaldamento [condizione tipica delle bolle, ndr]”

Altro ostacolo per la crescita europea ce lo spiega Charles Grant (ex giornalista dell’Economist) che ha partecipato alla conferenza del ‘Centro di riforme europee’. La struttura dell’Euro basata sui parametri del debito impedisce “un sistema per eseguire politiche fiscali anti-cicliche. Quando in crescita, le economie – spiega Grant “hanno bisogno di disciplina fiscale, ma nelle recessioni devono essere libere di indebitarsi”. Con le politiche d’austerità i paesi membri hanno fatto proprio il contrario, e ciò ha intensificato la convergenza deflattiva citata poc’anzi  in quanto la spesa pubblica è stata ridotta come fonte di domanda. Essendosi incatenati in una struttura di politiche restrittive, i paesi della moneta unica non riescono a realizzare l’obiettivo di cui prima parlavamo cioè l’espansione del commercio. Inoltre, sempre riguardo l’instabilità finanziaria generata dalla moneta unica, Grant scrive che i fondatori dell’euro “hanno fallito nel prevedere che l’euro avrebbe causato un’interdipendenza transnazionale degli attivi e passivi delle banche, con il risultato che se una grande banca o un governo vacilla, gli effetti possono destabilizzare il sistema bancario nella UE”. Dopo questo excursus, possiamo concludere con la sentenza finale del Financial Times: “Contrariamente rispetto a quello che i fondatori dell’euro credevano, appare ora evidente che l’assenza dell’unione monetaria è ciò che serve per incanalare flussi di capitale più produttivamente fra gli Stati. Questa è la vera tragedia della singola moneta: non aveva alcun senso fin dall’inizio”.