Da diversi anni i palinsesti televisivi sono invasi da numerosi reality show con al centro aspiranti musicisti, cuochi, ballerini o qualsiasi cosa che possa attirare l’attenzione dello spettatore. L’ultimo arrivato in Italia è “Shark Tank”, un programma dove degli aspiranti imprenditori competono per ricevere dei finanziamenti per la loro futura impresa, mentre vengono giudicati da professionisti del settore (tra cui membri di aziende famose e cacciatori di teste), i quali come potenziali investitori emetteranno i loro giudizi su i vari business plan presentati. Questo format è l’erede del famoso “Dragon’s Den”, un programma che ha spopolato in diverse nazioni fino ad ispirare l’ultimo arrivato, di creazione e produzione rigorosamente anglosassone.

Fin dall’inizio si intuisce la sotterranea spettacolarizzazione insita nel programma che teoricamente dovrebbe parlare di argomenti estremamente seri. Infatti lo stesso titolo richiama banalmente il classico stereotipo del mondo dell’imprenditoria, dimostrando per l’ennesima volta che i film su “Wall Street” hanno avuto l’effetto contrario a quello sperato: invece di condannare le storture della grande finanza, hanno sempre finito per esaltare i Gordon Gekko di turno. Il resto procede come i normali reality show, con le parti recitate dai vari protagonisti fra aspiranti imprenditori del domani  e i giudici implacabili nello scartare questo o quel progetto. Il tutto è ovviamente condito dagli inglesismi che ultimamente vanno largamente di moda, visto che ormai anche il più piccolo degli imprenditori deve per forza inserire i termini quali “start up” (dire attività o impresa in avvio non è cosa buona), “pitch”, “venture capital” o altro. Questo programma fra l’altro ricorda alcune varianti precedenti, fra cui “Boss in incognito” e il più famoso “Apprentice”, dove si sono potute vedere autentiche perle comiche, quasi a confermare il notevole sospetto che gli aspiranti manager posti davanti a Briatore fossero stati scelti dagli autori più per dare spettacolo, che per il bagaglio di competenze.

Nel formulare un giudizio su questi programmi bisogna sempre attenersi al fatto che essi sono un puro prodotto dello show business e come tali vanno trattati. La trasmissione “Shark Tank” non sfugge a questi assiomi e basta dare ad un’occhiata veloce al sito per capirlo. Fra l’altro va sottolineata la perla comica “9 lezioni di business tratte da Hunger Games”, la quale sarà sicuramente utile ai giovani che vorranno lanciare una nuova impresa sul mercato. Il lato oscuro di questi format è legato agli effetti collaterali che producono in determinati mercati e alla terrificante semplificazione che veicolano. Nel primo caso, specialmente nel settore musicale, hanno prodotto un cambiamento netto, visto che le Major discografiche si concentrano ormai solo su i protagonisti dei vari “X-Factor”, “Amici” e “The Voice”, risparmiando sulla promozione di artisti emergenti (a quello ci pensa il programma televisivo) e minimizzando i rischi del lancio di un nuovo cantante o gruppo, con grave danno per tutta la scena underground. Nel secondo caso, come in “Shark Tank” o altri simili, la complessa funzione di fare impresa viene ridotta attraverso consigli sommari e frasi ad effetto, riecheggiando lo stile di certi inutili libri scritti da Donald Trump, felice di incassare soldi dispensando consigli per gonzi.

Infine bisogna citare la fregatura contenuta nel regolamento della trasmissione, il quale in una clausola interna specifica: << Sia il PARTECIPANTE che gli INVESTITORI prendono atto ed accettano che ogni accordo eventualmente raggiunto durante il Programma sarà dunque subordinato alla conclusione di separato contratto di investimento tra il PARTECIPANTE e lo/gli INVESTITORI interessati, che si concluderà eventualmente, all’esito cioè di una “due diligence” che il PARTECIPANTE e lo/gli INVESTITORI svolgeranno, separatamente ed al di fuori del Programma stesso >>. A dimostrazione che nei reality di realtà c’e n’è ben poca.