Si scrive Europa, si legge dispotismo. Uno degli effetti più marcatamente tangibili della crisi economica è che internazionalmente si è rafforzato il dispotismo cinese e asiatico, con i suoi uomini soli al comando, la rapidità nelle decisioni e nella promozione in modo efficiente ed espansivo di misure anti-cicliche di spesa pubblica. Altri paesi, soprattutto in Europa, restano preda delle loro diatribe interne su come far funzionare i rispettivi stati e le proprie democrazie. Con vincoli esterni sempre meno invisibili, visto che lo spendi e spandi in Europa viene vietato costituzionalmente dai trattati e politicamente dal paese europeo di maggiore stazza – la Germania – che di espansioni fiscali, oltre che monetarie, non vuole più sentirne parlare. Figurarsi se poi nelle imminenti elezioni tedesche dovesse prevalere, come molto probabile, la Merkel in combutta con i liberali che hanno un programma molto più austero dei socialdemocratici per le future decisioni in casa e in Europa.

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La spirale del declino: politiche pro-cicliche adottate dal Governo italiano grazie alla guida illuminata degli ambienti istituzionali europei hanno scaraventato il nostro paese in una trappola stagdeflattiva capace di mortificare la domanda interna di beni e servizi.

A fronte di questa situazione, in una certa misura diventa retorica spicciola e assai poco rilevante prendersela con il doping di Stato quale il Jobs Act, le decontribuzioni e i continui tentativi da parte di Renzi e della sinistra di garantire coesione sociale attraverso i bonus fiscali che, quelli sì, a norma europea lo sono, ma che non possono durare in eterno dati i bassi ritorni economici che hanno generato.Il vero problema riguarda la fisiognomica della normativa europea: gli investimenti pubblici e strutturali corrono quasi sempre il rischio di essere considerati aiuti di Stato. E per ciò stesso vengono affondati, ancor prima di una loro possibile implementazione, da parte di grigi commissari non eletti e non controllati da nessuno (ma nella Germania pre-crisi la mano al portafogli è stata messa eccome, al fine di finanziare le ormai arcinote riforme Hartz del mercato del lavoro). Le regole europee, infatti, non vogliono stato, anche laddove l’intervento statuale servirebbe per gestire le fasi più critiche di una crisi. Si dice molto spesso tra gli economisti che una questione tutta italiana riguarda la bassa produttività dei fattori; capitale e, specialmente, lavoro. E che è la produttività a fare i salari, non l’inverso. Quello che però risulta difficile capire è come si possa continuare a sostenere una maggiore flessibilità dei prezzi, anche nel mercato del lavoro, ma al tempo stesso invocare dosi maggiori di centralismo europeo e sovranazionale. Il differenziale dei prezzi riguarda anche il tasso di cambio. Irrigidirlo come è stato fatto con l’euro non ha segnato la fine delle svalutazioni reali che anzi non solo sono rimaste ma si sono anche accentuate, per lo più nei paesi mediterranei, con una deflazione che ha distrutto consumi e investimenti.

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In Europa non tutti sono uguali: egregio il lavoro dei grandi media nell’occultare sapientemente queste asimmetrie.

Gli stati europei sono diversi fra loro, così come sono culturalmente difformi le società che li abitano. Allora, se si crede davvero nei principi del libero mercato e del federalismo sarebbe necessaria una maggiore, non minore autonomia. Cosa induce a credere che più dispotismo unico e centralizzato a Bruxelles possa surrogare la politica dei popoli europei? Perché mai, come avvenuto in questi anni, deve essere limitata la rispettiva capacità di decidere per sé e per la propria comunità? Se leggiamo Europa non possiamo parlare di uno stato unitario che, tra l’altro, nella storia meno recente, quando l’integrazione avveniva con altri mezzi, non ha recato molta fortuna. Senza rendersene conto la nostra élite al governo sta accelerando verso un sistema dove il potere non è unitario come nello stato nazionale, ma è al tempo stesso concentrato e frazionato in poche tecnostrutture a carattere privatistico (dalle aziende multinazionali alle banche universali) e, soprattutto, dove la concorrenza è imperfetta e prendono vita gli oligopoli. E’ allora inevitabile una reazione stratificata in più contesti sociali da parte della popolazione, mentre è giocoforza erroneo ridurla alla semplicistica, quanto volgare, definizione di populismo. Quando a incrinarsi è il rapporto con le società e la regia passa ad un dispotismo apparentemente illuminato e troppo facilmente retorico, i comportamenti delle persone mutano, soprattutto se è la fame a premere verso questo cambiamento.Tuttavia, il “pericolo” paventato da gran parte dei media non risiede in questa, seppur flebile, spinta reazionaria, quanto piuttosto nelle scelte operate da chi detiene la ricchezza: quest’ultime, dovessero rivelarsi erronee (sic!) legittimerebbero la rimozione di questa ristretta cerchia affamata di potere.