Nel rapporto con l’Unione Europea l’Italia potrebbe esercitare un ruolo di primo piano essendo uno dei sei paesi fondatori. Non lo fa, si dice, per via di due limiti maggiori: alcuni fattori strutturali (come la bassa produttività, una crescita stagnante, un welfare state da ripensare) e una mancanza di prestigio che, secondo alcuni, sarebbe stato in parte recuperato con le politiche di austerità (Riforma Fornero, Fiscal Compact, Jobs Act, tentata riforma costituzionale, ecc.). La reputazione è di primaria importanza specialmente per un paese che ha un elevato debito pubblico come il nostro, caratterizzato da interessi – politici, economici e sociali- esponenzialmente divergenti fra i singoli territori che lo abitano. Chiaramente la reputazione e il prestigio di uno Stato si costruiscono nel tempo; in un certo senso vale come nella pianificazione di un investimento: inizialmente occorre sobbarcarsi i costi, ma tali svantaggi immediati sono sacrifici necessari per ottenere domani i rispettivi benefici. È la credenza che il nostro comportamento di oggi possa avere degli effetti sugli atteggiamenti dei nostri partner che ci ha indotto a progressive cessioni di sovranità, al cosiddetto vincolo esterno.

Fino a quando l’integrazione fra gli Stati europei si è caratterizzata per essere negativa (“libero stato in libero deficit”, tendenze inflazionistiche versus stabilità monetaria, regulation vs deregulation) tale fiducia non è entrata pienamente e definitivamente in crisi. Soprattutto in ragione del fatto che il rischio tra le controparti era ragionevolmente basso. L’integrazione positiva degli ultimi anni, anche in risposta al mondo post-bipolare della Guerra Fredda, ha cambiato tutto. La cessione di sovranità monetaria e i relativi parametri fiscali (Trattato di Maastricht, 1992) hanno fatto aumentare il grado di rischio, la scommessa di integrazione fra l’Italia, gli stati e l’Europa. Quella che è venuta a mancare è quindi la fiducia. Anche perché le autorità europee nel loro agire hanno cercato di aumentare il proprio prestigio a discapito degli Stati nazionali. Naturalmente senza riuscirvi, perché la reputazione passa dalla legittimità e da un’egemonia culturale che l’UE nel suo complesso non ha saputo costruire.

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L’Europa di Bruxelles manca de facto di legittimità perché puntando tutto sul mercato unico ha dimenticato l’importanza dell’egemonia culturale.

In tale contesto un paese come l’Italia ha firmato trattati e siglato accordi che sul lungo periodo non hanno prodotto i vantaggi sperati. Potremmo anche dire che l’investimento non è riuscito, o è riuscito male, mentre quelli veri di investimenti stentano a recuperato il livello pre-crisi. Ritornare adesso a forme di cooperazione più ristrette (e omogenee) fra alcuni stati (la famosa “Europa a più velocità”) non è soltanto un discorso da leggersi in chiave sovranista, eventualmente legato a fenomeni di diffuso nazionalismo. Piuttosto sarebbe una soluzione prudenziale: una scelta saggia perché consapevole delle differenze tra i rispettivi stati europei. Più Europa significa assumere politicamente maggiori rischi e, necessariamente, una fase di centralismo europeo con poteri conferiti al governo federale. E per la verità certi sviluppi pianificatori, dal punto di vista della legislazione e delle regolamentazioni sono già in atto. D’altra parte un’Europa come quella attuale appare un progetto destabilizzante, nel quale ad approfittarsene sono gli stati più forti, quelli con le regole europee tarate su misura per loro. Meno Europa esporrebbe invece i singoli stati membri a minori rischi. Inoltre, il rapporto tra le leve del potere e i singoli cittadini tornerebbe responsabilmente chiaro, senza tabù e difficilmente aggirabile da parte dei rispettivi governanti. Insomma, a quel punto il re sarebbe nudo e l’esigenza di una buona reputazione sarebbe univocamente richiesta ai nostri politici, senza possibilità di capri espiatori.