Numerose sono le motivazioni addotte per invogliare Stati e cittadini alla cessione di sovranità. Fra le tante una riecheggia nei rotocalchi come un vecchio tormentone radiofonico: l’indissolubile legame fra le organizzazioni sovranazionali e lo sviluppo e la salvaguardia della democrazia. Questo perché il pullulare delle organizzazioni internazionali, nella seconda metà del secolo scorso, si percepì come necessario per evitare quello che la Carta delle Nazioni Unite definisce “il flagello della guerra”. Gli analisti occidentali, infatti, interpretano la presunta (e poi smentita) relazione di proporzionalità inversa fra democraticità e bellicosità come una tautologia. Non a caso, la democraticità degli Stati è un requisito chiave per richiedere l’accesso ai salotti internazionali più prestigiosi. Requisito considerato ancor più stringente della stabilità macroeconomica. Il processo di integrazione europea greco si avviò quando la dittatura dei colonnelli si esibì nel suo canto del cigno. Stessa cosa per le ex Repubbliche socialiste. Ed ora che quel processo ha oltrepassato i confini della confederazione, assumendo forme istituzionali del tutto ignote e difficilmente definibili, l’organismo venutosi a creare avrà sicuramente al suo interno una organizzazione democratica: le risate di Robert Michels sono udibili perfino dalla sua tomba.

Un assetto propriamente democratico prevede sicuramente un’equa ripartizione dei poteri, ma prima ancora una rigorosa legittimità degli organi preposti alle scelte politiche. Lo squilibrio dei poteri è lampante: il parlamento è riuscito a guadagnare soltanto un ruolo di codecisione nel processo legislativo. Ancor più lampante è il deficit di legittimità: il motore legislativo dell’Unione, la Commissione, non è elettiva. La Bce ha il monopolio dell’offerta di moneta, elemento vitale per gli Stati quanto l’ossigeno; nessun membro del Comitato esecutivo è riconducibile ad un gruppo parlamentare, adempiendo perfettamente al totem propugnato dal Fmi: la separazione fra esecutivo e Banca centrale. Dalla gestione della crisi greca, poi, sorgono ulteriori spunti di riflessione. Infatti, c’è un organo che ha assunto un ruolo di massima rilevanza fungendo da principale forum di negoziazione: l’Eurogruppo. E’ al suo interno che si sono svolte le più intense attività di lobbying nei confronti delle politiche economiche dello Stato ellenico. Ogni singola peculiarità, dalla spesa pubblica al sistema fiscale, dal welfare al grado di liberalizzazione del mercato interno. Le decisioni da prendere e le decisioni sono state partorite dall’interazione di diciannove Ministri dell’Economia e delle Finanze dell’eurozona. Il Consiglio, invece, ha svolto un ruolo quasi preparatorio. Con la stretta di liquidità messa in atto dalla Bce la linea rossa europea passava all’interno dell’Eurogruppo.

Peccato che l’Eurogruppo non compaia mai fra le istituzioni ufficiali dell’Unione. La sua esistenza viene tralasciata anche dalla manualistica. Spulciando bene i Trattati ci accorgiamo del perché la risonanza di tale organo si limiti alle prime pagine dei giornali: l’Eurogruppo, infatti, non ha alcuna natura di organo ufficiale, trattandosi di un organo meramente “consultivo” ed “informale”. Le decisioni prese in seno all’Eurogruppo sono prive di carattere vincolante, essendo nato come organo di raccordo fra gli Stati che adottano la moneta unica e non come organo deliberativo come il Consiglio (che è annoverato fra gli organi ufficiali). Di fatto appare ambiguo come al suo interno possano essere prese decisioni: esse non sono presenti né nella lista degli atti tipici né in quella degli atti atipici dell’Unione europea. Non vi è alcuna menzione nei trattati del suo modus operandi, della maggioranza richiesta, del numero legale dei votanti. In questo clima di completa anarchia è stato possibile convocare una riunione dell’Eurogruppo senza invitare il ministro Varoufakis che a tal proposito tuonò «L’Eurogruppo è un gruppo informale. Non è regolato da Trattati o norme scritte. Convenzionalmente si cerca l’unanimità, ma il Presidente dell’Eurogruppo non è legato da regole esplicite. »(1) Un organo che difetta anche della più basica disciplina interna: essendo il suo ruolo de jure limitato, il suo funzionamento è scarsamente regolato. Prendendoci il lusso di un paragone amaro, la legittimità costituzionale del nostrano CNEL in confronto sfolgorava. Ciò che dovrebbe allarmare le coscienze civiche è che questo organo, informale e consultivo, è in grado di mettere voce sulle politiche previdenziali di uno Stato. Uno sbilanciamento di potere che sicuramente confligge con quella democrazia tanto propugnata.