Dal 2011, anno della caduta del Governo Berlusconi e dell’insediamento del Governo Monti, la situazione è peggiorata drasticamente. I dati sono impietosi: la disoccupazione è aumentata dall’8% al 12%, quella giovanile dal 29% al 37%, toccando picchi del 45% nel 2014, il debito pubblico è cresciuto dal 116% al 133% del PIL; infine, l’inflazione è crollata dal 3% allo 0%. Questi sono i risultati di una dissennata politica di austerità imposta con la forza al popolo italiano. Secondo i tecnocrati le politiche di austerità espansiva, che consistono principalmente nel taglio della spesa pubblica e nell’aumento della pressione fiscale, dovrebbero portare ad un saldo di bilancio positivo, che a sua volta dovrebbe rilanciare i consumi e la crescita del PIL. Nella realtà dei fatti esse portano invece al fallimento delle imprese, schiacciate sotto il peso delle tasse, all’impoverimento complessivo della popolazione nonché all’indebitamento sempre maggiore dello Stato, che è costretto a svendere alle multinazionali le proprie infrastrutture e le proprie industrie per sanare il debito. Eclatante è il caso della Italcementi, acquisita per pochi spiccioli dal Gruppo Heidelberg poco tempo fa, dopo che era finita sull’orlo del fallimento a causa della crisi del mattone, innescata dalle politiche di austerità messe in atto dallo stesso Monti. Ma come siamo arrivati ad un simile disastro? Meglio fare un passo indietro per comprendere a fondo la situazione.

La fine del boom economico in Italia coincide con la crisi petrolifera della fine degli anni ’70. Nel 1981, con la separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro (che avvenne, peraltro, senza il voto parlamentare, bensì con una semplice missiva del Ministro Andreatta al Governatore Ciampi), inizia l’esplosione del debito pubblico: lo stato è costretto ad indebitarsi per finanziare la propria spesa pubblica, poiché non può gestire una propria, autonoma, sovrana politica monetaria. Un’altra mazzata per l’economia italiana si verifica alla fine degli anni ’80 con l’apertura del nostro mercato alla Cina. Questa è la causa principale della crisi, con conseguente iperinflazione, dei primi anni ’90. Poi, i burocrati dell’ex Partito Comunista, tra i quali spiccano Prodi, Napolitano e D’Alema, saliti alla ribalta, decidono di svendere alle élite finanziarie le principali imprese pubbliche, su tutte la Fincantieri e la Finmeccanica, per rientrare nei parametri d’inflazione e di deficit imposti per l’adesione all’euro.

Eccoci dunque al dramma che stiamo vivendo oggi. Da circa cinque anni a questa parte la Germania ha iniziato ad alzare i toni, imponendo ovunque, grazie all’ausilio della Troika, austerità, depredando i paesi dell’Europa periferica e trasferendo la loro ricchezza a Berlino. Nel bene e nel male, spesso la storia tende a ripetersi, e i fatti storici sono per loro natura inoppugnabili (“Verum ipsum factum” diceva Vico). Dobbiamo essenzialmente al Prof. Paolo Savona questa analisi storico-economica.

Nel 1940 il gerarca nazista Walther Funk predispose un piano, denominato appunto Piano Funk, che avrebbe dovuto assicurare al Reich la supremazia economica in Europa a sostegno di quella militare. Esso consisteva sostanzialmente nel raggiungimento dell’autarchia sotto l’aspetto della forza lavoro, delle materie prime nonché dei processi di trasformazione. Il piano puntava alla subordinazione dell’intero sistema produttivo del Vecchio Continente mediante la creazione di un’unica valuta sovranazionale, che avrebbe coperto l’area macroeconomica della Mitteleuropa, sotto il controllo diretto della Reichbank, con l’adeguamento di tutte le politiche economiche dei paesi sottomessi a quelle della Germania. La moneta in questione, denominata da Funk “moneta generale”, non sarebbe dovuta essere ancorata all’oro, analogamente al gold standard, ma fluttuante secondo i flussi dell’import-export dei paesi a cui sarebbe stata imposta, e il Reich avrebbe naturalmente determinato tali flussi.

Le analogie con la situazione odierna sono molte, fin troppe, e l’unica differenza consta nel fatto che tale area valutaria, nei piani, sarebbe stata imposta solo a seguito di conquiste militari. Invece oggi l’Euro è stato realizzato con il consenso di (quasi) tutti i paesi partecipanti, i cui governanti si sono comportati alla stregua di Philippe Pétain, o, ancora peggio, di Quisling, con l’aggravante che non avevano una pistola puntata alla tempia.

Come detto prima, la storia talvolta tende a ripetersi, nel bene e nel male, e non dobbiamo dimenticare che Walther Funk fu processato dal Tribunale di Norimberga per cospirazione contro la pace, pianificazione di guerra d’aggressione, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, sebbene di fatto non si fosse mai macchiato degli ultimi due capi d’imputazione. Giusto è ricordare che anche Pétain fu processato, per alto tradimento, e condannato alla fucilazione alla schiena, pena poi commutata all’ergastolo da De Gaulle. La storia si ripeterà anche stavolta? Ieri la popolazione civile era ostaggio delle armi, oggi lo è dell’ignoranza macroeconomica, della disinformazione e della propaganda eurista. Ieri i “liberatori” erano gli eserciti di altri paesi mossi da meri interessi economici, oggi i popoli dovranno spezzare da soli questi vincoli, sospinti soltanto dalla pura e semplice sete di giustizia. Ieri i cittadini sono stati capaci di ribellarsi nel nome della propria sovranità, saranno capaci di farlo anche oggi?