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Il problema dell’euro, il suo peccato originale, è che si tratta di una moneta senza stato. Lo dicevano quei gufi degli economisti americani già negli anni Novanta (vedasi R. Dornbusch, Euro Fantasies, 1996), che giudicavano sconsiderata l’idea di introdurre una moneta unica in un’area priva di una politica fiscale comune, esposta a choc asimmetrici e caratterizzata da una forza-lavoro poco mobile. Lo si riconosce oramai ampiamente anche in Europa, la crise oblige, e probabilmente l’unica convinzione che accomuna gli euroscettici e gli eurofili più accaniti è che la moneta o è supportata da una realtà statale o non è, o al massimo non può essere a lungo. Come soleva dire Jacques Delors, il progetto europeo può essere paragonato ad una bicicletta: chi vi sale non può smettere di pedalare, pena un disastroso ruzzolone. Ciò per suggerire che le istanze intermedie, quando si discute di Unione Europea, e più precisamente di euro (che dell’Unione Europea è la raison d’être), lasciano letteralmente il tempo che trovano.

versailles meeting

Rajoy, Merkel, Hollande e Gentiloni a Versailles hanno parlato della necessità di un’Europa a più velocità. Strategie per rilanciare l’Europa al tempo del populismo.

Passi che molti stati dell’eurozona non hanno fatto i famigerati compiti a casa (le riforme strutturali). Passi che alcuni hanno gestito in maniera irresponsabile le finanze pubbliche. Ma la verità è che, a lungo termine, due sole sono le soluzioni sostenibili: o l’unione politica e fiscale, per dare infine uno stato ad una moneta che ne è stata fin troppo a lungo orfana, o il ritorno alle valute nazionali. Se la seconda opzione è buona solo per alimentare i discorsi di partiti poco rispettabili, almeno così si dice negli ambienti che invece si considerano tali, la prima opzione è chiacchiera fine a se stessa. Chiunque abbia conservato un grano di realismo converrà che gli Stati Uniti d’Europa sono il sogno proibito degli europeisti più incurabili piuttosto che l’oggetto di dibattiti concreti, per il semplice fatto che la volontà politica di imbarcarsi in tale (nefasto) progetto non esiste. Lo stesso discorso può applicarsi all’Unione Fiscale. Basta considerare le enormi difficoltà che i policy-makers – categoria sfuggente che si colloca a metà tra i tecnocrati e i politici stricto sensu – stanno incontrando per portare a compimento l’Unione Bancaria che, nei piani di Bruxelles e Francoforte, dovrebbe aprire ad una fase di integrazione più “aggressiva”.

L’Unione Bancaria è un ancora in costruzione. Essa è stata pensata per spezzare il legame che fa dipendere la solvibilità delle banche dalla solvibilità dei rispettivi stati (si sa che anche le grandi banche che si vogliono post-nazionali tornano a bussare alla porta dei rispettivi governi quando le cose si mettono male) e viceversa (si pensi alle conseguenze che le nazionalizzazioni bancarie possono avere sulle finanze pubbliche, Islanda e Irlanda docent). Il Meccanismo di Vigilanza Unico e il Meccanismo di Risoluzione Unico, i primi due pilastri dell’Unione Bancaria, che hanno trasferito in seno alla BCE i poteri decisionali circa la vigilanza e la ristrutturazione delle maggiori banche europee, sono già in vigore. Ma il terzo pilastro, lo schema europeo di garanzia dei depositi, è ancora oggetto di aspre discussioni. Infatti, come notato da diversi economisti invitati ad esprimersi sul tema, le cui voci sono state raccolte nel saggio collettivo How to Fix Europe’s Monetary Union (edito dal Center for Economic Policy Research di Londra nel 2016), uno schema di garanzia dei depositi solido e funzionante, che possa far fronte ad un’eventuale crisi sistemica, implica necessariamente una qualche forma di protezione fiscale condivisa a livello europeo. E qui rimandiamo alle considerazioni di cui sopra.

La lungimiranza del generale de Gaulle sull’Inghilterra e sull’utopia dell’Europa federale: “Tutti sanno che l’Inghilterra, un grande stato e una nazione fedele a se stessa, non acconsentirebbe mai a dissolversi in qualche costruzione utopica. […] Non ci può essere altra Europa possibile se non quella degli stati-nazione”.

Per molto tempo ci si è illusi, soprattutto a Bruxelles e dintorni, che il progetto europeo potesse procedere dall’integrazione economica indipendentemente dal grado di integrazione politica. O meglio, ci si è cullati nell’ingenua convinzione che l’integrazione politica avrebbe fatto seguito, prima o poi, a quella economica, e che i vari paesi sarebbero stati disposti a sacrificare definitivamente la loro sovranità nazionale per compiere (salvare) il destino dell’euro. Insomma, ci era persuasi che, tramontati i de Gaulle e i vecchi alfieri dell’Europa dei popoli, si sarebbe approdati naturalmente e fluidamente alla fase politica del post-nazionale, anticipata e preparata dal mercato unico. Il problema è che il generale de Gaulle è morto da un pezzo, ma il nazionale no. Esso ha continuato a covare sotto le ceneri e riemerge con forza ora che la retorica sull’integrazione europea ha perso il vigore degli inizi. Non che ci sia granché di cui rammaricarsi se si presta ascolto a Roger Scruton, finissima espressione del conservatorismo britannico, quando ribadisce che lo stato-nazione è molto più conforme alla natura umana delle forme di governo post-nazionale giacché esso riflette gli “istinti territoriali” insiti nell’uomo. Oltretutto, sottolinea Scruton, se privato dell’idea di lealtà nazionale, l’uomo sarà comunque portato a cercare ed affermare la propria identità in altri modi, probabilmente più violenti (R. Scruton, England and the Need for Nations, 2004).

Gli iniziatori dell’esperimento europeo condividevano l’idea che lo stato-nazione avesse causato le due guerre mondiali. Consideravano gli Stati Uniti d’Europa come l’unica via per una pace duratura. Questa idea è poco persuasiva per due ragioni. Primo, perché è puramente negativa: rigetta lo stato-nazione per la sua belligeranza, senza dare nessuna ragione per credere che lo stato transnazionale possa essere meglio. Secondo, identifica la normalità dello stato-nazione con la sua versione patologica [il nazionalismo, ndr] – R. Scruton, England and the Need for Nations.

L’euroscetticismo crescente suggerisce che, in barba ala stabilità della moneta e dei prezzi, alla facilità delle transazioni commerciali e finanziarie, e agli altri decantati benefici della moneta unica, l’ingrato europeo medio non ha nessuna intenzione di morire per Maastricht, come chiedeva Enrico Letta già alla fine degli anni Novanta (peraltro, ci si chiede come si possa essere disponibili a morire per una moneta, espressione oltretutto di un’Europa astratta e disincarnata). Lo sanno i policy-makers di Bruxelles e Francoforte, come lo sanno i politici a livello nazionale. Non a caso hanno tutti ripreso a parlare di Europa a geometria variabile o a cerchi concentrici, ridimensionando l’obiettivo dell’unione politico-fiscale, che però sarebbe l’unico sbocco coerente della moneta unica. Si cerca di temporeggiare perché nessuno vuole realmente avanzare, come testimonia anche il fatto che le riforme istituzionali a livello europeo sono state implementate seguendo una logica di ultima ratio per evitare il collasso della moneta unica piuttosto che per una reale volontà di integrazione. Tuttavia, nessuno osa scendere dalla bicicletta, troppe le incognite in gioco, e c’è da dubitare che un’eventuale Le Pen presidente sia disposta a farlo per prima. Così si attende (la prossima crisi?) nell’euro-limbo.