Cosa rimane del famoso whatever it takes di Draghi di tre anni fa? Niente, i colpi da sparare – quelli perlomeno che ancora aveva in canna- il Presidente della Banca Centrale Europea li ha sparati, Quantitative Easing compreso. Adesso si tira avanti con armi spuntate, con un possibile default da parte della Grecia e con una volontaria e unilaterale fuoriuscita della Gran Bretagna. Il Premier Cameron ha infatti ribadito all’indomani delle elezioni un referendum sulla permanenza o meno in Europa. Un’ Europa e sopratutto una moneta unica che non funzionano. Il presidente Draghi indubbiamente ha fatto quello che il suo ruolo lo obbligava a svolgere: la storia probabilmente lo ricorderà come un banchiere centrale che è riuscito ad assopire momentaneamente nel 2012 la crisi degli spread, con quel suo whatever it takes. Solo che l’Euro costi quel che costi ci è costato davvero troppo. Non a caso traspare sempre più da parte del duo franco-tedesco (l’Italia ancora una volta è fuori dai giochi) la volontà di creare due aree valutarie, l’Euro 1 e l’Euro 2. Sarebbe una buona mossa che favorirebbe la Germania (altrimenti perché se ne starebbe parlando?) ma che al tempo stesso manterrebbe la Grecia all’interno dell’Euro-zona.  Le autorità europee non hanno ancora formulato delle proposte al governo di Tsipras, molto ragionevole sulle premesse, ma anche molto velleitario, e ad ogni modo non è realistico pensare che un cambio delle politiche dell’Euro-zona possa partire dal caso greco. Il paese di Platone e Aristotele ha un Pil che sta intorno a 180 miliardi, il 2% dell’intero euro-zona.

Appunto per questo ci si potrebbe domandare perché non si va incontro alle esigenze che chiede Atene, ovvero una rimodulazione del debito pubblico? Risposta: si creerebbe un precedente vincolante, in sostanza se oggi facciamo concessioni a te Grecia, perché domani non dovremo fare concessioni all’Italia o al Portogallo e persino alla Francia? Lo stesso principio, quello del precedente vincolante, per la verità si potrebbe applicare anche se la Grecia uscisse dalla moneta unica: cosa accadrebbe se la Grecia dopo un periodo di crisi nel breve periodo, riuscisse magari con qualche supporto esterno, a rimettersi sui binari della crescita e del benessere? Accadrebbe che altri paesi messi non benissimo, capirebbero che l’Euro non è l’Europa e che restare in questo regime di moneta unica forse non è poi così conveniente. In effetti dal punto di vista istituzionale non esiste un’organizzazione al mondo che permette ad un organismo come la Commissione Europea di fare il bello e il cattivo tempo come e quando piace a lei, senza oltretutto avere la possibilità di un voto di sfiducia da parte del Parlamento Europeo, il quale in teoria (ma molto in teoria) dovrebbe rappresentare gli interessi e le istanze dei popoli europei attraverso l’azione legislativa

Se poi rimaniamo sugli organi per così dire “elitari” non è affatto vero che la BCE sia questo gran mostro, questo nevralgico centro di potere che in qualche misura controbilancia i poteri della Commissione. Non è assolutamente così. La BCE non può più fare nulla: è il suo statuto che non glielo permette. Alla Banca Centrale è consentito acquistare titoli di stato nei mercati secondari e non può monetizzare direttamente i titoli del debito pubblico come invece accade nel resto del mondo.  Inoltre il suo unico obiettivo sul quale può sindacare è la stabilità dei prezzi: un tasso di inflazione non superiore al 2%. Perché? Perché in questo modo si rende il contentino sia a determinati gruppi di interesse (evidentemente non i lavoratori) ma soprattutto si favoriscono determinati paesi, determinate entità rispetto ad altre. Ed è su questo punto che cade qualsiasi possibilità di indipendenza politica, un’indipendenza solo formale, ma non sostanziale. L’esito di come è stato creata la moneta unica, ci mostra la forte pressione e bisogna dire anche il grande contributo economico che la Germania ancora oggi fornisce alla Banca Centrale Europea. Il risultato è che quando Draghi vuole parlare con Angela Merkel, il banchiere dei 19 stati membri dell’Euro-Zona deve parlare in tedesco col Cancelliere, naturalmente le deve dare del voi e ogni volta che parla di Banca Centrale Europea, deve correggersi e parlare di Bundesbank perché di fatto quello che è stato creato con la Banca Centrale Europea è una nuova Bundesbank. Se a tutto ciò aggiungiamo una crisi dirompente che ha avuto l’effetto di indebolire sia dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista politico e dei consensi gli unici attori che potrebbero contrastare l’egemonia tedesca, in primis la Francia, ecco che la situazione diventa ulteriormente instabile. Legittimare l’Europa non significa entrare nella sfera russa, ma non significa neanche che l’equilibrio geopolitico sia determinato da una sola potenza continentale, con l’assenso – o semi-assenso – degli Stati Uniti d’America. L’Euro è riuscito a ricreare le premesse per una sola egemonia. La moneta unica così come è stata congegnata, con stime econometriche che prevedevano bassi i costi e alti i benefici e gli scambi, è funzionale agli interessi di una Germania esportatrice e carente di surplus di domanda interna. Se poi gli italiani hanno investito sul mattone (con tasse che sono state volutamente triplicate negli ultimi 4 anni) i tedeschi hanno investito i loro risparmi principalmente in attività finanziarie: è molto accomodante avere una Banca Centrale assai conservatrice sul livello dei prezzi e che non garantisce come prestatore di ultima istanza i debiti pubblici dei paesi in maggiore difficoltà

La disoccupazione degli ultimi anni è stato un fatto voluto perché l’Euro è un’area valutaria incompleta che ha come fine la stabilità e l’affidabilità da parte dei mercati. Non può essere realistico parlare di crescita, perché paesi come la Grecia, ma la stessa Italia per avere tassi di crescita del 1%, o del  2% devono alle attuali condizioni, deteriorare i loro conti con l’estero, la loro bilancia dei pagamenti. La crescita delle importazioni però ci farebbe tornare a quella famosa estate del 2011, alla crisi degli spread…Quindi se si vuole stabilità non si possono avere alti tassi di crescita, se si vogliono alti tassi di crescita non si ha la certezza e quindi la stabilità che, per esempio, gli afflussi di capitale odierni non si trasformino in deflussi di capitale domani. Il problema dunque non è solo di volontà politica. Vi sono aspetti geopolitici che marciano in una direzione e aspetti economici che remano in direzione contraria. E poi c’è la democrazia che fino a prova contraria non è interscambiabile o pignorabile. O forse sì,  pur di mantenere in piedi l’attuale costruzione monetaria, costi quel che costi