Ottime notizie in arrivo per gli studenti universitari di tutta Italia. Dopo i piccoli disguidi degli ultimi mesi, che hanno visto provocare ritardi considerevoli nell’erogazione delle borse di studio a sostegno della mobilità internazionale- disguidi che, peraltro, hanno paventato la possibilità che il progetto Erasmus potesse subire un brusco arresto- ecco arrivare, direttamente dalla Commissione Europea, nuovi fondi. Con una sorpresa: al nostro Paese l’UE ha riservato una quota extra, pari a 12 milioni di euro, da riservare al finanziamento della mobilità internazionale del progetto Erasmus + . L’Erasmus è, a detta di tutti, un’esperienza formativa unica. Talmente importante che si era pensato addirittura di renderlo obbligatorio. E’ opinione comune che trascorrere un periodo di studio o lavoro all’estero sia il modo migliore- talvolta l’unico- per imparare correttamente una lingua straniera. A ciò si aggiunga la possibilità di vivere in un contesto culturale differente da quello al quale si è abituati ed il conseguente sviluppo di competenze trasversali quali cross-cultural communication, curiosità e spirito di adattamento, resistenza allo stress che tanto piacciono ai datori di lavoro.

Ma siamo davvero sicuri che tutto questo, e altro ancora, non lo si possa fare rimanendo nel proprio Paese e frequentando la locale università o, al massimo, puntando verso quelle università italiane di respiro internazionale ? Nonostante nel Belpaese la diversità culturale sia la prerogativa dei più grandi centri urbani- attraverso un multiculturalismo imposto a suon di propaganda e immigrazione senza regole nè limiti- e non manchino scuole di lingue e associazioni culturali dove è possibile apprendere una lingua straniera arrivando, senza problemi, ad un livello di fluency senza varcare i confini nazionali, sembrerebbe che nulla di tutto questo eguagli un’esperenza Erasmus. Lo studente che nel suo percorso universitario vanta un’esperienza di mobilità internazionale- dice uno studio della Commissione Europea sugli impatti lavorativi dell’Erasmus riportato dal Sole24ore- sarebbe più appetibile sul mercato del lavoro. Il 64% dei responsabili delle risorse umane intervistati ritengono importante un’esperienza di studio all’estero ai fini dell’assunzione. Sempre secondo lo studio gli studenti ex Erasmus hanno un tasso di disoccupazione del 23%, la metà rispetto ai loro coetanei che non hanno mai varcato i confini nazionali .

Oggi più che mai, in un momento in cui la disoccupazione giovanile ha toccato quota 40% , rendere i lavoratori italiani più competitivi sul mercato del lavoro appare una priorità strategica che il Governo, di concerto con i Ministeri, deve perseguire con ogni mezzo. Tutti noi siamo al corrente delle difficoltà che il mercato del lavoro sta attraversando in questo momento. Per varie ragioni domanda ed offerta faticano ad incontrarsi, addrittura a comprendersi. I datori di lavoro rimproverano alle università di formare individui con un bagaglio teorico ampio ma carenti in skills e competenze. I neolaureati, dal canto loro, si sentono disorientati da un mercato del lavoro in continuo mutamento e sempre più flessibile, del quale non comprendono più i meccanismi di funzionamento. Progetti quali l’Erasmus contribuirebbero a dotare i futuri lavoratori delle competenze necessarie ad affrontare con successo quella che ormai è diventata una sfida generazionale: trovare un lavoro, ma soprattutto, mantenerlo. A questo poco serviranno le nozioni apprese pedissequamente sui testi di esame. Invero grinta, tenacia, una mente flessibile e usa ai cambiamenti, saranno i requisiti indispensabili. I 12 milioni di euro provenienti dall’Unione Europea servirebbero dunque ad infondere nuova linfa vitale in un sistema-lavoro Italia che palesa già i primi segni di cedimento strutturale. Il condizionale è d’obbligo, il dubbio che ancora una volta intenti dichiarati e fini reali non coincidano è lecito.

Che l’Erasmus sia un’esperienza formativa valida è fuor di dubbio. La domanda che dovremmo porci è un’altra: i futuri lavoratori che nel proprio percorso universitario hanno collezionato un soggiorno di studio in una capitale europea a quale mercato del lavoro sono destinati? Di certo, non a quello italiano. In un momento storico in cui l’emigrazione ha raggiunto i suoi massimi storici, l’Erasmus, inserendosi in un clima generale di esaltazione dello straniero, dell’estero, del cittadino globale senza radici, arreca al nostro Paese un danno che non possiamo né immaginare né quantificare. E’ il colpo di grazia. Sono ormai troppi gli italiani che abbandonano le terre native, costretti dall’inettitudine di una classe dirigente che ha scelto di fare i propri interessi e da un mercato del lavoro sempre più iniquo, alla volta di Paesi stranieri. L’estero è il moderno Eldorado per gli italiani piegati dalla pressione fiscale , oppressi dalla flessibilità di un mercato del lavoro che non dà più certezze né soddisfazioni. L’estero è il mondo della possibilità, della meritocrazia e, se si è fortunati abbastanza, della felicità.

L’Erasmus anticipa, di qualche anno, la partenza dell’Italia. E’, invero, una prova tecnica di emigrazione. Non ha il sapore amaro della dipartita verso l’ignoto senza contatti e con pochi soldi in tasca. Lo studente, grazie alla borsa di studio e supportato da agenzie ad hoc, ha ben poche difficoltà nel trovare un alloggio e nel costruirsi, grazie alla frequentazione dell’ambiente universitario, la prima cerchia di contatti sociali all’estero. Le statistiche parlano chiaro: il 40% degli studenti che hanno partecipato a un progetto di mobilità internazionale, dopo la laurea, si trasferisce definitivamente all’estero. In questo modo Germania, Gran Bretagna, Olanda fanno incetta di manodopera italiana altamente professionalizzata: medici, infermieri, chimici,…Manodopera, tra l’altro, che alle suddette nazioni non è costato formare, essendo questi lavoratori stati istruiti a spese dello Stato italiano. Inconsapevolmente, con quei 12 milioni di euro, l’Italia sta ergendo il proprio monumento funebre.