La Commissione europea ha ufficialmente promosso i conti italiani. La parvenza di buona notizia viene subito archiviata, poichè ciò che è stato promosso (per un pelo) è il rapporto deficit/Pil, mentre l’altro paramentro, quello debito/Pil, desta ancora notevoli preoccupazioni. A fronte di un rapporto debito/ Pil superiore al 60% , la diminuzione annuale del deficit sarebbe dovuta essere dello 0,5%. In sostanza rischiavamo una manovra di contrazione fiscale (in gergo lacrime, sudore e sangue) di 4 mld. Ma l’Unione europea, depositaria delle virtù stoiche quali la clemenza, considerando l’attuale congiuntura economica dominata da recessione e deflazione ha abbassato il target: un misero 0,25% del Pil di diminuzione, che i tre esecutivi susseguitesi hanno abilmente centrato.

Tutto ciò non basta. La Commissione invia alla nostra Repubblica una lettera, ribadendo che i criteri del debito non sono obsoleti. E’ infatti possibile trovarli più volte, sfogliando la letteratura scientifica, in opere come “la trinità e l’economia”. Nella stessa lettera l’Italia viene ammonita, rea di costituire un rischio per l’eurozona a causa dell’alto debito e della bassa competitività (tradotto, abbassate i salari per acquisirla). Insomma, la Commissione usa il big stick. Menomale che, almeno noi, i compiti li abbiamo fatti. E gli altri? Niente di tutto ciò, nonostante loro non abbiano neppure aperto i quaderni. La Francia ha ottenuto la seconda proroga in due anni, rimandando al 2017 il risanamento dei propri conti pubblici. Lo zelo non va certo di moda oltralpe. The last but not the least, la Germania è destinataria di un monito dalla Commissione: pochi investimenti pubblici e privati. Sarebbe questa la causa del suo surplus commerciale, non di certo lo sfruttamento di una moneta debole rispetto al rimpianto marco, sacrificato per la comune causa europea.

Il Governo Renzi i conti li tiene in ordine non per la Commissione, bensì per il futuro dei nostri figli. E’ così pedissequo in materia di contabilità nazionale che, invece di contestare la differenza di trattamenti fra gli Stati membri, è già al lavoro. Bisogna monetizzare, fare cassa, coprire gli strascichi di benevolenza fiscale inseriti nel Patto di Stabilità. Il metodo più semplice e indolore (nel senso che non implica un’ulteriore stretta fiscale) è quello delle privatizzazioni. Le tempistiche sono perfette: il Governo vende il 5,7% di Enel incassando 2,2 mld lo stesso giorno dell’approvazione dei conti italiani a Bruxelles. Mettendo sul mercato 540 milioni di azioni del valore nominale di 4 euro, la quota partecipativa del Tesoro nella società scende così dal 31,2% al 25,5%. Questa, infatti, è soltanto la quinta tranche di privatizzazioni che ha colpito l’Ente nazionale per l’energia elettrica: la prima nel 1999, la seconda nel 2003, la terza nel 2004 e la quarta nel 2005, per un totale di 33 mld di cessioni.

Rischiano anche le Poste e Ferrovie. Le acquisizioni sono aperte sia ad investitori italiani che ad investitori stranieri, a dimostrazione che l’euro è una moneta che ci “difende” dal cannibalismo del mercato globale. Bisogna fare due considerazioni: la prima riguarda la tempistica. Nessuno vorrebbe vendere un appartamento di valore oggigiorno, poichè i prezzi delle case sono notevolmente bassi (la domanda è scesa). Sarebbe più razionale aspettare che l’economia riparta, che la domanda di mattone riprenda a crescere parallelamente al prezzo. Dalla vendita nel giorno x+1 ricaveremo molto di più rispetto alla vendita nel giorno. Stesso discorso vale per un asset pubblico strategico: cambiano le forme dell’ economia, ma la legge della domanda e dell’offerta persevera. Perchè vendere quote di Enel proprio adesso? Non sarebbe stato meglio aspettare che il valore delle singole azioni crescesse?

La seconda considerazione riguarda il perchè. Come facciamo a stabilire che gli utili derivanti da quella quota Enel siano inferiori all’incasso della cessione agli investitori? Se l’Europa ci chiede un mercato maggiormente competitivo, non bastavano le liberalizzazioni? Il settore energetico, infatti,  da alcuni anni pullula di competitors. Il rapporto debito/Pil guida le nostre scelte di portafoglio, non la razionalità: quegli utili mancati avrebbero potuto incrmentare il denominatore del rapporto, diminuendo così il numeratore. Stiamo peccando di short termism, mentre uno Stato è l’istituzione per eccellenza indirizzata al medio-lungo periodo. Gli investitori internazioni potrebbero spostare quote di utile (ergo Pil) altrove, senza rendicontarlo. La domanda sorge impellente: a che pro?