Le presunte dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione Giannini in occasione di un recente incontro con la sua omologa tedesca Johanna Wanka hanno suscitato critiche a raffica. Redivivo senso comune! Di questi tempi c’è davvero da rallegrarsene. Il Ministro avrebbe infatti invitato gli Italiani a prender coscienza del fatto che gli anni a venire saranno all’insegna della flessibilità, intesa in particolare come mobilità lavorativa, ovvero la (necessaria) disponibilità a spostarsi da una città all’altra, o da un paese all’altro, per assecondare le tendenze del mercato del lavoro. Il precariato dunque assurto a principio di sistema. Addio allo stato sociale, pachiderma preistorico la cui estinzione in Occidente è garantita dalla crisi demografica in corso, ma addio anche alla famiglia intesa come ammortizzatore sociale, quella del supporto intergenerazionale. Niente più figli, dislocati a Londra, a New York o Singapore, per sostenere i padri e i padri dei padri nella loro vecchiaia, anche perché il costo della vita aumenta e i salari ristagnano. Niente più padri e padri dei padri a sostenere i propri figli, visto che le pensioni son magre e per i nipotini, sempre che ci siano, basterà la tata, anche lei straniera esule a Londra, a New York o Singapore. Come pretendere, d’altronde, saldi legami familiari, comunitari e sociali laddove la flessibilità, ovvero il non aver radici in nessun luogo, comanda l’organizzazione socio-economica? Come pretendere una ripresa demografica laddove i legami stabili sono più o meno esplicitamente scoraggiati e laddove il formare una famiglia viene visto come un ostacolo alla mobilità personale?

Il Ministro Giannini ha precisato che tale nuovo ordine non è necessariamente desiderabile ma rimane comunque inevitabile. Non ci resta dunque che prenderne coscienza e agire di conseguenza, reimpostando il sistema educativo al fine di preparare i nuovi virgulti ad una vita flessibile. Ma davvero questo futuro è inevitabile? Donde viene un simile fatalismo? Il Ministro, ahinoi, non dice cose campate in aria, per quanto deprecabili esse siano. Infatti, le politiche nazionali, da intendersi come lo spazio decisionale lasciato ai popoli per autodeterminare il proprio vivere collettivo, sono sempre più costrette da una forza potentissima, progressista e dirompente, il mercato globale, che per sua stessa natura tende a erodere tutto ciò che è stabile, consolidato, delimitato. Calzante è l’espressione coniata dal saggista americano pro-global Thomas Friedman che parla di golden straightjacket (letteralmente “camicia di forza dorata”) per descrivere la condizione dei paesi che accettano di aprirsi ai mercati globali: la loro economia si espande (in teoria), ma la loro politica, il loro spazio sovrano, si restringe. Certo, uno stato sovrano può sempre decidere di ritrincerarsi, anche parzialmente, ma a costo della ghettizzazione economico-finanziaria, la cui prima conseguenza è ovviamente la tempesta sui titoli di stato, dunque il rischio di default.

Difatti, i capitali mobili, cifra del (non-)sistema monetario internazionale vigente dagli anni Settanta-Ottanta, fanno il bello e il cattivo tempo. Si spostano fluidamente alla ricerca del maggiore ritorno o di una regolamentazione più favorevole, e disdegnano l’immobilismo, la staticità, l’eccessiva protezione sociale. Un paese che voglia trattenere e/o attrarre capitali e investimenti dovrà pertanto tener conto di tale voluttuosità. Ciò che è fisso è un costo, un peso, così come le frontiere e le differenze culturali sono un limite allo scambio di informazioni e di capitali, carburante del progresso tecnologico e dell’innovazione. Filippo Taddei, capo economista del PD e beniamino di Renzi, ha perfettamente cristallizzato la politica da adottare in un tale contesto: tassare ciò che è immobile per favorire ciò che è mobile. Principio sommamente valido per il mercato del lavoro: salari più alti garantiti per chi è disposto a esser mosso come una pedina su quella scacchiera che è l’economia globale, salari ridotti o disoccupazione diretta per chi invece di lasciar i propri luoghi non ha intenzione.

Se è vero che la civiltà occidentale è nata con la sedentarietà, e non col nomadismo, dunque la barbarie, al quale essa sembra infine ritornare, urge una decisa, per quanto costosa, resistenza culturale in favore della stabilità, della permanenza, del restare. Nel frattempo, come direbbe il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre, aspettiamo non Godot, ma un moderno San Benedetto, padre della stabilitas loci, che venga a salvarci dalla barbarie.