Siamo alla fine della transizione demografica. Tale espressione designa il modello demografico più in voga nell’ambito delle scienze sociali che si propone di spiegare gli avvicendamenti demografici di un paese come causa e conseguenza dei cambiamenti economici e produttivi. Il modello identifica tre fasi. Nella prima fase, che caratterizza le economie primariamente agricole, si registrano elevati tassi di natalità e di mortalità, determinanti un debole incremento della popolazione. Nella seconda fase, tipica delle economie in via d’industrializzazione e di sviluppo economico, il tasso di mortalità si abbassa considerevolmente mentre quello di natalità rimane elevato, contribuendo ad una rapida crescita della popolazione. Nella terza fase, che contraddistingue le cosiddette economie “avanzate”, si assiste ad un progressivo invecchiamento combinato ad una crescita nulla o negativa della popolazione, a causa dei decrescenti tassi di mortalità e di natalità. L’idea di fondo è che lo sviluppo economico, se da una parte permette di allungare nettamente l’aspettativa di vita, dall’altra induce una ridotta fertilità: si fanno meno figli ma – horribile dictu – “di migliore qualità”, ovvero, in teoria, meglio istruiti, meglio nutriti, meglio vestiti. Forse anche più viziati e disadattati, sicuramente condannati a caricarsi sulle spalle il peso di paesi decrepiti.  L’opulento Occidente, che si preoccupa malthusianamente della fecondità dei paesi in via di sviluppo, si scopre, quasi all’improvviso, vecchio e sterile, cosciente dell’insostenibilità delle rimanenti politiche di welfare ma impreparato ad affrontare gli scenari sociali prossimi venturi. Anche l’Italia s’è desta e si accorge che, dati gli attuali trend demografici, entro il 2050 il rapporto tra popolazione inattiva e popolazione attiva si aggirerà intorno all’80%, con un’età media che si attesterà intorno ai 50 anni. Saremo un paese sproporzionalmente vecchio, considerato che l’1.39 di figli medi per donna è decisamente inferiore rispetto al tasso di sostituzione del 2.1 che garantirebbe la stabilità demografica. Per correre ai ripari il Governo ha pensato di indire, a partire dal maggio prossimo, il Fertility Day, ennesima giornata celebrativa a tema il cui nome conferma l’anglomania linguistica dell’attuale esecutivo. Il Piano Nazionale per la Fertilità si propone di “capovolgere la mentalità corrente” e di lanciare una rivoluzione culturale per scoprire il “Prestigio della Maternità”. Non la bellezza, la gioia, il miracolo, ma il Prestigio. Come per rassicurare le giovani donne italiane che avere dei figli prima dei trent’anni non sia meno formativo di uno stage all’estero. Forse, considerate le attuali logiche di reclutamento del mercato del lavoro, potrebbe essere una strategia ragionevole. Infatti, come nota il Piano, l’aver partecipato ad un progetto di volontariato o di cooperazione all’estero può fare la differenza nella valutazione professionale, mentre gravidanza, parto, allattamento e accudimento “non sono altrettanto indicativi delle capacità organizzative e di relazione della stessa persona”. Tale attitudine induce alla procrastinazione della genitorialità, cui contribuiscono la crisi del modello familiare tradizionale fondato sul matrimonio e una cultura che celebra il disimpegno nelle relazioni affettive.

Se le preoccupazioni dell’esecutivo non sono affatto infondate, la strategia governativa di “rivoluzione culturale” appare perlomeno schizofrenica: se da una parte contribuisce allo smantellamento dell’istituto matrimoniale (vedi divorzio breve e ddl Cirinnà sulle unioni civili, di prossima approvazione), dall’altra riconosce come la crisi demografica proceda dalla crisi del matrimonio. Infatti, se è vero che “la fecondità si esprime in maniera preponderante ancora nel matrimonio”, è anche vero che nel 2013 si sono celebrati meno di 200mila matrimoni, il tasso più basso di nuzialità nella storia del Paese. Persino durante il periodo della seconda guerra mondiale ci si sposava di più, a dimostrazione di come l’odierno calo dei matrimoni non sia ascrivibile né alle ristrettezze economiche né all’incertezza rispetto futuro. Come nota il demografo Roberto Volpi, le cause sono primariamente culturali. Infatti, in passato, la famiglia veniva considerata come un percorso in itinere, ovvero non si costituiva una famiglia sulla base di una raggiunta stabilità economica, ma, al contrario, si metteva su famiglia proprio per raggiungere tale stabilità. Un atteggiamento radicalmente differente rispetto a quello odierno, dove la sicurezza economica appare quale conditio sine qua non per la formazione di un nuovo nucleo familiare. Sostiene Volpi che se da una parte è possibile rintracciare le origini di tale ribaltamento culturale nel boom economico degli anni ’60, fondamento storico del consumismo individualista nostrano, sarà l’avvento del divorzio a segnare lo spartiacque demografico. La decrescita del tasso di natalità comincia, infatti, nel 1975, un anno dopo il referendum abrogativo del 1974, quando la cattolicissima Italia legittimò, tramite voto popolare, la legge parlamentare introdotta quattro anni prima.

Considerazioni, quest’ultime, cui il Piano Nazionale fa riferimento solamente en passant, dedicando pagine e pagine a stili di vita che possono incidere negativamente sulla fertilità maschile e femminile e pianificando un capillare programma di educazione sessuale a livello scolastico. Una miopia, o una disonestà intellettuale, che glissa sulle cause culturali della decadenza demografica, che non si interroga sul ruolo giocato dalla diffusione massiccia di mentalità e pratiche contraccettive, dall’incidenza drammatica dell’aborto (102.644mila aborti rispetto a 514mila nati nel 2013) e dalle élite economico-finanziarie che promuovono un liberalismo globale tanto in campo economico quanto in ambito morale. Ad esempio, giova ricordare che sono stati “filantropi” miliardari del calibro di Bill Gates e Warren Buffet a finanziare lo sviluppo della famigerata pillola abortiva RU-486. Ezra Pound lo aveva già capito quando scriveva: “Usura soffoca il figlio nel grembo/ arresta il giovane amante/ cede il letto a vecchi decrepiti / si frappone fra giovani sposi” (Cantos, XLV).

Per approfondire:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-06-07/perche-economia-arranca-diseguaglianze-crescono-e-frenano-consumi-170054.shtml?uuid=ABdc0EuD&nmll=2707#navigation

http://www.ilfoglio.it/articoli/2015/02/13/perche-in-italia-si-fanno-cos-pochi-figli-e-come-se-ne-puo-uscire___1-v-125584-rubriche-demografia_c254.htm

http://www.zenit.org/it/articles/italia-2014-l-individualismo-soppianta-la-famiglia

http://www.ilfoglio.it/cultura/2015/06/04/paradosso-lorenzin-ecco-il-piano-nazionale-fertilit-che-ti-spiega-come-evitare-di-avere-figli___1-v-129494-rubriche_c850.htm

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2367_allegato.pdf