Sono questi anni difficili per chi scrive ed insegna l’economia, anni segnati da errori clamorosi, previsioni completamente errate, avvenimenti imprevisti e scelte insicure. Questi anni infatti hanno visto una profonda e repentina crisi piombare sul Vecchio Continente e sul mondo occidentale più in generale, in un lasso di tempo estremamente ridotto. Crisi che si è mutata in stagnazione, come una fitta nebbia, dalla quale tutt’ora si stenta a vedere una via d’uscita. Eppure, a fine 2007, era arduo scorgere nel bel mezzo del benessere un crac imminente. Qualcuno sicuramente si era accorto dello strano comportamento del mercato immobiliare americano i cui prezzi aumentavano a dismisura, ma difficilmente poteva immaginarsi che questa tendenza, seppur anomala, tramite un effetto domino, avrebbe fatto crollare colossi del calibro di Lehman Brothers. 

La crisi del ‘29, sicuramente l’unica degli ultimi cento anni che può essere rapportata a quest’ultima, è riuscita ad alimentare un fertilissimo dibattito a livello accademico, ma non solo, in merito alle migliorie da apportare al sistema perché un evento del genere non si verificasse più. Queste riflessioni hanno poi portato al New Deal, vasto piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt dopo il 1933, tra i più riusciti della storia. La crisi del ’29 portò anche alla ribalta John Maynard Keynes, economista per i suoi tempi rivoluzionario che propagandava la spesa a deficit a supporto degli investimenti. Teorie impensabili per un insegnante di economia del 1929, ma che poi sono diventate una delle due basi, insieme alla teoria classica smithiana-ricardiana, dell’economia che si insegna oggi negli atenei. La crisi del 1929 quindi, si è dimostrata terreno fertile per la sperimentazione e l’innovazione e, nonostante le prime conseguenze nefaste, ha portato ad una rivoluzione nella scienza economica come non si era mai vista, tanto che le idee post grande depressione sono state attuate ininterrottamente fino agli anni settanta.

Facendo un raffronto con i nostri giorni, ci troviamo in una situazione completamente diversa. Si sta cercando infatti di curare una crisi e soprattutto una stagnazione che ha distrutto vari dogmi economici con le stesse medicine antecedenti alla crisi stessa.  La situazione attuale infatti, ci ha reso palese il fatto che con l’austerità non si risollevino le economie, ma ciononostante si prosegue su questa strada, almeno nel vecchio continente. Negli ultimi due anni, però, abbiamo assistito ad un fenomeno davvero nuovo e mai visto prima. Sono infatti state messe in atto delle politiche monetarie di cesura rispetto al passato più recente, i cosiddetti “strumenti non convenzionali”, tra i quali ha una grande rilevanza il “Quantitative Easing” promosso da Mario Draghi consistente nell’acquisto da parte della BCE di 60 miliardi di euro al mese (80 da aprile 2016) di titoli finanziari di diversa natura (titoli di stato, obbligazioni corporate, asset-backed securities, covered bonds) . L’obiettivo dichiarato è quello di evitare la spirale deflazionistica e dare un forte impulso all’economia reale tramite il sistema bancario. L’obiettivo prefissato non è stato però raggiunto, se non in minima parte. Se infatti non si è mai arrivati ad una vera e propria deflazione, i prezzi hanno mantenuto un livello praticamente stabile. Di più: consumi e investimenti sono rimasti al palo e l’economia reale non ha avuto quasi nessun beneficio. I risultati davvero modesti di quest’operazione che invece è stata epocale, soprattutto per le dimensioni, ma anche per la scelta di rottura in sé, devono indurci a riflettere profondamente su quali siano davvero le leggi che governano i rapporti economici. Il fallimento (fino a questo punto) del QE ha infatti confutato due regole economiche date per scontate dalla maggior parte delle persone.

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Dopo il Quantitative Easing, l’Helicopter Money?

La prima regola confutata dai recenti avvenimenti è stata quella secondo cui una riduzione dei tassi di interesse porta inevitabilmente ad un aumento degli investimenti. Si suppone infatti, a ragione, che in condizioni di tassi bassissimi o negativi, le imprese abbiano vantaggio a prendere a prestito somme di denaro essendo gli interessi quasi nulli e le banche, non incentivate a comprare titoli di stato con rendimenti vicini allo zero, abbiano viceversa l’interesse di prestare denaro alle imprese per gli investimenti ed ottenere un rendimento nettamente migliore. Queste assunzioni, che solitamente sono corrette, non hanno però trovato realizzazione nella realtà. Le banche infatti, pur essendo ricolme di liquidità proveniente dalla BCE hanno preferito investire in titoli di stato, più sicuri, anche se poco convenienti, che concedere prestiti al pubblico, essendoci un forte problema di fiducia.

La seconda regola smentita invece, è quella secondo cui ad un deprezzamento della moneta segue sempre un’a situazione inflazionistica. La politica della BCE infatti, sia per l’immissione di liquidità nel sistema, sia per la caduta del tasso di interesse sui titoli di stato dovuta al loro acquisto massiccio, ha provocato nell’arco di pochi mesi un crollo dell’euro del 15%. Prima dell’inizio del QE grandi economisti avevano profetizzato un’inflazione insostenibile dovuta appunto al probabile deprezzamento della moneta unica. Inutile dire che tutto ciò non è avvenuto smentendo quindi l’idea secondo cui alla svalutazione segue sempre un aumento dell’inflazione.

Come abbiamo visto queste idee date per certe sono state smentite dalla realtà. Questo dovrebbe indurre gli economisti a profonde riflessioni al fine di trarre degli insegnamenti utili da ciò che è successo. Inoltre, se due postulati abbastanza chiari e semplici, date fino ad oggi per sicuri, sono risultati fallaci, cosa ci possono dire delle previsioni matematiche sul comportamento delle persone? Molti, tra i quali si contano diversi illustri economisti, considerano l’economia una scienza esatta, qualcosa che si avvicina alla fisica e alla matematica, non comprendendo invece che studiando il comportamento umano, pur in un ambito che attinge dalla matematica quale quello economico, risulta pressoché impossibile fare delle previsioni esatte su come reagiremo a determinati stimoli. Ne è una prova il fatto che gran parte delle previsioni su come sarebbero stati gli anni successivi alla crisi finanziaria si sono rivelate sbagliate. Questo non significa che dobbiamo smettere di studiare l’economia e rassegnarci al fatto che sia dettata dal caso, cosa del tutto errata, ma anzi utilizzare questi avvenimenti nefasti per sviluppare nuove teorie economiche che si applichino meglio alla realtà di quelle esistenti.