È passato poco più di un biennio dal 22 Febbraio del 2014, data dell’insediamento dell’esecutivo guidato dal giovane leader democratico Matteo Renzi. In questo breve lasso di tempo il premier non è rimasto con le mani in mano, ma si è dato molto da fare. Analizziamo nel dettaglio i “successi” che è riuscito a portare a compimento in questi due anni e mezzo.

La prima riforma messa in atto, e supportata da una grancassa mediatica senza precedenti, è il cosiddetto “Jobs Act”. In che cosa consiste realmente? Esso dovrebbe ridurre la disoccupazione semplificando le regole per le assunzioni e i licenziamenti. Nei fatti deregolamenta soltanto il mercato del lavoro. Un impiegato può essere licenziato da un giorno all’altro per futili motivi, talvolta anche senza motivo, per poi essere riassunto da un altro datore di lavoro poco dopo, magari a tempo determinato. Era addirittura finita sul giornale la vicenda riguardante un giardiniere italiano che era stato soppiantato nel giro di una settimana da due colleghi egiziani disposti a lavorare per lo stesso orario ma a metà prezzo. Così la Germania esporta in Europa i “minijobs”, regolamentati per la prima volta dal pacchetto di riforme “Hartz IV”, varato nel 2002 dal Cancelliere Schröder. Certo, il Jobs Act avrà pur fatto diminuire (di poco) la disoccupazione, ma ha irrimediabilmente svalutato la forza lavoro. D’altro canto, è l’unica cosa che ci resta da svalutare per essere più competitivi, dato che non abbiamo più una moneta sovrana. La propaganda del Governo ci parla della creazione di 494.000 posti di lavoro nel biennio 2015-2016. C’è da crederci? In realtà i veri nuovi occupati sono poco più di 23.000, gli altri riguardano cambiamenti delle condizioni di lavoro, molto spesso da contratti a tempo indeterminato a contratti a tempo determinato.

A Renzi non è bastato precarizzare il mercato del lavoro, ma ha anche voluto varare una riforma che trasforma le scuole in aziende private. La “buona scuola”, prevede il taglio dei finanziamenti pubblici agli istituti, sostituiti del tutto da fondi privati, principalmente di imprenditori che dovrebbero “sponsorizzare” le scuole, e una novità assoluta: l’alternanza scuola-lavoro. Questa consiste in 200 ore di tirocinio non retribuito per gli studenti delle scuole superiori, che dovrebbe formare, indottrinare e abituare i giovani ad una futura vita di incertezze, precariato e sfruttamento. Infine, a completare il quadro, questa riforma assegna più poteri ai presidi, trasformandoli di fatto in manager d’azienda.

Sorvoliamo sulla Legge Cirinnà, che si commenta da sola.

Poi, per assicurarsi il potere nei tempi a venire, Renzi ha imposto una legge elettorale, l’Italicum, che, combinata con la riforma del Senato, trasforma di fatto la Repubblica in una “dittatura parlamentare”. La legge prevede un premio di maggioranza assoluta per la lista (non la coalizione) che supera il 40% delle preferenze. Se nessuna lista raggiunge tale percentuale le liste che hanno ottenuto più voti vanno al ballottaggio. Inoltre la legge in questione non permette di esprimere la preferenza dei capilista all’interno dei collegi elettorali. Così gli elettori non possono più scegliere direttamente i loro rappresentanti, ma soltanto la lista che intendono votare.

Veniamo ora alla riforma costituzionale. Con questa si esautora quasi del tutto il Senato, relegato ad una mera funzione di raccordo tra lo Stato e le Regioni. Quasi tutti i poteri sono accentrati nella Camera, divenuta ormai ostaggio dell’illegittima maggioranza attribuita dalla nuova legge elettorale. Infine, a dimostrare la superficialità, la sciatteria e il pressapochismo di questo esecutivo, questa riforma, anziché semplificare, complica notevolmente: essa prevede dodici diversi itinera parlamentari a seconda del tipo di legge in discussione, non supera il bicameralismo perfetto, ma lo appesantisce soltanto. Anche qui il nostro Presidente del Consiglio ha dato prova della propria abilità oratoria, affermando, riguardo al futuro referendum costituzionale, che esso concerne “la scelta tra l’Italia dell’ “inciucio” e l’Italia della semplicità”. Una frase che lascia senza parole.

Ma non è finita qui. Oggi si parla anche di riformare la giustizia tributaria e quella militare, che pur funzionano, sebbene con alcuni problemi. L’intento è quello di accorparle alla giustizia civile, già allo stremo, e così affossarle del tutto. In pratica Renzi, per seguire una visione meramente ideologica di unità della giurisdizione, vuole abolire le poche giurisdizioni che ancora funzionano bene in Italia. Si tratta di una azione simile a quella posta in atto con il Corpo delle Guardie Forestali, soppresso e fuso con altri corpi delle forze dell’ordine col ddl 1577.

Ancora non è dato sapere se Renzi sia veramente un delinquente oppure sia soltanto un’incapace animato da buona volontà; molto spesso, però, il confine che separa queste due categorie è molto labile. In ogni caso, questo è ciò che è riuscito a fare in meno di tre anni. Quando era appena salito al potere, molti avevano riposto serie speranze in lui. Molti lo vedevano come l’uomo del cambiamento: giovane, determinato e soprattutto non invischiato nelle vicende politiche degli ultimi vent’anni. Rimase famosa la sua frase, da neoeletto, “andremo a Bruxelles e sbatteremo i pugni sul tavolo”. Invece ha continuato, sulla scia dei governi precedenti, a seguire pedissequamente le direttive della Germania. Eppure è capace di presentare ciò che è stato fallimento, una mancanza di coraggio e di personalità, se non un vero e proprio tradimento degli interessi della Nazione, come una grande vittoria.

Adesso, finalmente, ci si presenta l’opportunità di una consultazione popolare, il referendum costituzionale di ottobre, che lo stesso Renzi ha provveduto a trasformare in un giudizio sull’operato suo e del Governo. Speriamo solo che i cittadini sappiano esprimere il proprio giudizio senza lasciarsi influenzare dalla propaganda e dalla retorica di quello che ormai potremmo chiamare un regime a tutti gli effetti.