L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti sancisce definitivamente l’inizio di quello che potremmo definire come un Polanyi Moment. Nel suo capolavoro del 1944, La Grande Trasformazione, Karl Polanyi analizzò in maniera impeccabile il tracollo delle istituzioni liberali europee avvenuto negli anni ’20 e ‘30 del Novecento. La tesi di Polanyi, esposta magistralmente ricorrendo a dati economici, antropologici e storici, è che nessuna società può reggersi interamente sull’idea di un mercato autoregolato. Lo stravolgimento politico di quegli anni, culminato nel secondo conflitto mondiale, affonda le sue radici nello sviluppo di un mercato globalizzato entrato in maniera preponderante nella vita delle persone. La crescita prodigiosa della ricchezza venne pagata al prezzo di un enorme aumento della miseria e della degradazione umana. La tesi antropologica sottostante, anch’essa avvalorata da dati storici ed in netta antitesi con il pensiero degli economisti liberali, è che mai nelle società umane il mercato ha rappresentato il paradigma posto a fondamento dei rapporti sociali.

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Karl Polanyi (1886-1964), autore de La Grande Trasformazione, libro magristrale in cui lo studioso ungherese teorizza le origini del liberalismo economico, e le violente reazioni che esso suscitò a cavallo tra XiX e XX secolo.

Nel corso della storia, la produzione e lo scambio sono stati regolati solo marginalmente dal vantaggio economico individuale, risultando asserviti e subordinati ai rapporti e alle convenzioni sociali. Con l’espansione del mercato autoregolato nel XIX secolo, seguita alla rivoluzione industriale, i rapporti sociali si sono progressivamente adattati al funzionamento delle sue leggi, plasmando una civiltà nuova. Ma una società di mercato formata secondo queste leggi è una società instabile, insicura, sottoposta a meccanismi difficilmente controllabili e svuotata progressivamente dai valori che ne garantiscono l’esistenza. Le esternalità sociali del capitalismo – quelle palesi di una miseria materiale ma anche quelle più velate di una miseria umana, relazionale ed etica – difficilmente possono consentire al sistema di sostenersi. La reazione difensiva allo strapotere del libero mercato si concretizzò nello sviluppo del comunismo da un lato e nei regimi nazi-fascisti dall’altro.

“La nostra tesi – scrive Polanyi – è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grande utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza naturale e sociale della società; essa avrebbe distrutto l’uomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in un deserto. Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi […]”

Il parallelismo con l’attuale situazione dell’Occidente, dilaniato da trent’anni di neoliberismo selvaggio e da una globalizzazione vissuta come forza incontrastabile, non può che risultare evidente. Nell’era post-bellica il capitalismo trovò il suo fortunato sentiero di sviluppo grazie alla dialettica costruttiva fra le due forze in campo, quella americana e quella sovietica. Era il polo negativo dell’URSS che garantiva all’occidente di tenere sotto controllo, per mezzo dello Stato Sociale, la potenziale forza autodistruttiva esercitata dal mercato sulla società. Solo allora si poté godere a pieno, nel lato giusto del mondo, dell’emancipazione materiale portata dal capitalismo. Con la fine di questa dialettica, il credo thatcheriano del There is No Alternative è diventato la guida indubitabile delle classi dirigenti occidentali, determinando una convergenza assoluta delle forze politiche tradizionali, da destra e da sinistra, verso posizioni neoliberiste. In opposizione alle forze polarizzate dell’establishment, si è sviluppato nelle democrazie occidentali un microcosmo di movimenti nuovi, fra loro molto eterogenei, che hanno però come punto comune la messa in discussione del pilastro fondamentale della nostra economia: il laissez-faire nei confronti del mercato e della sua globalizzazione.

CAMP DAVID, MD - DECEMBER 22: Ronald Reagan (R) and Margaret Thatcher wave after their arrival in Camp David, 22 december 1984, before their meeting. (Photo credit should read ARCHIVES UPI/AFP/Getty Images)

Margaret Thatcher e Ronald Reagan, massime espressioni del “There Is No Alternative” nel Regno Unito e negli Stati Uniti, nel 1984.

Credere che il mondo in cui viviamo non sia il migliore dei mondi possibili è l’unica similitudine che permette ai detrattori di classificare tutte queste forze, fra loro diversissime, come “populiste” o “antipolitiche”. Ed è in questo scenario che è collocabile la vittoria di Trump, conseguita promettendo al popolo in rovina una risposta ai problemi della globalizzazione, fatta di protezionismo, chiusura e salvaguardia del tessuto produttivo nazionale. Una linea politica che per la prima volta arresta dall’interno, o promette di farlo, quel processo mondiale di colonizzazione mercatista avviato dagli stessi Stati Uniti. Sebbene Trump non sia certo estraneo alle logiche perverse di un capitalismo impazzito, è proprio sulla comunicazione di queste idee, veicolate in maniera popolare, che si è conquistato la presidenza degli USA. Ed il fatto che i dati macroeconomici americani siano tutti in positivo dopo il secondo mandato di Obama suggerisce un’altra semplice quanto ovvia considerazione, che avvalora le tesi di Polanyi: gli indicatori macroeconomici da soli non ci dicono niente sullo stato di benessere di una società. Il problema non è la crescita, ma i disagi sociali e l’instabilità esistenziale che le dinamiche di questa stessa crescita hanno portato alla middle-class americana. Precarietà, diseguaglianza, distruzione dei legami comunitari, perdita di orizzonti e di speranze nel futuro. Questo processo sociale e politico è in corso da decenni, avviato negli anni ‘80 e rafforzato dalla crisi del 2008. Sembra però che solo ora, grazie alla doccia fredda Trump, i commentatori di quel circo mediatico-culturale che aveva ipocritamente ignorato il fenomeno comincino a prenderne forzatamente atto. La lezione che Karl Polanyi impartì sull’origine dei regimi del ‘900, in uno dei migliori libri di economia mai scritti, è rimasta per troppo tempo inascoltata. Regolare i processi disumani della globalizzazione e del monoteismo del Mercato rappresenta l’unica via percorribile per salvare il capitalismo stesso da possibili derive. Nel dar forma a questa reazione sociale si aprono scenari molteplici, radicalmente diversi fra loro. Chi legittimamente teme la trasformazione politica ora incarnata da Trump, che nega il cambiamento climatico e preannuncia la costruzione di improbabili muraglie, potrà almeno in parte sollevarsi con un’altra constatazione ovvia che il 9 novembre porta con sé: cambiare si può, in meglio o in peggio che sia. There are Some Alternatives, cara Margaret.