di Ilaria Bifarini

“Il non far niente è il più difficile dei lavori” recita un famoso aforisma di Oscar Wilde. Eppure c’è chi dell’ozio indefesso ha fatto il suo stile di vita, relegando l’attività lavorativa a un’appendice dell’esistenza, sprezzante dei vincoli di orario contrattuale, così furbo da gabbare l’implacabile tornello. È lui, il dipendente statale, il fannullone per antonomasia. La cronaca di questi giorni del Comune di Sanremo rimanda un’immagine che va oltre lo stereotipo, tanto grottesca e caricaturale quanto reale: un uomo in mutande passa il suo cartellino al tornello e torna a casa, al piano di sopra. Scene da far morire di invidia Paolo Villaggio, tanta la capacità evocativa.

Ma quanti sono i dipendenti statali in Italia? Secondo le stime ufficiali, circa 3,2 milioni, in linea con i dati dei virtuosi Paesi europei. Ma in questo conteggio rientrano “solo” i lavoratori a tempo indeterminato, senza contare gli assunti con contratti a tempo determinato o interinale e i consulenti esterni, tanto cari alle pubbliche amministrazioni. Per completezza e rigore andrebbero poi sommate le stime del numero degli impiegati delle società partecipate dallo Stato, un groviglio di enti e società che ha portato l’Ocse ha definire l’Italia come uno dei paesi dalla struttura pubblica più imponente. E dentro questo calderone pubblico che il fannullone ha preso forma, ha sviluppato la sua indolenza, mettendo a frutto quella propensione alla furbizia tramandatagli dagli avi, quell’arte dell’arrangiarsi che si esprime con soluzioni dall’inedita e inaudita creatività. Già, perché fannulloni non si nasce, si diventa. Una sorta di evoluzione darwiniana della specie, dove solo i più forti ce la fanno, o meglio i più furbi, quelli che riescono a galleggiare in ambienti di lavoro dove spesso il personale è sovradimensionato rispetto al carico lavorativo e al tempo stesso non adeguato o sufficientemente formato visto l’ingente ricorso a consulenze esterne remunerate come responsi divini. Da uno studio ISPESL (Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro)  emerge che i “mobbizzati”  dichiarati nella Pubblica Amministrazione, cioè coloro che vengono privati del tutto del lavoro, o adibiti a mansioni di gran lunga inferiori alle loro qualifiche, e poi fatti oggetto di angherie di ogni specie, sono circa il 30%, quindi più di un milione di “fannulloni per forza”, lasciati a far nulla, costretti a non lavorare. A questo fenomeno il docente di management dell’università Bocconi Giovanni Valotti dedica un libro nel tentativo di smontare gli stereotipi sull’impiegato pubblico, a suo parere imbrigliato nel “triangolo delle Bermude”, che si dimena per non essere risucchiato dalle potenti correnti dei politici, dei dirigenti e dei sindacati. Ne esce fuori un lavoratore stremato e disilluso che fa del suo cinismo spicciolo e quotidiano l’unica arma di sopravvivenza.

Non c’è coscienza sociale nella sua posizione, la sua non è una resistenza al sistema, ma nel sistema, l’unica possibile, l’unica percorribile. Ma quando sente parlare di suoi colleghi che si assentano dal posto di lavoro per fare la spesa o svolgere ordinarie faccende, proprio non ce la fa. E’ un odio feroce e obnubilante che gli fa dimenticare persino lo sdegno per l’elenco dei casi di corruzione e ruberie bipartisan che gli aveva fatto compagnia nelle grigie giornate davanti a un pc, situazioni e personaggi troppo lontani dalla sua vita per rimanere infissi nella sua coscienza. Ora il suo sdegno è tutto per chi “ruba” soldi allo Stato e non è come lui sul posto di lavoro a guadagnarsi lo stipendio, offrendo con dedizione le sue otto ore quotidiane di vita, riempiendole di frustrazioni o escogitando escamotage, sopportando con stoicismo angherie e soprusi. Quei fannulloni lì proprio non può tollerarli, lo hanno messo in mutande. E da una lotta di classe si è passati a una lotta intraclasse.