Per settimane quasi tutti i giornali sono stati letteralmente saturi di analisi, commenti e sproloqui vari sopra l’esito della consultazione popolare che ha avuto luogo nel Regno Unito lo scorso 23 giugno. Sia esperti del settore che dilettanti si sono cimentati in improbabili previsioni circa le conseguenze che questo voto sortirà per l’economia britannica. La macroeconomia, sia di breve che di lungo periodo, è di per sé una scienza altamente imprevedibile e, in questo preciso frangente, è di nessuna utilità tentare speculazioni senza senso. Sorvolando sui prevedibili deliri della c.d. “stampa di regime” e limitandoci ad analizzare a caldo i meri avvenimenti senza alcuna presunzione di tipo ideologico, dal voto sembrano emergere almeno due considerazioni.

La prima, indubbiamente positiva, è che questo voto ha contribuito a dare un’ulteriore, forse decisiva, spallata alla traballante Unione Europea, già messa a dura prova dall’inesorabile avanzata delle forze politiche sovraniste, etichettate dai media, che propagano la neo-lingua del politically correct, come “populiste”. L’esito del referendum contribuirà a far perdere quella poca credibilità rimasta a Juncker e Schäuble e alle loro minacce e intimidazioni di stampo mafioso su eventuali rappresaglie di tipo economico-finanziario nei confronti della Perfida Albione.

La seconda considerazione, da prendere quantomeno con le molle, può risultare meno piacevole. Forse sarebbe miope vedere nell’uscita del Regno Unito dall’UE soltanto una rivolta contro l’establishment mondialista; guardando più in profondità si potrebbe vedere dell’altro. La nostra stampa europeista ha cercato di far passare il voto per un’ondata collettiva di “razzismo” oppure per un torto commesso dagli anziani ai danni dei giovani, date le statistiche dell’età dei votanti. Tutto ciò è molto ingenuo. Tutte le zone con la più alta concentrazione di immigrati (principalmente Londra e i grandi agglomerati urbani) hanno votato compatte per il remain. Guardando le percentuali dei votanti, invece, soltanto una ristretta minoranza degli under 30 si è recata ai seggi; questa è la “erasmus generation”, obnubilata e disinteressata del proprio futuro. Naturalmente, i pochi giovani andati a votare, indottrinati fino al midollo, si sono espressi a favore di questo totalitarismo sovranazionale, credendo nell’aberrante uguaglianza: Unione Europea=Europa.

Tuttavia, sarebbe altrettanto superficiale vedere nella cosiddetta Brexit una rivincita dei diseredati e degli “sconfitti della globalizzazione”. Tutte le principali testate asservite all’establishment (Il Sun, il Daily Mail, etc…) hanno sostenuto l’uscita e l’ala più intransigente dei Tories, nonché lo Ukip, entrambi proleave, benché contrari all’UE, sono marcatamente liberisti sul piano economico. Lo stesso Mr. Johnson, uno dei volti più in vista in quest’accesa campagna, è favorevole al TTIP e ha più volte criticato Bruxelles definendola “un impedimento al libero mercato”. Anche Mr. Farage, sedicente “nemico delle lobbies” è un fautore della deregolamentazione dei mercati.

Tutto questo ricorda vagamente la frustrante situazione venutasi a creare alla fine dell’Ottocento in Irlanda, dove un’arrivista élite politica di matrice borghese si fingeva cattolica e indipendentista e contemporaneamente faceva affari con gli industriali londinesi, infamando la virtù di Niall O’ Leary, morto rimanendo fedele ai propri ideali. W.B. Yeats denunciò tutto questo nella struggente ballata September 1913 con i versi “For men were born to pray and save / Romantic Ireland’s dead and gone / It’s with O’ Leary in the grave”.

Insomma, il Partito Conservatore prende questa piega “euroscettica” e mondialista nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso con la rivoluzione neoliberista teorizzata dal “vate” Friedman e messa in atto da Mrs. Thatcher, in America da Mr. Reagan. Si tratta di una vera e propria “seconda rivoluzione finanziaria” (la prima si verifica alla fine del 1800 con il primo crac mondiale) che non viene raccontata nei libri di storia del liceo. Intorno al 1980, per porre fine alla perdurante stagflazione causata dalla crisi del petrolio e dalla concorrenza sulle esportazioni dei paesi in via di sviluppo, al Regno Unito non sarebbe bastato delocalizzare e privatizzare per riportare il saldo in positivo, così nel 1986 fu approvato il Financial Services Act. Esso sanciva l’autoregolamentazione delle transazioni finanziarie attraverso delle self-regulating organisations (SRO’s). La Gran Bretagna aveva una pesante eredità industriale, vecchia ormai di almeno mezzo secolo, da smaltire e l’unico modo fu aprire la City agli immensi capitali virtuali. Contemporaneamente, quasi tutti i paesi economicamente sviluppati abolivano la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento (permettendo così ai banchieri di speculare con i soldi dei risparmiatori) e rinunciavano al controllo diretto della propria banca centrale (sprofondando così nel circolo vizioso del debito). Per questo il Labour ha visto in Maastricht un potenziale scudo per i diritti dei lavoratori. L’UE non ha mai imposto ai cittadini di Sua Maestà misure di austerity, né il fiscal compact, né tantomeno l’unione bancaria. È stato Mr. Cameron di sua iniziativa a far pagare ai propri beneamati elettori le colpe dei banchieri e degli speculatori. Pertanto, in occasione del referendum, gli Whigs e i sindacati si sono schierati a favore del remain. Allo stesso modo, molti ex operai e minatori scozzesi, nordirlandesi e gallesi (oltre alla middle class londinese in via di estinzione) hanno votato per restare. In tutto questo, Mr. Corbyn è stato accusato da più parti di scarsa determinazione nella campagna referendaria.

Jeremy “The Red” rimane una figura enigmatica nel panorama della politica britannica. Le sue idee fanno quantomeno discutere, ma forse andrebbero prese in considerazione. Corbyn propone la rinazionalizzazione di tutti i servizi pubblici e dei fondi pensionistici; questo dovrebbe abbassare il costo della vita. Inoltre, parla di una ristrutturazione della previdenza sociale, per trasformarla in un apparato “snello ma efficiente” e teorizza un “quantitative easing per il popolo”, praticamente una versione meno radicale della Modern Money Theory di Mosler. Jeremy Corbyn è indubbiamente una figura che rompe gli schemi classici: è a capo di una corrente minoritaria all’interno del suo partito, sale al vertice nel 2015 sfruttando lo scarso carisma di Miliband, mantiene un atteggiamento ambiguo nei confronti dei trattati europei e stravolge completamente il programma economico del Labour.  Difatti, anche la sinistra britannica in alcuni momenti si è mostrata compiacente nei confronti della finanza internazionale, come nel 2001, quando Mr. Blair promulgò il Banking Act, che fu la causa di alcune bolle speculative nonché della deflazione salariale. Riuscirà Corbyn ad invertire questa tendenza? Oppure diventerà una pallida imitazione d’oltremanica di Alexis Tsipras?  Adesso, gran parte della classe dirigente europea e di quella americana, quando non mente spudoratamente, si sta comportando in maniera molto ambigua nei confronti dei cittadini. Proprio come facevano gli indegni eredi di O’ Leary. Per la libertà il popolo irlandese dovette sacrificare il proprio sangue nella Rivolta di Pasqua e solo allora, sotto la guida di Eamon De Valera, riuscì a spezzare le proprie catene. E i popoli europei