di Luca Pioli

Ma quali sono i rischi che corrono l’economia tedesca ed europea dopo il tanto discusso Dieselgate? Si sta chiaramente parlando dello scandalo, nato negli Stati Uniti e che ora si sta spargendo a macchia d’olio in tutto il mondo, che ha coinvolto la Volkswagen. In parole povere, la casa automobilistica di Wolfsburg ha impiantato in alcuni modelli (solo quelli dal motore Diesel) un software in grado di percepire quando la macchina veniva testata per il controllo delle emissioni. In tal caso il suddetto software era capace di modificare i livelli di inquinamento del veicolo abbassando le emissioni alle soglie richieste. Una truffa, bella e buona, che sta costando caro al gruppo Volkswagen, possessore, inoltre, di Audi, SEAT, Škoda Auto, Bentley, Bugatti, Lamborghini e Porsche; per le moto Ducati e per i veicoli commerciali Volkswagen Commercial Vehicles, Scania AB e MAN. Con un fatturato di oltre 200 miliardi di Euro e con quasi 550 mila dipendenti è da escludere l’ipotesi fallimento. Sarebbe infatti alquanto sorprendente se la Germania non aiutasse la sua prima azienda a salvarsi. Ma la pesante multa di 18 miliardi di Euro inflittagli dai tanto bacchettoni quanto ipocriti Stati Uniti, con tutto il mondo pronto a mangiarci qualcosa sopra, sarà davvero un’impresa evitare di cadere nel baratro. Con un crollo in borsa del 20% e le dimissioni del CEO Martin Winterkorn sembra proprio che la VW sia caduta nel panico e intanto la Merkel dichiara : “lo scandalo Dieselgate non danneggerà l’immagine dell’industria tedesca”, e continua a chiedere chiarezza.

Il mito della Deutschland uber alles riceve quindi un’enorme ridimensionamento. La casa automobilistica di Wolfsburg è la prima azienda tedesca per fatturato, la punta di diamante del settore metallurgico Europeo. La Germania stessa trae dall’industria il 25,5% del PIL ed avendo il 29% del PIL dell’Eurozona si può ben immaginare quanto lo scandalo Dieselgate possa portare danni all’Europa intera, compresa l’Italia. Ma come? La grande Germania, che nell’industria è la prima produttrice ed esportatrice europea, non riesce ad essere competitiva nel mercato? La stessa Germania che detta legge nell’Eurozona schiacciando paesi (la Grecia) come fosse un panzer? Quella che ci ha imposto l’Austerity? Proprio loro non riescono ad essere competitivi in un mercato in cui il tricolore teutonico regna sovrano? Sono loro, i tanto precisi quanto efficienti crucchi. O perlomeno questo è quello che credevamo, ma le cose stanno cambiando. Eh sì, perché la politica di risparmi dettata dalla Merkel per assurdo sta facendo “regredire” la Germania che investe solamente il 5% del PIL sull’istruzione, contro il 7% Inglese. Con sempre meno laureati e 141esima nella classifica mondiale delle startup (l’Italia è 40esima) la Germania sembra non puntare più tanto sui suoi giovani. Ma non solo sull’istruzione, i tagli ci sono anche negli investimenti del settore industriale; la Germania non investe più sulle fabbriche, e lo dimostra il fatto che il tasso di investimento è passato dal 23% degli anni ’90 al 17% nel 2013. Campare di rendita si può, ma solo a tempi brevi cara Angela. Sopratutto nel momento in cui non si tende più ad innovare un paese, non investendo nei nuovi settori e nei giovani. Allora la domanda è: quanto durerà ancora lo strapotere Tedesco? Quanto ancora detteranno legge sull’Europa?

Nel frattempo però si teme un coinvolgimento di altre industrie automobilistiche, tra cui la FIAT. Secondo il giornale Die Welt il governo tedesco e la Commissione di Bruxelles sapevano già dell’esistenza di un software capace di manipolare i test. Ne darebbe prova la risposta parlamentare tedesca nel 28 luglio scorso ad un’inchiesta dei Verdi.  L’esecutivo rispose di condividere “l’opinione della Commissione europea, che ha sottolineato come l’impegno volto a eliminare i meccanismi manipolativi non si sia ancora del tutto affermato nella prassi comune”. Quindi, chi di dovere sapeva già tutto sui software, senza però specificare di quali case automobilistiche si parlasse. E intanto l’Italia trema perché il nostro PIL è trascinato dall’industria, nello specifico dalla FCA di Sergio Marchionne (gruppo che possiede la FIAT, Crysler, Jeep, Alfa Romeo, Maserati, Lancia, Fiat Professional, Abarth, Dodge, Ram Trucks, Mopar, SRT e Ferrari). Se si scoprisse un eventuale implicamento nella vicenda da parte delle società italiane, allora la nostra economia ricrollerebbe nel baratro e le belle parole del premier Renzi, combinate con i dati sballati dell’ISTAT, non servirebbero più a nulla.