La banca che fu il motore dello sviluppo industriale tedesco ed europeo con Herrhausen, ridotta oggi ad essere la banca più esposta ai derivati al mondo, Deutsche Bank, è stata indagata, insieme all’ ex management guidato dall’ A.D. Joseph Ackermann, dalla Procura di Trani per manipolazione del mercato ai danni dell’ Italia nel 2011. Secondo il PM Michele Ruggiero, ormai famoso come nemico della grande finanza per le sue indagini contro i colossi del rating finanziario, il reato di Deutsche Bank è quello di condotta manipolativa di mercato causata dalla divergenza tra il comportamento informativo ed operativo. Nello specifico, nel primo semestre del 2011, tra febbraio e marzo, la banca tedesca ha prima definito con informative ufficiali il debito pubblico italiano “sostenibile” per poi vendere 7 miliardi di titoli di debito italiano, massicciamente, in breve termine, over the counter (fuori dai mercati regolamentati) ed acquistare nello stesso periodo 1.4 miliardi di credit default swap (uno strumento finanziario di copertura per rischio paese) per coprire il “rischio Italia”. Queste operazioni, divenute note soltanto con il bilancio semestrale di Deutsche Bank a fine giugno del 2011, furono percepite dagli operatori di mercato come un chiaro segnale di sfiducia nella solidità del debito pubblico italiano. La violazione della normativa secondo il PM Ruggiero è stata la causa della variazione dei prezzi. Lo spread tra titoli italiani e titoli tedeschi cominciò a salire da luglio a novembre quando raggiunse il picco di 550 punti costringendo il governo Berlusconi alle dimissioni. Che ci sia stato un golpe finanziario ai danni dell’ Italia è ormai fuori dubbio. Quello che il PM Ruggiero sta cercando di definire con le sue indagini, come da lui dichiarato, è il responsabile.

È proprio sui responsabili della caduta del governo Berlusconi e del conseguente avvento del governo Monti che bisogna fare le maggiori riflessioni. Alan Friedman nel suo libro “Ammazziamo il gattopardo” in modo piuttosto fuorviante attribuisce ogni responsabilità a Mario Monti e all’ ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il beneplacito del governo tedesco guidato allora come oggi da Angela Merkel. La procura di Trani con quest’indagine sposta l’attenzione su un colosso finanziario che, pur avendo la sede principale sul suolo tedesco, rappresenta una delle maggiori banche d’affari internazionali, posseduta in gran parte da azionisti facenti capo ai più grandi fondi d’investimento al mondo, fondamentali responsabili nella nomina dell’ ex management. Al vertice della banca nel 2011 c’era come vice manager lo squalo della finanza speculativa Anshu Jain, poi diventato uno dei co-manager fino al 2015, famoso al mondo per essere uno dei più aggressivi utilizzatori di derivati, colui che ha portato la banca tedesca ad essere l’istituto finanziario maggiormente esposto in derivati al mondo. L’amministratore delegato invece era Joseph Ackermann, esponente del gruppo dei trenta, membro del consiglio direttivo del gruppo bilderberg, personaggio che vola dai management ai consigli d’amministrazione di multinazionali come Shell o Siemens, o di associazioni come il “World Economic Forum” o “Institute of International Finance”, è oggi presidente della Banca di Cipro grazie alla nomina ricevuta dall’ azionista di maggioranza nonché suo amico Wilbur Ross. Quest’ ultimo, per la curiosità del lettore, è uno degli uomini più ricchi al mondo secondo Forbes, inserito in diverse multinazionali attraverso la sua holding (oggi confluita nell’ enorme fondo d’investimento INVESCO), ed è stato sia curatore fallimentare che responsabile di diversi fondi privati d’investimento per le banche Rothschild [ https://en.wikipedia.org/wiki/Wilbur_Ross . ]

Secondo la rivista di Lucio Caracciolo “Limes” il vero protagonista della crisi italiana del 2011, definita dalla stessa rivista come “la capitolazione dell’ Italia nei confronti degli apparati della grande finanza” non è stata Deutsche Bank, bensì il più grande fondo d’investimento al mondo nonché maggior azionista di Deutsche Bank nel 2011: BlackRock. Quest’ ultimo controlla una quantità di denaro, efficacemente investita in consistenti partecipazioni nell’ azionariato delle più grandi ed influenti società del mondo occidentale, pari a più del doppio del PIL italiano, 4600 miliardi di dollari. Sempre secondo Limes utilizza “software e tecniche simili a quelli di Google (del quale è azionista di rilievo) e dell’ NSA per manipolare i clienti e per sondare gli umori degli investitori, il suo centro studi d’eccellenza Black Rock Investment Institute è all’ avanguardia nell’ esaminare le variabili di rischio politico-strategiche dei paesi”, dalla crisi del 2007 ad oggi ha incrementato del 50% la quantità di denaro e di investimenti gestiti, stessa cosa è accaduta agli altri quattro maggiori fondi d’investimenti al mondo. Nel 2011 BlackRock è stato il maggior beneficiario delle politiche di privatizzazione del governo Monti. Infatti, dal 2011 al 2014 si è posizionato in maniera eccellente nelle più influenti aziende e nei maggiori istituti bancari italiani, e, dov’ era già posizionato, ha aumentato le sue quote di partecipazione diventando in molti casi (troppi per elencarli, ma è sufficiente una piccola ricerca per rintracciarli) l’azionista di maggioranza, mettendosi oggi nella condizione di poter aumentare ulteriormente le sue quote azionarie in caso di ulteriori privatizzazioni.

In diversi articoli ho messo in evidenza come i più grandi fondi d’investimento sfruttassero le posizioni di rilievo nell’ azionariato delle aziende di telecomunicazione, dell’ energia e bancarie, ma l’attuale indagine del PM Ruggiero, ci fa riflettere su quale potere reale riescano ad esercitare sugli stati attraverso il possesso di debito sovrano nel portafoglio delle banche d’affari controllate, ci fa riflettere su quanto sia inopportuno che banche orientate alla speculazione e non esclusivamente al credito possano acquistare e cedere titoli di debito statali. Craxi negli anni 80 aveva capito che internazionalizzare il debito pubblico avrebbe dato in mano a soggetti esteri e privati dei poteri di controllo sui governi, infatti riconosceva la concreta possibilità che se un governo avesse voluto attuare una politica di spesa non gradita a taluni possessori di debito, sarebbe bastato a questi ultimi vendere una piccola quota di titoli di debito per aumentarne gli interessi e far lievitare il costo della suddetta politica di spesa di diversi miliardi, al punto di renderla inattuabile. Craxi capì la gravità di tale concezione prima che la “deregolamentazione” di Bill Clinton negli anni 90 la facesse diventare “la regola”, subordinando definitivamente il potere dello stato a quello della finanza. Secondo l’indagine della Procura di Trani l’intuizione di Craxi sembra essersi verificata nella più estrema delle ipotesi, ovvero la vendita di titoli di debito potrebbe essere stata la causa unica della caduta di un governo eletto.