A partire dagli anni Novanta la struttura del debito pubblico italiano è andata modificandosi e così si è pensato di far fronte ai nuovi rischi emettendo prodotti derivati. Qualche settimana fa il Tesoro italiano, su insistenza delle opposizioni, ha fatto trapelare a quanto ammonterebbero le perdite sui derivati tra la fine del 2011 e il 2014: 16,95 miliardi di euro. Un dato che fa discutere specie se messo a confronto con gli altri 18 paesi dell’UE che insieme hanno avuto perdite inferiori. I derivati sono prodotti che permettono di scollegare un rischio (il tasso d’interesse) dall’attività finanziaria alla quale il rischio è associata. L’aspetto più interessante è che questi contratti sono prevalentemente negoziati nei mercati over the counter, ovvero nei mercati non ufficiali dove la trasparenza è risibile specie sulla formazione dei prezzi. Nel 2014 i derivati sul debito pubblico erano negativi per circa 34 miliardi, nel 2013 il cumulo di passività ammontava a 29 miliardi. Ora, nella tempesta di fine 2011, in piena crisi finanziaria il Tesoro (e anche le regioni per un quinto del totale) hanno acquistato derivati per proteggersi dal rischio di un aumento dei tassi d’interesse che vi fu con la famosa crisi dello spread. La modalità di emissione per buona parte è quella di titoli a tasso fisso e a lunga scadenza: se i tassi scendono (e sono scesi rispetto al 2011) si andrà incontro a perdite che possono, come nel caso italiano, non essere del tutto compensate da minori pagamenti di interessi.  Nel 2015 lo stato italiano, nel pieno deflazionamento della sua economia e della discesa dei tassi d’interesse, è esposto ad ingenti perdite che ammonterebbero a 40 miliardi. Se per ipotesi nei prossimi anni i tassi non dovessero rialzarsi l’esborso sarà a essere a carico del Tesoro.

Si tenga in considerazione che tra futures, swap e altri tipi di contratti derivati lo stato centrale ha sottoscritto prodotti per 160 miliardi. La situazione insomma è completamente sfuggita di mano, ma il problema fondamentale sono stati gli errori di valutazione. Abbiamo detto della modalità di emissione, a tasso fisso e di lungo periodo. Su quest’ultimo aspetto è necessario aggiungere che il rischio si amplifica quanto più lunga è la scadenza del titolo poiché in un periodo temporale più lungo è logico aspettarsi un cambiamento di molte variabili, come ad esempio il tasso d’inflazione. Eppure, intrinseca a quello che è stato fatto, vi era e vi è ancora oggi l’idea che l’obiettivo nel 2011 fosse quello di neutralizzare un’impennata dei tassi d’interesse che avrebbe avuto delle ripercussioni sui conti pubblici. I tassi d’interesse viaggiavano già a livelli alti (7%) pertanto la scelta di emettere contratti con quelle modalità fu un errore che oggi stiamo scontando e che pagheremo negli anni seguenti. Oltre a ciò, la crisi del debito non riguardava la finanza pubblica, ma il debito estero. A causa di questo macroscopico errore di valutazione nel 2012 è stato approvato dal Parlamento Italiano il decreto Salva Italia con la tanto vituperata Riforma Fornero sulle pensioni. L’obiettivo di breve periodo sulla sottoscrizione di questi prodotti presuppone la stessa logica: un problema di conti pubblici. In realtà è proprio l’entità effettiva a cui ammonta l’esposizione in derivati dello Stato italiano che rischia di essere un boomerang, sia per l’impatto economico sia per le modalità con cui si è scelto di sottoscrivere buona parte di questi prodotti finanziari

L’ultima questione alla quale bisognerebbe dare una risposta è perché tra gli anni Novanta e gli anni Duemila l’ammontare di questi strumenti è via via cresciuto. In secondo luogo, come mai hanno proprio in questi ultimi vent’anni fatto leva su queste opzioni, nelle modalità che abbiamo ricordato. Alla prima questione si potrebbe rispondere guardando alla recente creazione di un mercato finanziario del tutto nuovo per l’Unione Europea. I soggetti ricorrono all’uso di questi strumenti per coprirsi contro il rischio di variazione di cambi e di tassi d’interesse. La volatilità di questi due fenomeni ha un suo chiaro inizio nello smantellamento del sistema di cambi fissi definito a Bretton Woods. L’eliminazione completa dei controlli sulla mobilità dei capitali ha reso disponibile agli operatori una più ampia diversificazione dei rischi. Per quanto riguarda l’esposizione in derivati dello Stato italiano, la motivazione per cui si è agito in questo modo a partire dagli anni ‘90 è semplice, banale, eppure così difficile da dire: potersi presentare con i parametri in regola alle grandi sfide dell’Europa all’indomani di Maastricht. Ora però bisogna onorare queste sottoscrizioni, le quali non sono state fatte esclusivamente dall’Italia: la Grecia ha per esempio dichiarato default con una sottoscrizione inferiore pari a 110 miliardi. Sappiamo qual è stato l’impatto di queste scelte per Atene. Per il momento invece se ne sa ancora poco nel Belpaese, ma sarebbe bene che venissero a galla tutti i numeri e anche tutti i responsabili.