I numeri rimbalzano da mesi, le stime si inseguono, al rialzo e al ribasso, ma la sostanza rimane la stessa: il Tesoro italiano ha perso e probabilmente continuerà a perdere sui propri contratti derivati. Tra il 2011 e il 2014, l’onere sostenuto ammonterebbe a quasi 17 miliardi di euro, gravanti sul debito pubblico. Soldini “veri”, fuoriusciti dalle tasche dello Stato. E non è il peggio. Qualora i contratti fossero chiusi oggi, la perdita si concretizzerebbe in circa 42 miliardi di euro, a fronte di un valore nominale che si aggira sui 160 miliardi di euro (fonte: IlSole24Ore). In altre parole, contratti firmati per proteggersi da un improvviso e violento rialzo dei tassi di interesse (poi non verificatosi) si sono rivelati un oneroso errore di calcolo o, detta in maniera più verace, una scomessa perdente. Perché questo sono i derivati: scommesse, siano esse atte ad assicurarsi contro eventi futuri e potenzialmente dannosi, a gestire il rischio o, ovviamente, a guadagnare speculando. Contratti intricatissimi che hanno de facto obiettivi comuni, minimizzare il rischio e/o massimizzare il ritorno, e che tendono a risolversi con grandi vincite o grandi perdite, sempre speculari le une alle altre. Infatti i derivati si articolano secondo la ferrea regola dei giochi a somma zero, che non conoscono né condivisione del rischio né della perdita: se io vinco, tu perdi. Un pericolosissimo gioco, dunque, la cui unica regola risponde al mors tua, vita mea e che scandisce il funzionamento di un mercato globale valutato intorno ai 630 bilioni di dollari, ossia 630mila miliardi di dollari (stima al dicembre 2014, BIS). Per avere un’idea del significato di tale cifra, è sufficiente ricordare che lo scorso anno il PIL mondiale si è attestato sui 77-78 bilioni di dollari.

In questo scenario dai numeri folli, tanto virtualmente evanescenti quanto concreti nelle loro ricadute sulle economie reali, c’è chi lamenta la scarsa lungimiranza del Tesoro, incapace di stipulare contratti derivati profittevoli. Dovremmo prendere esempio, dicunt, dalla Germania e dalla Francia che, tra il 2011 e il 2014, avrebbero “guadagnato” rispettivamente 556 milioni di euro 3.2 miliardi di euro, a beneficio delle pubbliche finanze. Considerata la mole dei debiti sovrani, tali incassi appaiono relativamente irrisori. Come se ci fosse, poi, qualcosa di lodevole nel lucrare su quelle che sono certe perdite altrui. Il problema non è la stipulazione di contratti “convenienti”, ma la stipulazione di tali contratti e basta. Vi è un che di perverso nel riporre la fiducia in strumenti che sono una deformazione dell’economia e della finanza, generanti montagne di denaro non corrispondenti ad alcuna creazione di ricchezza reale. Strumenti pensati per guadagnare massimamente dal commercio di ciò che merce non dovrebbe essere, ovvero la moneta, e dall’usura, incarnata da tassi virtuali che non riflettono alcun ritorno reale verificato (infatti, la maggior parte dei contratti derivati giocano sulle variazioni dei tassi e dei cambi valutari). Oltretutto, è una mistificazione pensare che si possa erodere, o perlomeno contenere, il debito pubblico trovando la combinazione ottimale tra swaps, swapoptions e altri espedienti simili. Il mercato finanziario, oggigiorno il mercato par excellence, è un cavallo imbizzarrito che corre dove vuole alla ricerca del maggior ritorno, ça va sans dire. Certo, se è proprio necessario scommettere, tanto vale cercare di puntare sul cavallo vincente. Ma è così necessario scommettere, fosse anche per “proteggersi”? La risposta potrebbe essere affermativa una volta considerata l’inscindibile relazione di dipendenza che sussiste, fin dalla loro formazione, tra debito pubblico e mercati finanziari. Infatti, cos’è il debito pubblico se non una promessa di pagamento infinitamente rimandabile perché infinitamente rifinanziabile sui mercati? Togliete i mercati finanziari e gli Stati non saprebbero come (ri)finanziare il loro debito pubblico. Pertanto, è difficile concepire come gli Stati, partecipanti ai mercati perché da essi dipendenti, possano rimanere completamente isolati da meccanismi dominanti come quelli legati agli strumenti derivati. D’altronde, come ci testimoniano gli eventi degli anni recenti, sono i mercati, senza regole, a dettar regole.