Dieci anni fa la maggior parte degli economisti guardava al Quantitative Easing come ad un’esotica pratica confinata alla sfortunata esperienza giapponese (stagnazione e deflazione prolungate, stagdeflazione in breve). Ben Bernanke, futuro presidente della Fed, ebbe a dire che giammai le economie occidentali avrebbero dovuto ricorrere a tale estrema soluzione, vista la solidità dei loro fondamenti. Poi vennero il 2008 e la crisi finanziaria, e con loro le politiche monetarie ‘unconventional’, eterodosse: tassi azzerati, liquidità facile e, per l’appunto, il Quantitative Easing (QE), alleggerimento quantitativo in italiano. Prassi che consiste nell’acquisto di titoli finanziari di varia natura da parte delle banche centrali, il QE è stato adottato quale punta di diamante delle politiche anti-crisi dalla Fed, dalla Bank of England e da un anno a questa parte anche dalla BCE. Francoforte, sulla quale i paesi dell’Eurozona hanno riversato de facto ogni speranza di ripresa economica, visti i vincoli che imbrigliano le politiche fiscali nazionali e l’irrilevanza degli investimenti della Commissione, sta puntando forte sull’alleggerimento quantitativo. Funzionerà? Se l’obiettivo è quello di risollevare l’inflazione, per scacciare i fantasmi di una stagnazione secolare alla giapponese, l’esperienza anglo-americana invita allo scetticismo.

Da una parte, il QE targato Fed e Bank of England ha influenzato positivamente l’andamento dei mercati finanziari, contenendo e comprimendo i rendimenti sui titoli a lungo termine, quelli più rischiosi, e spingendo in alto i prezzi. Wall Steet in particolare ha conosciuto un vero e proprio rally nel quinquennio successivo al 2009 che ha portato gli indici borsistici americani a toccare vette inesplorate. Dall’altra, l’impatto sulla cosiddetta economia reale si è rivelato alquanto limitato. Difatti, tanto in America quanto nel Regno Unito, l’inflazione è rimasta ostinatamente sotto la sospirata soglia del 2% e come ha ammesso D. Kohn, ex vice-presidente della Fed, la ripresa è stata lenta e non soddisfacente. Lo stesso Bernanke, strenuo fautore e difensore del QE, ha dovuto ammettere che l’efficacia reale di tale politica monetaria rimane empiricamente incerta (link). In breve, i meccanismi che avrebbero dovuto trasmettere l’esuberanza dei mercati all’economia in toto non sembrano aver funzionato a dovere.

In teoria, comprimendo i tassi e sostenendo il valore di mercato degli asset finanziari, il QE avrebbe dovuto incoraggiare indirettamente sia gli investimenti, grazie ai tassi di finanziamento più accessibili, sia i consumi, grazie al cosiddetto wealth effect (‘effetto ricchezza’), legato al rialzo dei prezzi dei titoli finanziari. Tuttavia, la domanda  è rimasta relativamente sonnolenta. Una delle spiegazioni plausibili a tale sonnolenza risiede nell’incapacità del QE di influenzare concretamente la capacità di spesa della maggior parte delle famiglie. A beneficiare del rialzo del valore di mercato dei titoli finanziari, e dunque dell’effetto ricchezza, sono infatti i detentori di suddetti titoli, che si contano generalmente nelle fasce sociali più abbienti. Una realtà sociale che è tuttavia ristretta e che presenta una propensione marginale al consumo inferiore rispetto al resto della popolazione.

Muovendo da tali considerazioni, diversi esponenti dell’intellighenzia finanziaria si sono schierati a favore di misure più drastiche del QE, capaci di apportare benefici tangibili anche a coloro che non detengono ricchezza finanziaria. Tra tutti spicca Adair Turner, ex numero uno dell’Autorità per i Servizi Finanziari (FSA) britannica, un passato tra McKinsey e Merril Lynch, il quale invoca da tempo il ricorso allacreazione di denaro da accreditare gratuitamente sul conto corrente di ciascun cittadino al fine di far ripartire i consumi. In altre parole, Turner auspica una ‘pioggia monetaria’ che cada omogeneamente sull’economia in questione e che finanzi direttamente la domanda senza passare tramite gli arzigogolati canali dei mercati finanziari. In sostanza, quello che proponeva già a suo tempo Milton Friedman quando parlava di helicopter money, denaro sganciato in quantità industriali dagli elicotteri della Banca Centrale. Tale è l’insoddisfazione per i magri risultati ottenuti finora dai vari QE che tale proposta, potenzialmente assai inflazionistica, sta guadagnando credibilità anche tra i policy-maker. Lo stesso Draghi (!) ha affermato di condividere l’interesse che gli economisti stanno manifestando per il concetto di helicopter money. Che il populismo finanziario abbia fatto breccia a Francoforte? C’è da dubitarne. La verità è che i tassi a zero e il QE, che rialza i prezzi degli asset ma ne comprime i rendimenti, erode i margini di guadagno delle banche. Deutsche Bank, che ha subito forti ribassi in borsa gli scorsi mesi, ha levato il suo grido di dolore chiedendo alla BCE politiche monetarie che non soffochino i profitti bancari. Si rialzino i tassi, e che piova piuttosto denaro, gratis e abbondante. Ma che a farlo piovere sia la Banca Centrale, ovviamente.