L’inflazione, il tasso di incremento dei prezzi al consumo, torna in territorio negativo. Precisamente, a febbraio, l’Eurozona ha segnato un -0,2% rispetto allo 0,3% di gennaio. Intuitivamente, ciò potrebbe sembrare qualcosa di positivo agli occhi del consumatore. Non è così. La deflazione è sintomatica di una stagnazione dei consumi e a sua volta è parte di un circolo vizioso che, vorticosamente, porta l’Eurozona verso un’epoca da “decennio perduto” in salsa nipponica. Il danno ormai è stato fatto. In questi casi dovrebbe esserci una trepidante attesa per l’arrivo della cavalleria che però, in realtà, non c’è. La politica sa perfettamente che tutte le armi a disposizione della BCE, istituzione che ha nelle sue mani ogni singolo proiettile della leva monetaria, hanno fallito. Il famigerato “whatever it takes” di Draghi, così come il “Bazooka”, e l’apparentemente miracoloso Quantitative Easing si sono rivelati delle semplici mosse di marketing. L’idea è quella di rendere caricaturale questa drammatica congiuntura, ostentando sicurezza, mentre si fa incetta di psicofarmaci in preda all’ansia, una volta terminata la giornata lavorativa e rientrati a casa. Il destino dell’Eurozona era segnato da tempo, solo che non si è mai avuto il coraggio di ammetterlo. Vincoli di bilancio che hanno chiuso i rubinetti degli Stati, la necessità di una prepotente svalutazione salariale per far fronte all’assenza di svalutazione monetaria, la repressione della domanda aggregata per spingere sul pedale dell’esportazioni: come si poteva pretendere che tutte le suddette forzature non portassero ad una stagnazione e ad una conseguente e inevitabile deflazione?

L’Europa è la protagonista di una pellicola apocalittica, in stile Armagheddon, in cui lo Shuttle, una volta atterrato sull’asteroide, ha esaurito e compilato tutti i protocolli suggeriti da Houston, o meglio, Francoforte. Il costo del denaro è pressoché allo zero, il sistema finanziario è ormai inondato da anni di liquidità nell’era del “denaro facile”: eppure la deflazione non se ne va. A dire il vero, un’ultima speranza esiste, e risiede nell’umiltà latente delle classi politiche nazionali ed europee. Umiltà di ammettere un errore, quello di aver anteposto una unione monetaria senza reali presupposti ad un’unione politica di lungo corso, che potesse davvero costituire le fondamenta di un unico Stato federale in cui regnasse la prosperità. Umiltà di riconoscere che soltanto a partire dall’economia reale si possa porre fine a questa crisi, dando qualche schiaffo a muscoli pallidi e deboli, per riattivare la circolazione. Non è sufficiente puntare il dito contro il petrolio eccezionalmente basso: è imprescindibile ripensare al modo di generare crescita. Domanda e offerta si incontrano nell’equilibrio di bilancio, equilibrio che non ha la minima intenzione di smuoversi, mascherandosi da deflazione. Interrompere la produzione di beni essenziali, rendendo rari e preziosi pane, pasta e acqua, facendo schizzare i prezzi in alto. Lavorando sul lato dell’offerta si potrebbe pensare ad una carestia dall’alto potere inflattivo, ma è facilmente comprensibile quanto sia fuori da ogni logica di buon senso all’interno dell’evoluto seppur bistrattato XXI secolo.

Rimane un solo altro lato: quello della domanda. Attraverso una politica economica realmente espansiva (ad esempio deficit di bilancio, ndr) è possibile aumentare il reddito dei consumatori, rendere meno restrittivo il proprio vincolo di bilancio (inteso microeconomicamente) e aumentare la domanda di beni e servizi. Agendo in codesta maniera, decisamente più ortodossa per quanto rivoluzionaria nell’attuale Eurozona, si potrebbe davvero fronteggiare il dramma della deflazione, per definizione arcigna: vecchio e insopportabile parente che tradizionalmente non vuole alzare il proprio fondoschiena dalla poltrona di casa, facendo perdere interi pomeriggi potenzialmente produttivi. Al principio di tutto vi è comunque il necessario risveglio di un’umiltà da anni assente, imprescindibile fattore di lungimiranza all’interno dello stagnante e poco incoraggiante scacchiere economico odierno.