Debito pubblico, dannato mostro dalla sovrannaturale forza, invulnerabile e invalicabile. La storia ricorda un coraggioso Eracle, unico uomo, ad oggi, iscritto nell’albo d’oro di coloro che riuscirono a sconfiggerlo. Indicativamente, si può collocare l’impresa a innumerevoli secoli fa, quando ancora “Debito Pubblico” era conosciuto come Cerbero. Creatura mitologica, si presenta agli occhi di chi la guarda come un enorme cane a tre teste, pronto a latrare verso chiunque gli si avvicini. Tra le sue tante apparizioni all’interno della letteratura di ogni tempo, si pesca quella più rappresentativa economicamente parlando. Nel 1300, precisamente nella notte tra l’8 e il 9 aprile, Cerbero sbarra la strada dei gemelli del gol Dante e Virgilio, durante il cammino attraverso il terzo cerchio infernale, quello dei golosi. La simbologia medievale, correndo in soccorso, suggerisce che le tre teste di Cerbero altro non sono se non l’allegorico palesarsi dei tre modi del vizio di gola: secondo qualità, secondo quantità, secondo continuo. Dal ventre largo e dagli occhi vermigli, l’enorme creatura mitologica si ingozza di tutto, senza fine, come un buco nero. I media del XXI secolo, per descriverla, hanno deciso di cambiarle il nome in Debito Pubblico, commettendo un grave errore concettuale e alterando la corretta visione della realtà fattuale.

Spesso la comunicazione di massa sembra dimenticarsi del terzo principio della dinamica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Per ogni debito vi è un credito di uguale entità e, per definizione, di segno opposto. Il concetto è valido per il fruttivendolo, per il droghiere e, naturalmente, per lo Stato. È indubbio che “debito pubblico” sia un nome ingannevole per i non addetti ai lavori: diventa decisamente più cristallino chiamandolo “debito dello Stato nei confronti di cittadini e investitori”. Tramite questa sorta di correzione, si è in grado di comprendere come i cittadini siano in una posizione creditoria, in un certo senso arricchiti dal debito pubblico. Avvenuta questa rivoluzione copernicana, immediatamente l’allegoria di Cerbero viene spazzata via, ponendo le basi per la comprensione del funzionamento della nazione.

L’immaginario comune, ormai intriso del mantra “corruzione, magna-magna, sprechi”, visualizza un calderone, un pozzo senza fondo, alienandosi il diritto/dovere di ragionare: vi è la necessità di vestire i panni di un contabile. Collocando la mente in un ideale 31/12, ci si ritrova a dover stilare il bilancio di verifica, per assicurarsi di aver compilato i conti nella maniera corretta. Nella colonna di destra si trova il conto “debito pubblico” e il buon contabile sa che nella colonna di sinistra deve esservi un conto di pari valore, tale da bilanciare la colonna opposta. Dopo una ricerca nemmeno troppo lunga si ritrova il mastrino in questione, gergalmente una variazione economica positiva, di nome “ricchezza dei cittadini”, astrattamente di egual valore. In economia vige un gioco a somma zero: è inconcepibile un qualsiasi debito che esista per sé stesso, se non in un luogo artificialmente alterato da lenti mediatiche. Nello stesso istante in cui si realizza tutto ciò, il cerbero stramazza al suolo e non fa più paura, non “graffia li spirti ed iscoia ed isquatra”, bensì diventa concettualmente oltre che materialmente un semplice ingranaggio del meccanismo economico. Idealmente tale ragionamento non ha alcun passaggio di difficoltà insormontabile: è il verbo stesso “pensare” che non rientra più nelle prerogative degli elettori, sempre più accomunabili ad un Winston Smith che nutre dubbi sul risultato di 2 + 2. Per quanto possa sembrare paradossale, il vizio della gola di Cerbero/Debito Pubblico non è un peccato che, una volta perpetuatosi, si è tramutato in zavorra e sarà lasciato in eredità alle nuove generazioni: è semplicemente il risultato di un progresso economico, di un aumento della ricchezza del settore privato necessario alla vita stessa della civiltà contemporanea.