Uno dei leitmotiv che hanno scandito i tempi di questa campagna elettorale è stato quello della necessità di ridurre il debito pubblico. Secondo molti, infatti, la considerevole mole delle passività dello Stato Italiano rappresenterebbe un danno allo sviluppo economico del paese, in quanto ridurrebbe lo spazio di manovra fiscale, già severamente ridotto da Maastricht, e renderebbe l’Italia vulnerabile alla mancanza di fiducia da parte dei mercati. La tesi di fondo, in sostanza, è quella secondo cui bisognerebbe risparmiare nei momenti di crescita per poter spendere in quelli di crisi. Di fronte alla sorda e sterile ripetizione di questo mantra senza fine, ci sembra inutile insistere sul fatto che siamo in avanzo primario da un quarto di secolo e che, in ogni caso, il problema del debito pubblico si risolve con la crescita e l’inflazione – per inciso: le uniche cose che l’Euro non può garantire. Cerchiamo dunque di dare, come al solito, uno sguardo al lungo periodo: la politica economica di oggi non può non tenere conto di quella di ieri.

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È pacifico che il drastico aumento del rapporto tra debito pubblico e reddito nazionale si sia verificato a seguito dell’imposizione dell’indipendenza della Banca d’Italia dal Governo, fatto anche noto come divorzio, nel febbraio del 1981. La differenza è assai evidente sia nei livelli (53% nel 1980, 130% oggi) sia nei tassi di crescita (3% medio negli anni 1960-1980, 9% dal 1981 al 1993). Certo, si potrebbe negare il nesso di causalità tra i due eventi, post hoc ergo propter hoc, ma non sarebbe ragionevole. Al contrario, i più ferventi sostenitori del rigore dei conti pubblici riconoscono che il divorzio abbia causato un aumento del debito, ma allo stesso tempo sostengono che fosse necessario al fine di vincolare il Tesoro, che avrebbe altrimenti continuato a perseguire dei deficit sempre più ingenti.

Andiamo con ordine: in precedenza, con la riforma del mercato dei BOT del 1975, la Banca d’Italia si era assunta l’obbligo di intervenire sul mercato primario per acquistare i titoli invenduti. Il fine principale di questa operazione non era tanto quello di monetizzare il fabbisogno pubblico, quanto piuttosto di calmierare i tassi di interesse, mantenendoli ad un livello tollerabile per le necessità di finanziamento dello Stato. Piccolo dettaglio (nulla avviene per caso): come mai tale riforma ebbe luogo proprio nel 1975? Dalla fine della Guerra per tutti gli anni della ricostruzione e anche gli anni ’60 i paesi sviluppati sperimentarono il ben noto miracolo economico, con crescita stabile, bassissima disoccupazione e moderata inflazione. Il sogno cominciò poi a dissolversi con l’aumento del 170% del prezzo del petrolio tra il 1973 e il ‘74 e, per l’appunto, la recessione del 1975, che fu la prima al livello globale. Successivamente, i tassi di crescita occidentali rallentarono progressivamente e periodiche recessioni divennero la norma. Per questo i governi, che fino a prima potevano permettersi dei budget più bilanciati, dagli anni ’70 in poi dovettero cominciare a spendere di più per ragioni anticicliche. Infatti proprio nel 1975 il fabbisogno pubblico italiano per la prima volta andò in doppia cifra.

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Fonte: Linkiesta

La maggior parte degli apologeti del divorzio è concorde sul fatto che gli ingenti disavanzi pubblici, causando un’eccessiva creazione di base monetaria, fossero i principali responsabili della sostenuta inflazione che caratterizzò quell’epoca. Insomma, bisognava porre un freno alla spesa pubblica corrotta e clientelare che nelle mani di politici senza scrupoli stava andando fuori controllo, danneggiando così l’economia reale con un continuo aumento dei prezzi al consumo. Del resto, il processo di disinflazione in Italia fu rapido negli anni successivi all’indipendenza di Palazzo Koch. L’approccio monetarista è stato frequentemente adottato nell’analisi economica della storia italiana: in effetti, una certa correlazione tra moneta e prezzi pare esserci.

Tuttavia, questa visione è ben criticata da Bertocco (2001); infatti, non solo il monetarismo non può spiegare né le variazioni dell’inflazione tra gli anni ’80 e ’90 né tantomeno la crisi del 1992, ma esso è persino confliggente con le dichiarazioni di quattro governatori della Banca d’Italia: Guido Carli, Paolo Baffi, Carlo A. Ciampi e Ignazio Visco. In altre parole, l’inflazione degli anni ’70 non è ascrivibile alla cosiddetta fiscal dominance, l’accomodante politica monetaria necessaria per finanziare i disavanzi pubblici, bensì ai continui aumenti dei costi di produzione (più precisamente: i salari nominali) in quegli anni. E, puntualmente, nelle Considerazioni finali sul 1980 il Governatore Ciampi sottolinea la necessità di una dinamica salariale coerente con la stabilità dei prezzi.

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Ecco fatto: l’abbattimento della crescita dei prezzi viene perseguito attraverso l’abbattimento della crescita dei redditi. Sia ben chiaro: qui non si sta sostenendo che la spesa pubblica fosse esente da irregolarità e inefficienze (fatti peraltro ampiamente documentati), bensì che la spregiudicata prodigalità dei governi sia stata strumentalizzata per un altro fine. Il divorzio era funzionale al perseguimento delle politiche monetarie restrittive perché l’Italia potesse rimanere all’interno del Sistema Monetario Europeo. Per evitare il continuo deprezzamento del cambio, a causa del continuo deficit estero, era necessario frenare l’apprezzamento reale.

Proprio così: dall’ingresso nello SME, nel marzo 1979, alla metà del 1981 la Lira si era già svalutata del 9% sull’ECU e già la Banca d’Italia aveva cominciato a consumare le proprie riserve per sostenere la divisa italiana. Per tamponare l’inflazione c’era bisogno di moderare l’occupazione. In che modo? Come detto prima, la stretta monetaria determina un aumento dei tassi di interesse e viene meno così il principale incentivo all’investimento. È assai più remunerativo acquistare titoli pubblici, adesso che la Banca d’Italia non modera più i rendimenti attraverso l’intervento sul mercato primario. Infatti, proprio a partire da quel momento si registra una robusta crescita dei rendimenti dei BTP:

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Fonte

Il fabbisogno pubblico medio negli anni ’70 si assestava sull’8-9% di PIL e le uscite nette erano equamente divise tra interessi e consumi-investimenti reali. Nel decennio successivo, al contrario, il deficit aumenta sino a superare il 10% di PIL, ma la spesa primaria diminuisce e non supera mai il 3%. Insomma, è proprio vero che l’inflazione è la più iniqua delle tasse: si accanisce su una ristretta minoranza, i rentiers, a vantaggio degli imprenditori e dei loro dipendenti. Con l’indipendenza della Banca d’Italia si è provveduto ad una redistribuzione dei redditi dal lavoro al capitale. E se, com’è ovvio, il risparmio è funzione del reddito, le cose allora non dovrebbero essere andate troppo bene per la maggioranza. Infatti:

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Flusso dei risparmi nazionali netti (%RNL) Fonte: Banca Mondiale.

Negli anni in cui c’era l’inflazione a due cifre anche i risparmi erano due cifre. Ecco la riprova empirica che il risparmio si tutela garantendo l’occupazione e i salari, non la stabilità dei prezzi. Come riporta Bertocco (ibidem) negli anni ottanta le famiglie aumentarono di molto la quantità della loro ricchezza detenuta in titoli piuttosto che in valuta, ma anche la pressione fiscale crebbe parecchio (35% nel 1980, 46% nel 1992) e a beneficiare degli hikes, per dirla con Greenspan, furono solo i redditi medio-alti. Oltretutto, ricordiamo, di fronte a rendimenti così attraenti, le imprese investirono sempre meno i loro profitti nell’innovazione tecnologica.

Attenzione: nel 1981 lo Stato Italiano non aveva ancora rinunciato a tutti i controlli sui movimenti di capitale (quello avverà a seguito dell’Atto Unico Europeo e le direttive 566/1986 e 361/1988); la stretta monetaria non influenzò direttamente la Bilancia dei pagamenti, attraverso il conto finanziario, bensì frenando il reddito, i salari e i prezzi, quindi limitando il deficit di conto corrente. L’obiettivo di Ciampi e compagnia era quello di porre fine alla fiscal dominance degli anni ’70, ben sapendo che politica monetaria e fiscale devono sempre muoversi per moto parallelo e mai contrario. Dopo il divorzio, via Nazionale continuò comunque a monetizzare una parte del disavanzo, sia intervenedo sul mercato primario, sia con il Conto corrente di tesoreria; ma -contrariamente a prima- fissò la propria politica monetaria in modo del tutto indipendente dalle esigenze di finanziamento del Tesoro. La spesa per interessi è stata quindi la principale causa dell’aumento dello stock di debito dello Stato. Ma non è finita qui: la disinflazione forzata e, ovviamente, la rigidità del cambio, vincolarono pesantemente l’azione dei governi nella politica economica. Sarebbe dunque difficile negare che, in assenza di questi ostacoli, il PIL sarebbe cresciuto mediamente di più.

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La contraddizione, adesso, è che chi sostiene che l’indipendenza della Banca d’Italia fosse necessaria per togliere a governi corrotti e corruttori la possibilità di spendere e spandere a piacimento, ammette -più o meno implicitamente- che la politica economica può decidere autonomamente a che tasso finanziare il fabbisogno pubblico. I “divorzisti” riconoscono quindi che la volatilità dei tassi e lo spread non dipendono dalla “credibilità” dell’Italia agli occhi dei mercati, bensì dalle decisioni della BCE. E questo non lo diciamo (solo) noi, che siamo ignoranti e populisti, ma anche il Centre for Economic Policy Research. È dunque fuori discussione che i rendimenti dei titoli di Stato dipendano dalle decisioni prese a Francoforte e non dalla “credibilità” del paese in questione; soltanto in una situazione di disinformazione endemica e strutturale, quale quella attuale, si può impunemente sostenere il contrario. E, volendo fare un ulteriore passo in avanti, vediamo come cade miseramente l’argomento (si fa per dire) secondo cui l’Euro abbia dato allo Stato Italiano la possibilità di finanziarsi a tassi più bassi: quando decidevamo autonomamente la nostra politica monetaria questo problema non esisteva.

Eppure, incuranti di tutto questo, diversi politici, economisti e giornalisti continuano ad invocare sempre le stesse draconiane misure. Esiste una concreta probabilità che in questi giorni si riesca a formare un’intesa di governo proprio per continuare sulla strada del pareggio di bilancio. Viceversa, una manovra moderatamente espansiva -oltre i limiti del Patto di Stabilità- sarebbe tranquillamente attuabile, vista l’attuale possibilità di finanziamento a tassi negativi. Anzi, proprio perché la manovra iperespansiva della BCE sta volgendo a termine, a settembre i tassi cominceranno a risalire. Questo sarà particolarmente un problema per il sistema bancario, già gravato da crediti inesigibili e vulnerabile dal livello di debito privato che rischierebbe l’insolvenza. Poi, naturalmente, c’è anche il fronte del commercio internazionale: assai probabilmente ci sarà anche una rivalutazione dell’Euro sul Dollaro americano, con conseguente diminuzione della domanda effettiva per le nostre esportrazioni. Non sarebbe da escludere anche una severa recessione. Il prossimo esecutivo dovrà fare i conti con uno scenario complesso; attendiamo le scelte di chi è consapevole delle proprie responsabilità.