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Dopo Parigi viene Marrakech. Dal 7 al 18 novembre, la grande città del Marocco ospita la ventiduesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (la sigla COP22 sta per ‘conferenza delle Parti’). Dopo una prima settimana di trattative su tavoli specifici, il meeting è entrato nel vivo a partire da martedì con l’arrivo delle diplomazie e dei Capi di Stato. Indubbiamente questa conferenza ha un carattere maggiormente tecnico rispetto alla precedente edizione, ed è stata accompagnata da una scarsa eco mediatica se confrontata con quella di Parigi, ma ciò non significa affatto che questa volta la posta in gioco sia meno rilevante. La funzione del summit di Marrakech è essenzialmente quella di fare il punto sugli obiettivi fissati a Parigi, cercando di precisare il contenuto degli impegni assunti e di delineare più compiutamente una road map per la loro attuazione. Si tratta in questo senso di un appuntamento cruciale: è il momento di fare i conti con le buone intenzioni e tradurle in pratica una volta per tutte, un passaggio fondamentale per evitare che rimangano solo sulla carta.

French President Francois Hollande (right), French Foreign Minister and president of the COP21 meetings Laurent Fabius (second from the right), UN climate chief Christiana Figueres (left) and U.N. Secretary-General Ban ki-Moon join hands after the final adoption of an agreement at the COP21 United Nations conference on climate cha

I festeggiamenti dei potenti. Il Presidente francese François Hollande (ultimo a destra) festeggia con Fabius (ex Ministro degli Esteri francese) e Ban Ki-moon (Segretario dell’ONU).

L’accordo di Parigi ha certamente segnato un importante passo avanti nelle politiche di lotta ai cambiamenti climatici. Con COP21 si è dato il via ad una nuova fase che dovrà articolarsi e svilupparsi a partire da un impegno preciso: stoppare la crescita della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C, sforzandosi peraltro di contenerla entro 1,5 °C. L’accordo di Parigi è entrato in vigore il 4 novembre, dopo la ratifica di Stati Uniti, Cina, India ed Unione Europea. Nonostante i progressi, i risultati fin qui raggiunti restano per molti aspetti inadeguati e le troppe incognite impediscono di guardare finalmente al futuro del Pianeta con un poco di speranza in più. Soprattutto, non essendo stato introdotto un apparato di sanzioni in caso di violazione degli accordi, non si può parlare di un vero e proprio obbligo, tutt’al più di concrete intenzioni. Diventa allora fondamentale cercare di capire come a Marrakech si vorrà dare concreta attuazione alle previsioni dell’accordo. COP22 servirà a verificare se la strada fin qui intrapresa sia quella giusta. Uno dei temi di cui si sta discutendo maggiormente a Marrakech è quello dei finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo. Come ha spiegato Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera,

Il punto chiave è la certezza dei finanziamenti e la loro ripartizione“.

Molte regioni dell’Asia e dell’Africa, insieme ai piccoli Stati insulari dei vari Oceani, sono tra i più esposti agli effetti nefasti del riscaldamento globale, spesso senza esserne di fatto responsabili, o comunque senza i mezzi e le risorse per attuare politiche ispirate a criteri di sostenibilità ambientale. Per questo uno degli impegni principali assunti a COP21 è stato quello di garantire 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020 per i Paesi più poveri, anche in funzione di prevenzione rispetto alle catastrofi naturali che qui colpiscono con grande violenza popolazioni prive di difesa.

“Ci dovrebbe essere anche l’approvazione dell’appello di Marrakech proposto dal Marocco, che spinge per il sostegno a quei paesi che pagano un prezzo alto ai mutamenti climatici, ma non hanno le risorse tecnologiche ed economiche per affrontarli

Chiarisce Realacci (fonte ANSA). Il problema è il modo in cui si muovono questi flussi di finanziamenti. Trasparenza e accountability sono due componenti imprescindibili: occorre individuare regole chiare, e proprio su questo punto si gioca il buon esito della conferenza di Marrakech. In questo contesto, pesa sui tavoli dei negoziati l’ombra di Donald Trump, il neo eletto Presidente degli Stati Uniti, vero e proprio convitato di pietra.

Dibattito pre-elettorale tra Hillary Clinton (sostenitrice della causa ecologista) e Donald Trump (il cambiamento climatico “è una bufala cinese”).

Se c’è un aspetto politico di Trump che più di qualunque altro si presta a delle forti critiche, è la posizione assunta nel corso della campagna elettorale circa le iniziative su fronte ambientale.

“Record low temperatures and massive amounts of snow. Where the hell is GLOBAL WARMING?”

Si chiedeva in un tweet dell’anno scorso il tycoon newyorkese. E’ nota, inoltre, l’opinione per cui il riscaldamento globale sarebbe un’invenzione della Cina per danneggiare l’economia americana. Le parole di “The Donald” potrebbero anche essere volutamente iperboliche, e i suoi annunci potrebbero rientrare in una precisa strategia di comunicazione che lascerà presto spazio ad una presa d’atto della gravità del problema, con conseguente assunzione di responsabilità da parte degli USA. Ma il timore è che, per contro, Trump possa inserire la retromarcia ed accontentare quell’ala del Partito Repubblicano che si è sempre schierata a fianco delle industrie petrolifere e carboniere, ostentando un approccio ‘negazionista’ al riscaldamento globale. La nuova Amministrazione americana avrà davanti a sé diverse possibili opzioni, e nessuna garantisce un modo agevole per liberarsi dagli impegni presi fino ad ora. Ad ogni modo, senza un impegno concreto degli Stati Uniti per implementare politiche di serio contrasto all’inquinamento e all’effetto serra, tutta la buona volontà degli altri Paesi potrebbe rivelarsi insufficiente. Piaccia o no, gli Stati Uniti hanno  ancora una volta tra le mani il futuro del mondo. Mentre Trump delinea un disimpegno dell’America a livello globale, proprio sul fronte dell’ambiente il ruolo degli Stati Uniti continuerà ad influenzare le scelte che ci attendono.