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Potreste alzarvi domattina e metter su una bancarella in centro, a Milano, vendendo magari carne o altri alimenti di ignota provenienza senza avere nessuna autorizzazione per farlo, nessuna prescrizione igienica, nessuna tassa da pagare o regola sull’orario. Molto probabilmente verreste fermati dopo poco tempo, condannati a qualche ammenda o, anche nel caso la faceste franca, come spesso accade, sareste comunque considerati abusivi dal giudizio dei passanti. Ora, immaginate invece che una multinazionale americana si inventi un’app che fattura miliardi mettendo in collegamento chi ha carne putrida da offrire in strada con chi, innocentemente, ha bisogno di comprarla. A questo punto, altrettanto probabilmente, la vostra libera transazione illegale si trasformerebbe in condivisione di esperienze, in sharing economy, nel futuro!

Questo è quello che sta succedendo in molti settori economici, dalla ristorazione alla ricezione alberghiera, dai trasporti alla consegna del cibo, dove servizi come Airbnb o Foodora registrano un sempre più rapido sviluppo. Basta un’applicazione glamour sul nostro smartphone, e una società pronta a riscuotere dei lauti profitti, per trasformare lo sfruttamento del lavoro, la concorrenza sleale e l’evasione fiscale in “un servizio straordinario”, come sosteneva Matteo Renzi nel 2014. In questa battaglia tra “vecchio” e “nuovo” – sta a voi attribuire valore semantico ai due termini – i tassisti si sono sempre dimostrati fra le categorie più combattive. Nel loro caso, potremmo a tutti gli effetti parlare di corporazione, scrollando di dosso a questa parola la visione ideologica secondo cui la competizione è il Sommo Bene, mentre l’unione per interessi comuni è sempre un crimine da condannare. L’interesse comune dei tassisti, in questo caso, è quello di difendersi da una forma palese di concorrenza sleale. Fa sorridere sentire economisti indignati davanti alla “potente lobby dei tassisti” quando, ogni anno, a Bruxelles, l’impresa privata spende circa 100 miliardi di euro, l’1% del pil europeo, per influenzare le decisioni pubbliche.

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Protesta dei tassisti napoletani, in Piazza del Plebiscito.

Tornando ad Uber, la multinazionale californiana distribuisce un’applicazione che mette in contatto potenziali tassisti abusivi, in gran parte disoccupati automuniti costretti ad arrangiarsi, con potenziali clienti, trattenendo una percentuale sulla loro transazione. I potenziali tassisti abusivi non hanno alcuna licenza per esercitare la professione, le loro vetture non vengono controllate, così come neppure la loro idoneità alla guida o il loro tempo di permanenza al volante. Non devono assicurare nessun servizio di pubblica utilità e non sono sottoposti a nessuna tassazione. Dopo le prime battaglie, nel 2015, il Tribunale di Milano ha disposto il divieto di utilizzo per il principale servizio di Uber, considerandolo concorrenza sleale. Negli scorsi anni molti Paesi nel mondo hanno cercato di vietare o regolamentare il modello Uber, con risultati spesso ambigui o inefficaci. In questi giorni la querelle si è però riaperta anche in Italia, per colpa di un nuovo apparente tentativo del parlamento di salvare la società californiana. I tassisti hanno levato ancora una volta gli scudi davanti ad un emendamento al decreto Milleproroghe, a firma Linda Lanzillotta, che rimanda alla fine di quest’anno il termine entro il quale emanare i decreti previsti contro l’esercizio abusivo del servizio NCC, noleggio con conducente. Su un cavillo della norma NCC, che attualmente permette – come per i taxi – di prendere in carico più clienti senza dover tornare all’autorimessa, si gioca la possibilità di Uber di continuare a svolgere la sua attività. È previsto per oggi l’incontro dei tassisti con il Ministro dei Trasporti, che promette “una regolamentazione seria”, mentre prosegue ormai da giorni il clima di tensione, con mobilitazioni e scioperi in tutta la penisola. Tensione che si manifesta spesso in scontri, a volte non solo verbali, fra tassisti ed autisti NCC, nella classica lotta degli ultimi contro i penultimi sempre cara al capitale.

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Stato della regolamentazione su Uber in diverse città del mondo.

Il modello di regolazione dei taxi è una realtà caratteristica che si è mantenuta intatta, in Italia anche grazie al corporativismo, nel panorama legislativo. Il servizio taxi è riconosciuto dal legislatore come servizio pubblico, ed i limiti per il suo esercizio, dal numero delle licenze ai criteri tariffari, vengono definiti dalle autorità. Una regola fondamentale è quella che consente l’acquisizione delle licenze alle sole persone fisiche, assicurando che il settore rimanga in mano a singoli professionisti e non finisca, come avverrebbe in sua assenza, in mano ad una ristretta cerchia di grandi aziende. Le proteste dei tassisti fermarono già nel 2006 le intenzioni dell’allora ministro Bersani, che voleva sacrificare questa restrizione sull’altare della concorrenza. Appare evidente, tuttavia, che le regole del settore vadano riviste ed aggiornate, facilitando l’accesso alle licenze ed aumentando il loro numero. I taxi italiani sono fra i più cari d’Europa, mentre la qualità e la trasparenza del servizio non sono certo delle migliori. Questa è una delle poche argomentazioni che, violando ogni principio logico, i difensori della libertà di Uber adducono in difesa delle loro tesi. Gli evidenti problemi del settore, da risolvere al più presto, non possono in alcun modo costituire una giustificazione per smantellare ogni regola, trasformando un servizio di interesse pubblico in un far-west senza leggi. O meglio, in un settore dove i tassisti devono competere con una multinazionale che gestisce lo stesso servizio senza sottostare alle stesse regole.

L’ex rappresentante di Uber in Italia parla del suo servizio utilizzando ardite commistioni linguistiche, fra “framework legislativi” ed autisti che “vengono a prenderti on demand”.Il legislatore, fino a prova contraria, non ha né il compito di difendere i tassisti né quello di favorire Uber. Il suo obiettivo è tutelare la collettività, e la collettività è tutelata soltanto in un mercato in cui i servizi vengano forniti secondo determinati standard, di sicurezza e di qualità, contribuiscano alla fiscalità dello Stato e rispettino i diritti dei lavoratori. La posta in gioco, in questa battaglia apparentemente di nicchia, è l’idea stessa di una società in cui il mercato possa ancora essere regolato per fini sociali, e non sia la società a doversi adattare all’inumanità di quest’ultimo. Riprendiamoci dalla sbornia retorica delle liberalizzazioni, delle deregolamentazioni, della sharing economy e della flessibilità. Le regole sono il fondamento del mercato, e possono dar forma ad un modello alternativo a quello della precarizzazione dell’esistenza, di cui Uber e i suoi simili, in nome del profitto, si fanno paladini.
Lunga vita ai tassinari.