Più che della corruzione, dell’inefficienza, delle disuguaglianze, delle ripetute violazioni dei diritti umani e della vendita delle armi, i politici sembrano vergognarsi delle tasse. La maggior parte degli uomini di governo in questa o quella parte del mondo, quando viene interrogata sul tema dai giornalisti oppure si ritrova a dover affrontare la questione in un discorso pubblico, dice di voler ridurre la pressione fiscale, o si vanta di averlo già fatto. Soprattutto in questi tempi di crisi, la battaglia contro le tasse sembra una delle principali preoccupazioni della politica, e da destra come da sinistra giungono continuamente promesse di diminuzione del carico contributivo.

Il che non dovrebbe stupire: le tasse non piacciono quasi a nessuno, e nella maggior parte dei casi risultano esageratamente elevate rispetto al livello dei servizi che vengono offerti in cambio. Le prestazioni sociali e assistenziali di cui il cittadino contribuente ha bisogno nella vita di tutti i giorni sono troppo spesso di scarsa, se non scarsissima qualità. E può capitare che un medesimo servizio sanitario, fornito da una struttura privata, risulti economicamente più conveniente di quello cui si accede presso il pubblico. Eppure, invece di rivendicare un welfare più moderno ed efficiente, il malcontento popolare si riversa quasi sempre contro il sistema fiscale, percepito come una forza cieca, inesorabile ed oppressiva.

Sembra lontanissimo il tempo in cui un ministro del governo italiano poteva permettersi di andare i televisione e affermare convinto: “Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire insieme al pagamento di beni indispensabili come la sicurezza, la tutela dell’ambiente, l’insegnamento, la salute”. Così parlava Tommaso Padoa-Schioppa durante una puntata de “In mezz’ora”di Lucia Annunziata. Già allora scoppiò la polemica, con i berlusconiani increduli per un’occasione tanto ghiotta di sbandierare la propria identità liberale. Negli anni in cui la sua parabola politica raggiunse l’apogeo, Berlusconi fu abilissimo a persuadere gli italiani dell’attitudine vampira inscritta nel codice genetico delle sinistre. Il suo impegno comunicativo contro gli orrori della patrimoniale comunista fu talmente efficace da convincere in una certa misura la sinistra stessa, nonché buona parte di quella classe media che da una patrimoniale avrebbe tratto i maggiori benefici.

Ma in verità si tratta di un gioco delle parti, in cui a turno ci si ritrova a recitare i ruoli opposti e complementari. Chi è all’opposizione, come da copione, deve denunciare l’accanimento del fisco sul portafoglio ormai prosciugato dei cittadini. La maggioranza deve riuscire a convincere l’elettorato del contrario, e se possibile dimostrare che sotto il proprio governo i contribuenti hanno ripreso a respirare. Così da una parte il Movimento 5 Stelle invoca l’abolizione di Equitalia, con Renzi che prima glissa ma poi la promette entro il 2018. Dal canto suo il premier dichiara su Facebook che “ridurre le tasse non è soltanto giusto, ma è anche un fatto di competitività”. E non si risparmia nel recitare il ruolo rassicurante che compete alla sua carica: “Ecco perché da quando siamo al Governo lavoriamo per ridurre le tasse. (…) L’ultima volta che una tassa è stata alzata in Italia è stata l’IVA nell’ottobre 2013 da un governo precedente. Adesso la musica è cambiata e contemporaneamente abbiamo battuto tutti i record di incassi dalla lotta contro l’evasione (quasi 15 miliardi nel 2015). Leggo tante critiche sulle nostre misure di politica economica. Per l’Italia di oggi non conosco una ricetta migliore di abbassare le tasse e continuare con le riforme strutturali.

Non è da meno Matteo Salvini, che da tempo percorre la Penisola per far conoscere agli italiani la sua proposta di un’aliquota unica al 15%. La cosiddetta flat tax è stata teorizzata nel 1956 dal Premio Nobel Milton Friedman, uno dei massimi esponenti del neoliberismo. Il leader del Carroccio ha incassato anche il sostengo di Alvin Rabushka, docente a Stanford e consigliere economico di Ronald Reagan. Proprio negli anni della Reaganomics, le teorie liberiste di studiosi come Laffer e Mundell esprimevano un’incommensurabile distanza ideologica e scientifica da Keynes e sancivano il trionfo culturale della supply-side economics.

Trentacinque anni dopo, Donald Trump riparte esattamente da lì. Nella sua corsa verso la Casa Bianca, il tycoon newyorkese ha scelto di scommettere buona parte delle proprie chance sulla questione fiscale. Sicuro di conquistare, almeno su questo fronte, il consenso dello zoccolo duro repubblicano, Trump ha impostato la sua proposta economica proprio sulla riduzione generalizzata delle imposte. Parlando all’Economic Club di Detroit, ha annunciato “la più grande rivoluzione fiscale dai tempi di Reagan” (rieccolo) con un’aliquota ridotta al 15% sulle imprese, una del 10% sul rientro di capitali e tre aliquote (12%, 25% e 33%) in base al reddito delle persone fisiche. Meno tasse per far di nuovo grande l’America. L’impressione è che da questo punto di vista Trump non sia affatto in una posizione di rottura con il suo partito: evidentemente il magnate sa che quello fiscale è un terreno su cui i Repubblicani possono tentare la spallata alla Clinton. Così parte la corsa al ribasso, in un vortice di promesse da mantenere e percentuali che si assottigliano sempre di più. La voce contraria resta inesorabilmente affidata alle parole di un ministro incompreso e inascoltato, cui per un istante sembrano sovrapporsi quelle di un anziano socialista americano. Ma la percezione dura pochi secondi, e subito si riaffaccia vittorioso il sorriso di George Bush senior: “And they’ll push, and I’ll say no”.