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Ce l’abbiamo sempre in mano o in tasca, la usiamo tutti i giorni, chi con parsimonia, chi con superficialità, ma se ci chiedessero che cosa sia realmente, quale sia il suo scopo, il suo significato, la maggior parte di noi resterebbe interdetta nel rispondere. Per arrivare alle radici di tale questione è bene ricordarne l’etimologia. Il nome deriva dall’appellativo di Giunone Moneta, ossia “colei che avverte”. Difatti, presso il tempio della dea era situata la zecca di Roma. La scelta non era casuale: il denaro doveva “ammonire” gli uomini, ricordare loro che le cose hanno un valore. Anche nell’antico greco il termine μονυτήϛ, monytés, voleva dire letteralmente “colui che indica”. E la moneta nacque proprio come indicatore, come strumento oggettivo ed universalmente riconosciuto per misurare il valore delle merci.  Secondo alcune fonti attribuite ad Erodoto, fu Creso re della Lidia, verso l’VIII secolo a.C., a coniare le prime monete, fatte di una lega di oro e argento chiamata elettro. La quantità di metallo prezioso contenuto da ciascuna singola moneta era pari ad una corrispondente quantità di qualsiasi altro tipo di bene o di servizio con cui era scambiabile.

Ci si accorse subito che il denaro era un oggetto estremamente utile e maneggevole e che comportava una serie di vantaggi. Per esempio non era deperibile, pertanto permetteva di essere accumulato a tempo indeterminato: poteva essere risparmiato. Metteva tutti d’accordo, in quanto aveva un valore nominale garantito dal suo valore intrinseco, nelle transazioni; spesso, con il baratto, era difficile trovare un’intesa sull’oggettivo valore dei prodotti che si intendeva scambiare. Così, per tutta l’antichità, la moneta rimase una merce, una merce privilegiata, una merce-strumento che si basava su parametri oggettivi. Questo permise una sua larghissima diffusione ed un incremento degli scambi commerciali, quindi della ricchezza complessiva, in tutta l’area macroeconomica del Bacino Mediterraneo. Come conseguenza, nacquero i tributi così come li conosciamo oggi, nacquero i primi cambiavalute e, purtroppo, nacquero anche i primi falsari. Ma gli uomini e la Storia sono in perpetuo movimento e, in una realtà fluida e dinamica, un’entità complessa come la moneta non poteva non cambiare anch’essa seguendo l’evoluzione di tutto l’ambiente circostante. Almeno sin dal primo secolo dopo Cristo il potere, più o meno consapevolmente, intuì le sterminate potenzialità e gli enormi vantaggi che questo strumento implicava.

Nerone, l’imperatore illuminato, nell’anno 63 mise in atto una riforma monetaria senza precedenti che rivoluzionò il modo di pensare e di intendere la moneta. All’epoca circolavano monete d’oro (aurei), d’argento (denarii e sestertii) e di bronzo (asses). Naturalmente, a conferma delle tesi di Grisham, la gente preferiva risparmiare gli aurei, poiché più pregiati e di maggior valore, e spendere le altre monete. Nerone ridusse di 1/10 il peso delle monete d’oro e di 1/8 quello dei denarii, diminuendone anche la percentuale di argento che contenevano, ma lasciando il tasso di cambio invariato. Così il rapporto tra oro e argento nella monetazione migliorava di poco a favore di quest’ultimo. I possessori di denarii (principalmente il ceto medio e la fascia più ricca della plebe) videro pertanto i propri risparmi rivalutarsi. Inoltre restava una maggior quantità di metalli preziosi nelle casse del fiscus e dell’aerarium, consentendo allo Stato di battere più moneta. E, la cosa più bella, a quanto ci racconta Plinio, il prezzo dei beni di consumo non subì grosse variazioni!  Anche Augusto circa ottant’anni prima aveva varato una riorganizzazione del sistema monetario, ma essa non può in nessun modo essere accostata a quella neroniana, in quanto quella del divus era di tipo meramente burocratico, pensata per fare ordine in mezzo al caos che si era creato dopo un secolo di guerre civili, non per migliorare direttamente la situazione economica e sociale dell’Impero.

La riforma del 63 d.C. aprì la strada ad altre svalutazioni, le più grosse furono quelle di Caracalla e di Diocleziano. Tuttavia, avvennero in periodi di forte crisi economica e demografica, e non sortirono l’effetto sperato, generando un innalzamento fuori controllo dell’inflazione. Come infatti puntualizza Stiglitz, l’inflazione emerge quando la crescita del PIL reale non riesce più ad assorbire la sempre crescente offerta di moneta.  Poi, per le cause che tutti conosciamo, l’Impero si dissolse. Prima si ritornò al baratto, poi rinacquero le zecche. Ma la riforma di Nerone sfondò una porta che sarebbe destinata a rimanere aperta per sempre.

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Sesterzio Romano

Perché? Quando tutti gli stati sovrani, verso la fine del 1600, finirono indebitati fino al collo coi banchieri genovesi ed olandesi, dopo aver dichiarato bancarotta, come fece Felipe II di Castiglia, fondarono le proprie banche centrali ed iniziarono a battere denaro per conto proprio. Ma, data la scarsità di metallo prezioso, nel 1661, per la prima volta nella storia, la Banca Svedese di Stoccolma emise una moneta di carta! Presto imitata dalle banche di tutta Europa, stravolse completamente la situazione finanziaria mondiale. Il denaro, da riserva di valore, mezzo di scambio e strumento di misurazione, divenne un’entità astratta.   A questo periodo si fa risalire la nascita della finanza moderna; e, d’altro canto, che cos’è la finanza stessa se non il comprare e vendere beni virtuali (azioni, prestiti e commissioni interbancarie) con denaro virtuale (ossia di carta)? Nerone aprì la strada alla virtualizzazione della moneta e dell’economia, fu il primo che mise in atto una politica monetaria che oggi chiameremmo “espansiva”. Gettò le basi per la trasformazione del denaro da promessa di pagamento “reale” (la quantità di metallo prezioso contenuto fisicamente dalla moneta rispecchiava il valore di facciata della moneta stessa) a “nominale” (in teoria chiunque poteva presentarsi in banca e chiedere che la banconota fosse cambiata nel suo equivalente valore in oro).

Il valore del denaro da sempre è fondato sulla fiducia collettiva. Per convenzione tra gli uomini l’oro vale tanto e lo stagno poco. (Il perché rimane un mistero, dato che l’oro non ha particolari proprietà che lo rendano utile, se escludiamo la conducibilità elettrica, all’epoca sconosciuta, e la duttilità). Prima dell’invenzione delle banconote, quindi, si usavano al conio metalli preziosi, che per una convenzione (e convinzione) collettiva avevano un alto valore. Questo imponeva un forte vincolo all’emissione e, di conseguenza, alla fiducia collettiva, generando il seguente paradosso che rimase insoluto fino alla fine del Gold Standard.

Gli stati sovrani, attraverso le banche centrali, potevano stampare più moneta di quanta fossero realmente in grado di rimborsare con le loro riserve auree. Investire quella moneta fresca di stampa sotto forma di spesa pubblica poteva aumentare l’occupazione. Con l’occupazione sarebbero cresciute anche la produttività e la ricchezza complessiva attraverso il commercio. La ricchezza complessiva prodotta dal sistema macroeconomico sarebbe stata maggiore del valore nominale della moneta in circolazione. Il PIL sarebbe aumentato. Ma la quantità d’oro sul mercato sarebbe rimasta limitata, causandone un aumento della domanda e del prezzo. Così, paradossalmente, l’inflazione non sarebbe dovuta aumentare, ma la banca centrale non sarebbe stata in grado di convertire in oro tutte le banconote in circolazione per il semplice fatto che fisicamente non c’era abbastanza oro in circolazione!

Questa predilezione per i metalli preziosi rispetto alla ricchezza effettiva fu talmente radicata nell’uomo che poté essere scardinata soltanto nel XX secolo. Esiste infatti una continuità storica, filosofica ed ideologica tra il Mercantilismo, il Marginalismo (Pareto, Walras, ecc…), la Scuola Austriaca (von Mises e von Hayek) ed il Monetarismo (Friedman). Essi hanno tutti una visione statica della realtà, partendo dal presupposto che la ricchezza sia potenzialmente limitata e che non possa aumentare. Essi non considerano il valore potenziale di un bene, ma vedono soltanto il bene in sé in quanto tale, senza contare gli altri beni e/o servizi che esso potrebbe generare. Tendono tutti a considerare gli stati come delle grandi aziende concentrandosi esclusivamente sulla contabilità nazionale e trascurando tutto il resto. Dichiarano il deficit ed il debito i mali assoluti per una nazione e temono assai l’inflazione definendola espressione di un’eccessiva offerta di moneta rispetto alla domanda. Furono prima Proudhon e Marx, teorizzando la pubblica proprietà delle banche, e poi Keynes, con lo studio scientifico della moneta e dell’occupazione al fine di giungere ad una teoria generale e non particolare, a sdoganare completamente queste ubbie e questi falsi miti.

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Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises, i principali esponenti della Scuola Austriaca.

Già nel primo dopoguerra la macchina cominciò a perdere colpi. Si arrivò così nel 1944 a Bretton Woods. Il sistema era di fatto saltato e Keynes, almeno sulla carta, aveva trionfato. Si preferì imporre, solo per un fattore esclusivamente ideologico, la convertibilità in oro soltanto al dollaro statunitense.  Il dollaro divenne la valuta di riferimento globale, una “supervaluta” usata per i più importanti scambi, la moneta che tutte le banche accumulavano poiché universalmente riconosciuta come riserva di valore. Questo consentì alla Fed di inondare i mercati mondiali di liquidità e di poter influenzare anche le economie di altri stati sovrani. Infatti, il debito pubblico di una nazione, così come il costo di una qualsivoglia materia prima, è denominato in dollari americani. Se il dollaro si svaluta o si apprezza, anche questi valori cambiano di conseguenza.  Ma agli Americani pendeva una pesantissima spada di Damocle sul capo. Chiunque poteva chiedere di convertire un dollaro nella corrispondente quantità d’oro. E quando gli arabi, dopo la Guerra del Kippur, minacciarono di convertire in oro tutti i proventi delle forniture mondiali di petrolio, il presidente Nixon sospese per sempre la convertibilità, pronunciando un tagliente discorso in cui accusava apertamente gli speculatori internazionali.

Insomma, Keynes aveva vinto di nuovo. Ma fu una vittoria di Pirro. Alla fine del ciclo economico schumpeteriano, ci fu l’esigenza di un cambiamento. L’unico che promise di porre fine alla stagflazione fu un certo Mr. Friedman. Le sue idee, da molti considerate innovative e rivoluzionarie, non erano altro che la rielaborazione di alcune tesi di economisti neoclassici, ma riuscirono comunque a conquistare chi deteneva le leve del potere. L’istituzione economica dello Stato fu letteralmente fatta a pezzi da una micidiale combinazione di monetarismo e liberismo. Migliaia di persone finirono in povertà e la ricchezza cominciò a concentrarsi nelle mani di pochi, molto di più di quanto fosse concentrata prima.

Ed eccoci così alla crisi del 2008 con il crac della Lehman Brothers. I subprime sono la massima espressione di questo sistema. La deregolamentazione bancaria ha portato a dei prestiti scellerati. Alan Greenspan ed altri alti funzionari all’epoca erano al corrente della situazione e non hanno mosso un dito per evitare questo disastro. Le banche concessero prestiti ad alto rischio sapendo che, una volta fallite, il governo americano avrebbe provveduto a salvarle. E così accadde. Il Tesoro sanò il bilancio delle banche private usando i fondi pubblici.  Non si sarebbe dovuti arrivare mai e poi mai ad una simile situazione, in quanto un simile crac mondiale avrebbe dovuto spingere alla riflessione autocritica e al varo di leggi che regolamentassero il mondo bancario, ma, se proprio avesse voluto, la Fed avrebbe dovuto salvare Lehman Brothers, Goldman Sachs e le altre associazioni a delinquere stampando nuova moneta, non tagliando il bilancio ed indebitandosi (il debito pubblico in percentuale al PIL tra il 2008 e il 2011 aumentò di oltre il 30%). Il successivo easing quantitative di Mr. Obama fu un’azione puramente di facciata, volta ad arrestare il calo di popolarità del proprio governo. Allo stesso modo la famosa frase pronunciata da Mr. Bernanke riguardo ad un’eventuale mancanza di scrupoli nell’inondare di liquidità il mercato interno (e non solo) rimase di fatto mai attuata. In teoria, un eventuale acquisto di titoli tossici da parte della Federal Reserve non avrebbe dovuto portare ad un eccessivo aumento dell’inflazione, purché tali obbligazioni corrispondessero a beni reali (ad esempio degli immobili nel caso dei subprime) e i tassi di interesse sopra questi titoli fossero stati relativamente contenuti. Uno stato sovrano deve poter decidere autonomamente quanta moneta stampare in modo da sviluppare la propria politica monetaria nel modo più soddisfacente possibile. E, in nessun caso, deve finire nella condizione di chiedere denaro in prestito ai grandi investitori.

Per questo il permettere agli istituti di credito privati di acquistare buoni del tesoro di stati sovrani è stato probabilmente il più grande errore macroeconomico dell’età contemporanea. I banchieri internazionali conoscono l’infinito potenziale della moneta e lo sfruttano per soggiogare e piegare alla propria volontà intere nazioni. Soltanto i cittadini, i lavoratori, dovrebbero possedere dei titoli di Stato, affinché solo loro posseggano i frutti del proprio lavoro. E l’abbattimento degli stati nazionali, spacciatoci come il massimo che il “progresso” possa offrirci, ha come fine ultimo proprio questo: permettere ai più potenti di abusare di più deboli senza che nessuno abbia i mezzi per impedire tutto questo. Nel 2008 ha funzionato, e sta funzionando anche oggi. Ecco cos’è la teoria della “spoliazione legale” di Bastiat. L’unica giustizia in questo mondo (poiché quella di quell’altro spetta a Dio) è la libertà e la sovranità dei popoli. È lo Stato che, come una grande madre, nutra e tuteli i propri figli, i cittadini. E tutto ciò che prescinde questo è umana miseria. Il male di ieri era il nazionalismo. Quello di oggi è il sovranazionalismo.