Non tutti i liberali vengono sempre per nuocere. Si prenda il caso di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, illustri esponenti della scuola d’economia austriaca, grandi figure di riferimento del pensiero liberale novecentesco, nonché grandi critici dell’economia quantitativa, una pseudo-scienza menzognera assurta a disciplina intoccabile grazie alla sua autoreferenzialità, temibile frullatore di cervelli talentuosi. Lo avevano colto von Mises e von Hayek, così come lo aveva colto il loro acerrimo avversario intellettuale, John Maynard Keynes. Due liberali duri e puri i primi, un liberale incline al socialismo Keynes, o così, almeno, racconta la vulgata. In realtà, non mancano punti di convergenza tra i due pensatori della scuola austriaca e l’economista di Cambridge. Certo, li divideva la concezione dello Stato quale agente economico, nonché l’epistemologia del fenomeno economico stesso (propriamente “macroeconomica” e fondata sullo studio dei grandi aggregati quella di Keynes, strettamente soggettivistica e individualistica quella di von Mises e von Hayek). Ma li accomunavano la medesima preoccupazione, ossia preservare l’ordine liberale dalle minacce del socialismo e del collettivismo, e una certa diffidenza rispetto all’uso della matematica, tanto cara alla scuola neoclassica, nell’analisi del dato economico.

Tutti e tre pensatori eclettici, si rifiutarono di vedere nell’economia una scienza stricto sensu, considerandola piuttosto come un ambito di studio posto al crocevia di discipline eterogenee, richiedente conoscenze multiple e un approccio “eterodosso”. Concordavano altresì sul fatto che la comprensione dell’economia non può che essere limitata, vista l’incertezza insita ai fenomeni economici. Anzi, come riporta Catherine Audard in un ricco volume sul liberalismo (Qu’est-ce que le libéralisme?, Gallimard 2009), pare che lo stesso Keynes confidasse a von Hayek la sua preoccupazione per il dogmatismo formalistico dimostrato dai suoi stessi allievi. Tuttavia, furono von Mises e von Hayek a sviluppare la critica più sistematica all’economia matematica e quantitativa, un “metodo vizioso, che parte da falsi assunti e conduce a deduzioni fallaci” e i cui sillogismi “non solo sono sterili, ma divertono la mente dallo studio dei problemi reali e distorcono le relazioni tra i vari fenomeni” (Human Action, XVI, 5).

Particolarmente dura è la critica che von Mises muove alla statistica economica, nota con l’esotico nome di econometria, la quale si pone come fine di trovare leggi economiche o relazioni economiche ricorrenti attraverso lo studio di esperienze economiche pregresse. Ma tale obiettivo, secondo von Mises, è fittizio. Non è possibile, ad esempio, trovare una costante nella relazione tra prezzo e domanda/offerta. Questo perché la reazione degli agenti economici a dati avvenimenti è sempre diversa, perché diversi sono gli esseri umani. In altre parole, non si verifica mai, nella realtà, l’assunto della maggior parte dei modelli econometrici, ovvero l’onnipresente ceteris paribus, la “parità di tutte le altre circostanze”, ottenibile certamente in un esperimento da laboratorio, ma non riscontrabile nella storia economica, che è costituita da esperienze complesse. Afferma von Mises, “l’idea secondo la quale, ceteris paribus, un aumento della domanda debba risultare in un aumento dei prezzi non deriva dall’esperienza. Non è mai stato possibile, e mai lo sarà, osservare un cambiamento in una variabile di mercato a parità di tutte le altre circostanze”(ibid,). Ecco perché, conclude von Mises, nessuno può essere così audace da sostenere che un aumento di a% nell’offerta di un bene debba sempre – in ogni luogo e tempo – risultare in un calo di b% nel prezzo del bene in questione. L’economia matematica non fornisce, in ultima analisi, una descrizione accurata dei meccanismi di mercato che conducono a quella che è la soluzione di tutti i modelli economici, ovvero il punto d’equilibrio. Difatti, le equazioni di cui sovrabbondano i libri di testo di economia non possono riflettere le condizioni economiche quali esse sono realmente a ciascun instante di tempo tra lo stato di disequilibrio a quello d’equilibrio. D’altronde, secondo von Mises, il fine della cosiddetta scienza economica non è quello di concentrarsi su costruzioni fittizie quali appunto lo stato d’equilibrio, che debbono servire da strumenti di ragionamento più che da fini in sé, bensì l’analisi dell’azione umana.