Il tema dell’immigrazione rimane una questione aperta della nostra società e sempre all’ordine del giorno dell’opinione pubblica, dove ai cori di solidarietà e alla dichiarazioni di circostanza di fronte alle tragedie consumate lungo le rotte migratorie si alterna la cronaca e con essa la strumentalizzazione delle criticità legate al processo di accoglienza. Criticità che riguardano sia l’aspetto economico che l’impatto sociale, ovviamente l’uno conseguenza dell’altro come un vagone trainato dalla motrice. La visione semplicistica offerta dal circo politico va rifiutata in toto: l’analisi dei Salvini e delle Boldrini si pongono su posizioni apparentemente opposte e antitetiche ma malgrado gli strali e le reciproche accuse, né l’una né l’altra sono capaci di produrre un qualsiasi cambiamento o farci avanzare d’un passo nel cammino della comprensione del fenomeno. L’unico scopo di tale dibattito è mantenere viva la finzione di una pluralità democratica che convinca un numero sufficiente di cittadini a recarsi alle urne per dare al sistema una parvenza di legittimità.

Non v’è dubbio che il rifiuto d’accettare le criticità e le problematiche connesse al fenomeno, di ricondurle all’interno di un’analisi complessiva strutturale che porti alla luce le cause e da queste cercare di sviluppare proposte e soluzioni è una delle ragioni della perdita di rappresentanza della sinistra nei confronti dei ceti più poveri e delle periferie. Queste persone che vivono in prima persona le difficoltà connesse al fenomeno, che non avendo le risorse culturali e materiali subiscono la situazione, trovano nelle risposte xenofobe e demagogiche delle destre certo non le soluzione ma quella comprensione che assente nelle dichiarazioni demagogiche e buoniste delle sinistre liberiste e salottiere.

Va da sé che la questione economica è centrale in questi tempi di crisi, la pressione fiscale complessiva aumenta specie a livello locale e i servizi che lo stato offre sono in costante peggioramento, sacrificati sull’altare dei tagli e dell’efficienza. Particolarmente doloroso è il taglio delle spese sanitarie con un numero crescente di anziani incapace di pagare visite specialistiche e medicine. Accanto a questa diminuzione della qualità e delle aspettative di vita, l’accoglienza presenta costi non indifferenti: dal soccorso in mare ai centri di raccolta e smistamento, alle iniziative messe in atto per l’inserimento sociale dei migranti e alla loro formazione professionale e linguistica. Il peso reale di queste politiche apre una questione di classe: chi condivide le stesse liste d’attesa per le case popolari o per un posto all’asilo nido, chi deve ricorrere agli aiuti Caritas o una mensa pubblica tocca con mano il significato che il declino dello stato sociale produce nelle loro vite. E’ molto facile ragionare sul valore della diversità con la pancia piena, un po’ meno quando con questa diversità devi dividere il contenuto di un sacchetto della spesa.

Accanto a questo a fronte di una disoccupazione mai così alta nel dopoguerra, specie tra i giovani, le masse dei migranti costituiscono quello che Marx definiva “esercito industriale di riserva” pronti a competere a condizioni e salari sempre più favorevoli all’impresa, cosa che rende ancora più problematico e inviso il loro inserimento sul territorio. Mentre per coloro che hanno maggiore difficoltà o resistenza ad entrare in questa dinamica che detta in parole povere rimane una dinamica di sfruttamento, si aprono le porte di varie forme di illegalità aumentando il disagio sociale e la diffidenza verso la queste comunità. Non è un caso che quelli che erano storicamente gli elettori dei partiti di sinistra, volgano il loro sguardo e la loro attenzione a chi mette al centro del proprio lessico politico proprio questa questione e il fatto che gli slogan e le pseudosoluzioni messe in atto siano operativamente inefficaci, politicamente ambigui e spesso moralmente rivoltanti non rende migliore di una sola virgola le proposte della controparte la cui aura di superiorità morale e intellettuale è sufficiente a cancellare dalla memoria ogni eventuale residuo di ragionevolezza che si fosse casualmente inserito nel ragionamento.

La questione va affrontata nella sua interezza, evitando la logica dell’emergenza che è funzionale solo al mantenimento dello status quo in favore di un approccio strutturale,  una progettualità che va valutata unicamente sulla coerenza e sul rigore della sua attuazione pratica e non nelle filastrocche piene di buone intenzioni. Le proposte da mettere in atto non possono dovrebbero andare incontro a due esigenze fondamentali garantire sicurezza e garantire una sostenibilità economica. E’ difficile lamentarsi dell’arrivo di migranti quando uno stato manda la propria portaerei a circumnavigare l’africa come uno show room galleggiante per promuovere il proprio comparto bellico ed è difficile lamentarsi di migranti quando interi stati, le stime parlano di circa 200 milioni di ettari di terreni, circa sette volte l’estensione dell’Italia sono stati comprati da multinazionali o stati stranieri, cioè il difficile è farlo mantenendo un minimo di dignità.

L’accoglienza durante l’emergenza è un dovere che però diventa ipocrisia se non è sostenuto da azioni dirette e determinate a risolverla e, se non si fosse nelle possibilità di agire  direttamente, l’accoglienza andrà accompagnata, in tutte le sedi, da una denuncia ferma e radicale delle cause che la rendono strutturale. Ogni altro atteggiamento non può che essere complice. E’ chiaro che azioni volte a cambiare questa situazione sono rivolte al cuore del sistema che le produce: l’aumento dei flussi migratori è una conseguenza dell’efficienza non di una disfunzione del capitalismo. Questo è il dato che va compreso e da cui partire per sviluppare un’analisi e una politica ed economica in grado di produrre un cambiamento, che come tutti i cambiamenti non sarà facile, per alcuni aspetti doloroso ma inevitabilmente necessario. Sta a noi decidere se accettare la sfida o essere travolti dall’onda che ci viene incontro.