La Costituzione della Repubblica italiana è portavoce, nei suoi dettami, di una netta distinzione: i beni possono essere pubblici o privati. Con il passare degli anni le sfumature hanno avuto la meglio: enti e società interamente controllati dal pubblico hanno progressivamente premuto il palmo sulla maniglia, aprendosi senza indugi al privato. Il settore privato nella gestione di settori strategici era una novità, e come tutte le novità luccicava di più. Del resto, dopo anni di controllo pubblico, la voglia di cambiare era tanta. Ciononostante, l’ostracismo nella prima Repubblica verso la completa cessione ai privati prevalse in molte fasi: vuoi per buon senso, vuoi per poter svolgere al meglio ricatti di natura clientelare. Chissà.

Quando Raul Gardini decise di pagare ai partiti dell’italico Parteienstaat quella che verrà definita la madre di tutte le tangenti, lo fece perchè voleva uscire alla svelta (e nel migliore dei modi) da un affare che si era spinto troppo oltre. Il famigerato affare Enimont. L’Enimont era una joint-venture, una collaborazione (in questo caso settoriale) fra due aziende che diede vita ad una nuova azienda avente personalità giuridica propria. Le quote partecipative dell’Enimont erano le seguenti: 40% all’Eni (pubblica), 40% alla Montedison (colosso chimico privato), 20% al mercato azionario. De facto si trattava si una fusione delle attività chimiche di due gargantueschi gruppi, uno pubblico ed uno privato. Ciò che ne venne fuori era una Spa di diritto privato dalla vita incredibilmente breve: fondata nel 1988 chiuse i battenti nel 1991. Gardini, personaggio dotato di grande esuberanza e grande fiuto nel mercato finanziario, tentò quella che in gergo si chiama la “scalata”, puntando all’acquisizione di quel 20% che lo separava dal diventare azionista di maggioranza. Quello che voleva era il controllo totale del settore chimico italiano, arrogandosi una posizione di rilievo anche fra le concorrenti internazionali (almeno fra i primi 10 gruppi chimici mondiali). Tutto ciò gli fu negato. I rapporti con l’Eni iniziarono ad incrinarsi e maturò il momento di tirarsi indietro.

Per oliare al meglio gli ingranaggi politici, assicurandosi una fuoriuscita indolore (oltre ad una defiscalizzazione delle plusvalenze) Gardini dovette pagare. Purtroppo non solo con il denaro. Lo fece attraverso il collaudato meccanismo dei fondi neri: Sergio Cusani, avversario per antonomasia di Di Pietro nella sede processuale di mani pulite, ricevette l’incarico di intermediario dal gruppo Ferruzzi (proprietario di Montedison) per ultimare la faccenda: trovare la liquidità e consegnarla ai partiti. Tramite il pidduista Luigi Bisignani i soldi furono portati sottoforma di titoli di Stato in un conto dello Ior per essere poi monetizzati e consegnati ai segretari di partito. Parlando di sentenze definitiva è possibile omettere il condizionale in questi passaggi. Di Pietro più avanti avanzerà anche una rogatoria internazionale nei confronti dell’Istituto per le Opere Religiose. Il settimo governo Andreotti decise di acquisire il 40% di Montedison alla somma (nettamente sopravvalutata) di 2805 mld di lire. Tutto ciò non bastò. Nel 1992 la Milano infuocata e vituperante non risparmiò l’imprenditore romagnolo che venne coinvolto nello scandalo di mani pulite. Raul Gardini viene trovato morto nel capoluogo milanese il 23 Luglio 1992: è l’ennesimo suicidio all’interno dell’inchiesta Tangentopoli

La maggior parte del credo giornalistico italiano ritiene che vi sia una corrispondenza biunivoca fra prima e seconda Repubblica: corruzione prima e corruzione dopo. Ma la domanda sorge spontanea: cosa impedì a Gardini di mettere le mani su quel 20%? La questione non è del tutto chiara. Se ci fosse riuscito un ramo strategico dell’industria italiana sarebbe stato sottoposto al controllo privato. È forse stato un colpo di reni della res publica?  L’atavico problema della corruzione viene spesso additato come causa dell’inefficienza; inefficienza che molto spesso è sinonimo di gestione pubblica. La verità è che non vi è una risposta univoca: a volte è più efficiente il pubblico, altre volte il privato. Così come è necessario distinguere fra le liberalizzazioni e le privatizzazioni. Le liberalizzazioni possono stimolare l’inerzia pubblica di fronte ad un regime di monopolio, vivacizzando la qualità e la varietà del servizio. La privatizzazione è una pura cessione al settore privato.

Il dirigismo economico italiano, così come quello gollista, salvaguardarono e tutelarono un mercato in crescita ponendosi a metà fra il modello sovietico e quello americano. Ciò che è strategico deve essere pubblico, ciò che è pubblico deve essere strategico: istruzione, sanità, trasporti e risorse energetiche. Nonostante le problematiche morali connesse alla politica, la svendita non era nell’agenda pentapartitica. Se guardiamo alle difficoltà che incontrò Gardini nell’acquisire quel 20% e alle odierne e continue cessioni di quote partecipative di Enel ed Eni (per non parlare del celebre museo numismatico sito in Via Nazionale) notiamo che i tempi, nei rimpianti anni 90′, non erano ancora maturi. Serviva un avvenimento capace di sconvolgere. Un mutamento paradigmatico teorizzato da Kuhn. Uno stravolgimento fatalista. E non tardò ad arrivare.