di Nicola Costo Lucco 

Se come Matteo Renzi si augura al referendum costituzionale di ottobre dovesse vincere il “Sì”, fra le conseguenze dell’approvazione della Riforma Boschi vi sarebbe anche l’abolizione del Cnel. Si tratta di un organo ausiliario (come la Corte dei Conti o il Consiglio di Stato) composto da esponenti della cultura economica e da rappresentanti delle categorie produttive (lavoratori dipendenti, autonomi, professionisti, imprese, organizzazioni di volontariato). Il suo compito, secondo l’art 99 della Costituzione, è esprimere pareri e promuovere iniziative legislative in materia economica e sociale. Il punto è che nessuna delle proposte del Cnel può essere considerata giuridicamente vincolante. Sicché la quasi totalità dei suoi suggerimenti rimangono sulla carta. Così il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro viene da più parti giudicato come uno dei molti enti inutili che appesantiscono il funzionamento delle istituzioni, con il difetto aggiuntivo di gravare non poco sulle tasche dei contribuenti (tra i 10 e i 20 milioni di euro annui).

In questi anni di spending review selvaggia, il Cnel costituisce la vittima ideale del taglio alla spesa: naturale che finisse sotto la mannaia del “rottamatore” Renzi. E a quanto pare dalla sua abolizione abbiamo tutti da guadagnarci… o forse no. Un po’ di storia può essere d’aiuto per comprendere la logica con la quale il Cnel è stato inserito nel nostro assetto istituzionale. Il Consiglio nacque soprattutto grazie all’impegno di Meuccio Ruini, creatura appartenente a una razza oggi praticamente estinta: quella degli statisti. Da presidente della Commissione dei 75 (incaricata di redigere la Costituzione), egli ebbe un ruolo chiave nella stesura dell’art. 99. Per usare le parole dello stesso Ruini, il Cnel avrebbe dovuto essere un “luogo d’incontro e di distensione fra le opposte forze economiche e politiche”. L’obiettivo era chiaro: creare una fucina di pensiero che garantisse la rappresentanza di interessi, un vero e proprio “think tank” delle politiche sociali, caratterizzato da un alto livello di competenza e da uno sguardo preferenziale sul tessuto economico nazionale. Ma le buone intenzioni, questo va detto, hanno portato pochi frutti. Il Cnel ha faticato molto a inserirsi nella dialettica costituzionale. Nonostante alcune iniziative di notevole portata, come ad esempio gli indicatori di benessere, è mancata soprattutto la capacità di dar voce anche ai “non garantiti”: da chi non lavora a chi la fa in nero, fino a coloro che un posto di lavoro hanno smesso ormai di cercarlo. Per queste persone non si è riusciti a costruire un vero canale di comunicazione, e si tratta di un limite enorme per una politica economica che voglia essere davvero condivisa e trasversale. Ma potremmo anche discorrere a lungo dell’ incapacità delle sigle sindacali di dare voce al mondo del lavoro di oggi; così come del fatto che Fiat, uno dei pilastri dell’impresa italiana, abbiamo abbandonato Confindustria voltando le spalle ai tavoli di discussione. Nel complesso, il confronto fra le parti sociali sembra un concetto proveniente da un altra epoca, ormai conclusa e quasi dimenticata. Quella stessa epoca in cui nasce anche il Cnel.

Merita dunque il Consiglio la condanna a morte? In verità è meglio non essere precipitosi. Certo è un organo assolutamente inattuale, ma è proprio questa sua provenienza da un’altra dimensione politica a renderlo prezioso per il nostro tempo. Nell’idea che la legislazione economico-sociale possa trarre linfa dal confronto con le varie realtà produttive, pure tanto spesso schierate su fronti contrapposti e incapaci di comunicare, è racchiuso il principio di una politica costruita in un’ottica unitaria e partecipativa. Tutto il contrario della gestione aziendale dei tecnici alla Mario Monti, o del leaderismo autoreferienziale del Presidente del Consiglio. Non stupisce, allora, che il Governo voglia disfarsene una volta per tutte. Ma se si esce dalla retorica della rottamazione fine a sé stessa, il Cnel può ancora svolgere un ruolo da protagonista. Si potrebbe ad esempio prevedere un procedimento legislativo specifico, che tenga necessariamente in considerazione i suggerimenti delle parti rappresentate, magari introducendo un obbligo di pronuncia del Parlamento sulle tematiche di interesse. Certamente non si può prescindere dai dati di fatto: il Consiglio, per come è oggi, non funziona e riflette solo pallidamente quello immaginato da Ruini. L’altro dato di fatto è che il “governo del cambiamento” invece di innovare distrugge, smonta, disfa ciò che gli capita a tiro, senza la visione necessaria per riformare davvero.