Il 1 luglio Confindustria si è schierata a favore della Riforma Costituzionale Renzi-Boschi. La dichiarazione di voto giunge alle orecchie degli elettori come una vera e propria interpretazione dell’Apocalisse di Giovanni. Nel documento del Centro Studi Confindustria “La risalita modesta e i rischi di instabilità”  una intera sezione è infatti dedicata alle “conseguenze economiche del NO” al referendum. Non vanno per il sottile. Per quanto riguarda il debito si parla di un aumento di 300 punti nel rendimento dei BTP decennali e di difficoltà nelle aste dei titoli di Stato. Conseguenze pressoché immediate e istantaneamente percepibili. Relativamente alla fiducia di investitori e consumatori viene prevista una fuga dei capitali dal Paese e un taglio dei consumi delle famiglie (-1% di propensione). Immancabile ma altrettanto discutibile la svalutazione del cambio dell’Euro, in caso di fuoriuscita di capitali dall’Eurozona. Questi sono, a grandi linee, gli effetti di una decisione popolare in disaccordo con l’iniziativa di governo. Confindustria probabilmente prevede già una crisi governo e un parlamento sciolto nel caso di un “NO”, che porterebbe indubbiamente ad uno sconquasso sui mercati data la totale dipendenza dell’Italia da essi. Certo, in uno scenario di tassi sui titoli di Stato che sono ai minimi un aumento dei rendimenti, anche di quella catastrofistica entità, non comporterebbe l’insostenibilità del nostro debito (attacchi speculativo-selvaggi permettendo). Parlando di consumi invece non si riesce a comprendere la correlazione tra un senato non elettivo e la madre che compra la pasta all’Esselunga, anche per la mancanza di allegati che illustrino la metodologia scientifica utilizzata per raggiungere quel risultato. La fuga di capitali con annessa svalutazione dell’Euro invece è cifra stilistica della letteratura “previsionale”, quella delle previsioni per il 90% puntualmente disattese: potrebbe essere giustificata con la crisi di governo. Un Euro svalutato darebbe comunque una mano all’Italia e la fuga di capitali rimane un jolly che Confindustria si gioca e non riprende più durante il documento.

Il dramma è che questi dati sono solo un assaggio di ciò che si incontra dopo. Perdita del 4% di PIL rispetto allo scenario base (quello del SI), – 17% di investimenti (sempre rispetto allo scenario base), comparsa di 430mila poveri nel 2019. Meno 600mila occupati nel triennio 2017-2019 rispetto allo scenario base. Una ecatombe sotto forma di lista della spesa, senza argomentazioni, senza allegati, senza commenti. Un esercizio stilistico di catastrofismo fine a sé stesso. Le cause si possono solo intuire: sarebbero tutte da attribuire a fattori esogeni, ad esempio i mercati. Questo preoccupa. Si è venuto a creare un circolo vizioso tale per cui l’opinione popolare diventa succube del ricatto dei mercati, nonché viziata da improbabili e goffi dati pubblicati da autorevoli fonti come Confindustria. L’autorevolezza infatti autorizza i media a far rimbalzare tali considerazioni inducendo un drammatico aut-aut nell’elettorato: SI al referendum oppure nuova crisi economica e politica. Ebbene sì, Confindustria dichiara, testualmente: “In conclusione, con la vittoria del “No” sarebbe inevitabile una nuova recessione per l’economia italiana”. Spesso si sostiene che l’economia si sia ribellata alla politica, diventando sfera prioritaria della vita dello Stato. Non è esattamente così. Economia e politica, in collaborazione con i mass media, vanno a braccetto, influendo sulla mente degli elettori, sul processo decisionale degli stessi. L’economia è diventato il DAS delle élite, modellabile a seconda delle esigenze. Il Referendum Costituzionale non è più solo una consultazione popolare relativa alla modifica più pesante della Carta dal 1948. Non è più una questione prettamente politica (la è mai stata?). Il premier ha personalizzato all’ennesima potenza il Referendum, saldando all’esito di ottobre il destino di Governo, Parlamento e finanze pubbliche. L’indipendenza della Banca d’Italia e la mancanza di sovranità monetaria/economica sono l’ambiente ideale di questa cinica strategia politica, arrivata a coinvolgere anche Confindustria in una modalità che è diventato impossibile ignorare. Un senato non elettivo e il premierismo di per sé non permettono ad una giovane coppia di mettere su famiglia, così come all’azienda di tornare ad assumere. La Riforma non ha di per sé effetti economici positivi: è il NO, la sua non attuazione collegata al destino del governo dell’intera Nazione che ha effetti deleteri, secondo Confindustria e secondo i media. Sta qui l’inghippo. La Riforma in questo modo si mostra essenzialmente come un mero capriccio: se il bambino viziato non la può avere comincerà a piangere e a dare problemi. Non è così che dovrebbe funzionare, non è così che democrazia e politica, devono interagire con l’economia, ormai ridotta ad un freddo mitragliatore puntato sulle tempie, con la gentile concessione del vincolo esterno, che impedisce ogni via di fuga.