L’equilibrio tra domanda e offerta dovrebbe solitamente regolare gli scambi in economia. Dovrebbe determinare il valore di ogni singolo parametro all’insegna dell’efficienza e della verità. Come con Madre Natura, è sconsigliabile manipolare il verdetto dei mercati, imponendo artificialmente barriere alla flessibilità degli Stati e, conseguentemente, alla loro capacità di rimanere competitivi nel sistema. Nel 2002, con l’entrata in vigore dell’Euro in dodici Paesi dell’Unione Europea, l’uomo ha ingenuamente preteso che le economie partecipanti attuassero un processo di convergenza in favore di una futura unione politica: gli “Stati Uniti d’Europa”. Oggi le economie aderenti alla moneta unica sono diciannove ma di passi avanti se ne sono fatti ben pochi. Innanzitutto, si deve comprendere come l’agognata convergenza non fosse un sogno legato alla sfera della volontà, quanto a quella della (im)possibilità. L’imposizione di un’unica valuta comune ha, di fatto, esautorato le Banche Centrali nazionali rimuovendo qualsiasi potestà in politica monetaria e al contempo ogni capacità di adattamento della divisa al mercato. In sostanza l’Euro non è in grado di esprimere il valore corretto di ciascuna delle diciannove economie: può solo limitarsi ad attribuire alle stesse una media ponderata. Non potendo più le monete nazionali fluttuare, svalutando e rivalutando a seconda della congiuntura, nasce la spinosa e fino a poco tempo fa ignorata questione della svalutazione interna. Riecheggia tutt’oggi l’ammissione dell’allora PD Stefano Fassina: “non potendo svalutare la moneta si svaluta il lavoro”. Tutto vero, solo che gli Stati mediterranei se ne sono accorti tardi, mentre quelli del nord, Germania su tutti, ne avevano compresa l’importanza da subito. È da questa consapevolezza che prende vita il progetto di compressione salariale realizzantesi con il Piano Hartz, ovvero una delle principali cause del “successo” della locomotiva teutonica da esportazioni.

In sostanza la Germania, riformando il sussidio di disoccupazione, ha inondato il mercato del lavoro con un’ingente dose di sottoccupazione: impieghi da meno di 500 euro mensili. Secondo stime sarebbero più di sette i milioni di tedeschi impiegati tramite i cosiddetti “Mini-Jobs”. Il risultato è un tasso di disoccupazione esiguo (inferiore al 5%) ma ottenuto a colpi di riduzioni del salario. Risulta comunque deleterio fermarsi a questo particolare. Induttivamente occorre spostarsi ad un livello macroscopico per apprezzare meglio l’opera di svalutazione interna operata dai governi tedeschi del XXI secolo. I salari reali in Germania, tra il 2000 e il 2010, sono calati di quasi 6 punti percentuali, fatto particolare se inquadrato nel contesto delle economie “teste di serie” dell’Eurozona. Eppure non si tratta di un effetto negativo imprevisto: era stato tutto calcolato. In mancanza di una svalutazione monetaria si va ad attuarne una salariale, trasformando una nazione con leggero deficit delle partite correnti nella Cina d’Europa, addirittura sforante il limite imposto dall’UE, del 6% nella bilancia commerciale, recidivamente da anni e anni. L’impostazione ricercata è, senza dubbio alcuno, di stampo mercantilista: comprimendo gli stipendi si calmiera la domanda interna e, di conseguenza, l’inflazione. A Berlino sono stati lungimiranti, comprendendo come una minore inflazione rappresenti un vantaggio competitivo istantaneo nei confronti dei competitors intra-Euro, collocando uno Stato nella posizione di esportatore dominante. Imponendo per l’anno x un indice dei prezzi pari a 100, nell’anno x+1 in Germania si registra un’inflazione pari a 1%, mentre in Italia del 2%: i tedeschi venderanno il proprio prodotto a 101, mentre gli italiani a 102. Semplice no? Fu così importante completare questa metamorfosi che la virtuosa Germania si concesse persino di sforare il Patto di Stabilità europeo (quello del 3% per intenderci, ndr), infrazione commessa a causa dell’istituzione dei nuovi sussidi previsti dalle riforme di inizio millennio.

L’Italia, in tutto questo, ci perde. Non è solo una questione di competitività, che una volta entrata nell’Euro ha incoscientemente perduto, bensì anche di politica interna, in quanto coinvolge personalmente il Premier Matteo Renzi. Il Presidente del Consiglio ha infatti, a più riprese, indicato la legislazione e la politica salariale tedesca come un modello da seguire. Non a caso poco tempo dopo ha bussato alle case degli italiani il Jobs Act, ondata di diritti lavorativi rimossi in favore di un più grande disegno: quello della competitività e dell’integrazione. In un Sogno Europeo che presenta sempre meno presupposti nel contesto di questa maldestra costruzione politico/economica, la svalutazione interna ha allontanato il nostro Paese dalla Germania di un buon 20% (somma dei differenziali di inflazione accumulati dal 2002). Lira e Marco divisi da un 20% astrattamente corretto ma fusi uno all’altro in maniera concretamente errata: si chiama Euro il tandem che sta aggravando le differenze delle singole economie nazionali, generando una divergenza che rischia di porre fine prematuramente al disegno, al “sogno”, di un’Europa unita.