rotagonista delle cronache non mainstream di questi giorni è la Commissione Trilaterale. Mattarella l’ha ricevuta ufficialmente al Quirinale, elogiandone l’operato e il “lungimirante” fondatore David Rockefeller. La carica che dovrebbe costituzionalmente rappresentare l’unità nazionale al termine dell’incontro afferma “la perdurante utilità di un foro di dialogo che possa favorire […] una prospettiva strategica […] sganciata da ogni ufficialità”. Un mercato nero delle opinioni e dei rapporti di forza tra nazioni è uno scenario che può perlomeno porre qualche dubbio nonché destare preoccupazioni, soprattutto se ammesso pubblicamente dal Presidente della Repubblica. A rincarare la dose ci ha pensato il “lunch talk” del vicepresidente della Camera Di Maio all’ISPI: alcuni commensali erano membri italiani della Trilateral. Al di là di ogni operazione di propaganda complottista, è necessario trascendere dalla solita reputazione di “setta segreta” e analizzare la vera natura della Commissione Trilaterale.

Essa è più integrata nella costruzione politica attuale di quanto si possa immaginare. Le vere linee guida dell’ente di Rockefeller sono indicate nel lungo paper, il primo pubblicato dalla Trilateral, “La crisi della democrazia”. Tra i tanti inquietanti spunti donati da tale documento, salta all’occhio un paragrafo in particolare, in cui si formalizza il nemico pubblico numero uno, ovvero l’inflazione: “L’inflazione non è, ovviamente, un problema specifico delle società democratiche, e può ben essere il risultato di cause del tutto esterne al processo democratico. Tuttavia, essa può venire esasperata da una politica democratica, ed affrontarla efficacemente risulta […] estremamente difficile per i sistemi democratici. La tendenza naturale connessa alle domande politiche, permesse e incoraggiate dalla dinamica di un sistema democratico, aiuta i governi ad affrontare i problemi della recessione economica, specie la disoccupazione, ed impedisce loro di trattare efficacemente l’inflazione. Di fronte alle rivendicazioni dei gruppi imprenditoriali, dei sindacati dei lavoratori e dei beneficiari delle elargizioni statali, diventa difficile, se non impossibile, per i governi democratici tagliare la spesa, aumentare le tasse e controllare i prezzi e i salari. In questo senso, l’inflazione è il male economico delle democrazie”.

Sostanzialmente l’inflazione è il germe da debellare. Il problema primario. È “il male economico delle democrazie” in quanto è provocato da uno Stato democratico che “elargisce”, con una connotazione prettamente negativa, privilegi e ricchezza anche dove non dovrebbe. Una politica economica interventista è in grado di combattere recessione e disoccupazione, intesi come oggetto di lotta capricciosa e ingiustificata: l’immissione di moneta nel circuito dell’economia reale, seguendo ciecamente la sfatata teoria quantitativa della moneta, genera la demoniaca inflazione. L’aumento dei prezzi, quindi, è la conseguenza nefasta di uno sconsiderato perseguimento da parte della democrazia del benessere pubblico. È la prova che l’interventismo è un tipo di politica che va annientata seduta stante.
Così è stato. L’Unione Europea infatti, nei suoi trattati, pone la stabilità dei prezzi al di sopra di qualsiasi altro obiettivo. Il TUE all’articolo 3 recita: “L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale […]”. Come la stessa Trilaterale affermava, lo “sviluppo sostenibile” del mercato interno è lasciato alla mano invisibile liberista, con la “stabilità dei prezzi” che innalza l’indicatore dell’inflazione a giudice onnipotente dell’operato dell’Unione. La piena occupazione e il progresso sociale sono soltanto condizioni accessorie, dipendenti inoltre dal funzionamento della “economia sociale di mercato fortemente competitiva”. Il lavoro e il benessere classificati come merci in uno spietato mercato dipendente dalla congiuntura del momento: l’unico pensiero ammissibile di fronte al dogma della stabilità e della sostenibilità in salsa UE. La Troika ha calcolato per tutti i paesi dell’Unione il “tasso naturale di disoccupazione”, che poi altro non è se non il numero di potenziali lavoratori a spasso che è necessario mantenere per scongiurare ogni spinta inflazionistica. Un pavimento al tasso di disoccupazione: il principio della piena occupazione è in questo modo reso irrealizzabile.

Nel gioco all’evitare di iniettare moneta all’interno del circuito dell’economia reale, anche se indirizzata a stimolare la domanda interna, vi è inoltre l’art 123 Del TUE: “Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri […] così come l’acquisto diretto […] di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”. Il principio dell’indipendenza della Banca Centrale è indirizzato anch’esso alla guerra contro l’inflazione, male teorizzato dalla Trilaterale e formalizzato nei trattati europei stessi. Questo principio vieta alle Banche Centrali di creare moneta, così come di monetizzare il debito pubblico calmierando eventuali aumenti dei tassi di interesse. L’articolo 123 (TUE) è stata una delle condizioni necessarie all’introduzione dell’euro: non era, infatti, concepibile l’esistenza di tante sovranità monetarie a fronte di una sola moneta. Per quanto riguarda la nostra analisi, l’euro è stato il vincolo esterno decisivo per le “inefficienti” e “inflazionistiche” democrazie nazionali. La divisa comune ha quindi necessariamente imposto le politiche di deflazione salariale, ovvero di compressione della domanda e dell’inflazione, che passano sotto il nome di “svalutazione interna”. Il cambio fisso dell’euro, una media degli Stati dell’eurozona, è una variabile rigida all’interno della dinamica evoluzione della congiuntura economica, nonché dei fondamentali nazionali: saremmo di fronte ad una caffettiera senza sfiato se non vi fosse la depressione degli stipendi.

La Trilaterale ha quindi posto obiettivi che sono stati condivisi entusiasticamente dall’Unione Europea (nonché fissati nel trattati). Se vale il detto “gli amici dei tuoi amici sono miei amici”, allora questi due enti non sono altro che le facce di una medesima medaglia: una visione neoliberista del mondo, incompatibile con la Costituzione e con il perseguimento da parte dello Stato sovrano del benessere dei cittadini. In conclusione, uno scenario decisamente allarmante.