di Cristiano Vidali

Appena due mesi fa si estinguevano nel Canale di Sicilia oltre novecento vite, che fra l’inevitabilità di una morte terrestre o la possibilità di una morte marittima hanno scelto l’agghiacciante tepore dell’incertezza. L’inumidimento degli occhi, se c’è stato, non è durato a lungo, perché le lacrime sono una risorsa esauribile. Così, impregnandosi come tergicristallo di friabili piagnucolii, i media non hanno esitato a rieducare gli sguardi sui versanti davvero importanti, dalla questione economica, ai confusi interventismi, fino all’italico eroismo in questa etnica fatica di Atlante. Alla mediatica nenia di psittacismi e ideologie il tempo abitua presto, ma è profondamente imbarazzante come i fenomeni migratori della contemporaneità non vengano che additati come una nemesi del destino priva di rizomi, in assenza di qualsiasi analisi storica sulla sua causazione reale e, soprattutto, senza alcuna timida menzione del ruolo colpevole dell’Occidente in questo accidentato scenario.

Benché il nomadismo sia un carattere inerente all’uomo, tutti i fenomeni migratori a cui la modernità abbia assistito sono ascrivibili ai fetidi prodotti innumerevoli della globalizzazione, che, come da Marx, è esclusivamente l’estensione degli scambi e dell’interdipendenza economica prodotti dal capitale. Pur avvizzendo l’effettività dei poteri nazionali, il cosmopolitismo delle relazioni economiche, storicamente, ha sempre avuto come fondamento una cornice istituzionale forte, condizione oggi totalmente assente, che rende ulteriormente fatale la cicatrice inferta ai paesi in via di sviluppo dalla violenta iniziazione di quelli industrializzati. Il solo sbiadito residuo degli stati è l’interesse nazionale, che, ottenebrando qualsiasi astratta philìa fra estranei, esacerba l’impietoso esercizio del potere contrattuale dei transattori, con buona pace della retorica della reciproca vantaggiosità. In questa inaudita capillarizzazione di scambi ineguali, i paesi occidentali godono inevitabilmente di netti vantaggi preventivi. Innanzitutto, per una nazione ricca è estremamente più semplice rinvenire transattori alternativi di quanto non lo sia trovare altri fornitori per un paese povero, con la sola eccezione del petrolio; e la disponibilità di alternative transattorie, insieme alla possibilità di posticipare lo scambio, incrementa sensibilmente il potere contrattuale. D’altra parte, questo ruolo privilegiato consente una maggiore gestione del mercato, imponendo, ad esempio, misure protezionistiche laddove la produzione è più debole, od inneggiando moralisticamente alla liberalizzazione del commercio nei propri settori più competitivi. Oltre a queste istanze autoreferenzialmente giustificate, i paesi occidentali manifestano la propria premurosa munificenza attraverso gesti come il dumping, lo scarico di eccedenze produttive che mette fuori gioco la concorrenza, azioni sempre accuratamente imbellettate nella forma del “dono internazionale”. Oltre alla beffa, il debito morale.

Senza garanzie trans-nazionali a tutela dei rispettivi impegni, il mercato è una Babele di anarchici rapporti di forza. Ciò che è peggio sono gli effetti interni ai paesi poveri coinvolti, le cui fragilità istituzionali e le economie ancora incerte non reggono la sregolatezza dei meccanismi di mercato e si avviano celermente alla decomposizione terminale della classe dirigente. L’improvvisa polarizzazione esponenziale del denaro disgiunge fino all’estraneità la povertà delle masse da dirigenti dimentichi della direzione, favorisce la corruzione nell’inesperienza delle alte sfere, oltre a far germogliare, esibendo la propria orrida evidenza, diffusa conflittualità, a cui seguono ulteriori disordini istituzionali o colpi di Stato. Parlare di paesi “in via di sviluppo”, come se l’Occidente ne fosse la meta, è un imbarazzante quanto ipocrita eufemismo, che, anche sul versante economico nasconde immobilità o addirittura regressioni, come è stato per l’intera Africa sub-sahariana dagli anni ’70. Non c’è da stupirsi se da tali condizioni, a maggior ragione se inasprite da guerre civili o conflitti religiosi ideologici, seppur non determinanti, si originano torrenziali flussi migratori, un correlato inevitabile della mobilitazione dei fattori di produzione stimolata dalla liquidità del denaro: così come il capitale si orienta verso la domanda, il capitale umano si flessibilizza e rincorre la promessa del capitale.

Nel quadro allucinato del logoramento di vincoli comunitari ed identitari, questi esodi si rivelano incontenibili quanto destabilizzanti per l’ingenuo sbigottimento dei paesi riceventi, tanto più se crogiolatisi nel sentimento di una crisi socio-economica, ma anche per le nazioni abbandonate, che vengono prosciugate di ogni rimasuglio di forze produttive. Eppure, di fronte a questo pandemonio dell’umanità, addolora la mancanza di qualsiasi interesse per la verità delle cause che originano questi fenomeni; forse perché una congerie di manodopera sottopagata, subordinata e senza giustizia fa comodo, ai piccoli imprenditori come all’Expo, forse perché la questione demografica italiana non esiste affatto, forse perché l’arricchimento negriero nei trasporti in mare è un prezzo a cui non si è disposti a rinunciare, forse perché ulteriori evidenze con cui additare l’impotenza europea non dispiacciono particolarmente. E, in fondo, davvero questa spettrale Unione è più debole di qualche astrazione geografica disegnata dalle Alpi o da una fredda penna istituzionale, che segna il confine delle uguaglianze e il limite della giustizia; forse, davvero questa gracile Europa non sa riconoscere cittadini del mondo, ma al massimo affittuari affamati, che sono oggi l’incarnazione piangente del destino dell’umanità: essere giustiziata per una colpa mai commessa.