Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), ossia il trattato commerciale tra Unione Europea e Canada che vuole creare un’enorme area di libero scambio tra i due territori, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri italiano questo mercoledì, fatto importante e – purtroppo – raccontato solamente dall’Intellettuale dissidente sulle sue colonne virtuali. Ma adesso che succederà? Urge fare un po’ di chiarezza “burocratica”, visto che di cosa contiene ne abbiamo parlato in lungo e in largo. I negoziati sul trattato, necessari per definire un testo semi-definitivo dell’accordo, sono durati cinque anni e si sono conclusi nell’agosto del 2014. Da parte nostra, ovvero europea, a portare avanti la negoziazione per tutti con la controparte canadese ci hanno pensato i commissari UE che, è giusto ricordare, nessun cittadino europeo ha mai votato. Fatto ciò, prima della firma definitiva tra il Presidente del Consiglio e della Commissione Europea – rispettivamente Donald Tusk e Jean Claud Junker – e del presidente canadese – il “bello e impossibile” Justin Trudeau – è necessario un primo “nulla osta” dai governi degli stati membri UE, giustamente, considerato che a subire gli effetti del trattato non è Bruxelles, ma l’Europa intera e i singoli popoli nazionali.

epaselect epa05610068 President of the European Commission, Jean-Claude Juncker (R), Canadian Prime Minister Justin Trudeau (C) and EU Council President Donald Tusk (L) during a press conference at the end of an EU-Canada summit where they signed the agreement on the Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA), a planned EU-Canada free trade agreement, in Brussels, Belgium, 30 October 2016. EPA/STEPHANIE LECOCQ

Tusk, Trudeau e Juncker il giorno della firma del CETA

A quest’ultimo proposito forse qualcuno ricorda il “problemino” arrecato dalla Vallonia, la regione del Belgio che, dal basso dei suoi 3,6 milioni di abitanti (Roma è più popolosa, per capirci), è riuscita ad ergersi contro le minacce internazionali del CETA rifiutandosi di firmarlo. Secondo la costituzione federale belga infatti, la Vallonia ha il potere di veto sui trattati commerciali internazionali; e senza la firma di questa regione non può firmare neppure il Belgio, e senza la firma del Belgio il banco europeo salta e l’accordo “non s’ha da fare”. A preoccupare i Valloni, in particolare, il rischio che il CETA possa scardinare il modello agricolo della regione e di calpestare i diritti dei lavoratori, il sistema sanitario e le norme a protezione dei consumatori e dell’ambiente. Ma questo slancio di eroismo è durato poco: tempo qualche giorno e arriva la “sudata” sigla, tanto che il 30 ottobre del 2016 a Bruxelles ha luogo l’incontro al vertice tra UE e Canada, e viene firmato l’accordo. A questo stato delle cose rimangono due passaggi: la ratifica del trattato da parte del parlamento europeo, e quella dei singoli Stati membri. La prima è già arrivata il 15 febbraio di quest’anno, quanto alla seconda si stanno organizzando.

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Manifestazione contro il CETA in Vallonia nell’autunno scorso

In Italia, si diceva, il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica e attuazione; significa che a breve approderà in uno dei rami del Parlamento per seguire il consueto iter legislativo, ed essere votato. Questo è di base un enorme problema perché le leggi di proposta del governo tendenzialmente (ça va sans dire) vengono approvate, pena la sfiducia di quest’ultimo. Allo stesso tempo abbiamo ancora un piccolo vantaggio in termini di tempo, ma è necessario lo sforzo di ognuno di noi. Cosa fare dunque? Informarsi, prima di tutto. Capire cosa contiene il trattato, rendersi conto degli scarsi vantaggi economici che promette e delle enormi ripercussioni economiche, sociali, sanitarie, agricole e ambientali che comporta. Ancora, parlarne. Fare pressioni sui canali mediatici nazionali grandi e piccoli, e sopratutto – la parte più difficile – far capire ai nostri decisori politici che un loro sì potrebbe costarci caro.