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Non ragliano, non strillano, non mordono più. Si sono conformati ai loro avversari politici. Del resto “la libera elezione dei padroni non abolisce i padroni né i loro schiavi” come scriveva il filosofo marxista Marcuse ne L’uomo a una dimensione. La politica italiana ha appena scoperto, invece, di avere uomini a più dimensioni, concave o convesse a seconda dei casi. In effetti agli italiani non bastava il trasformismo dei partiti tradizionali, avevano proprio bisogno di Salvini e Di Maio. Il duo, nel recente Forum Ambrosetti andato in scena a Cernobbio è riuscito a deliziare la platea con messaggi che sembravano presi direttamente dalla campagna elettorale del presidente Macron. Un’overdose di filo-europeismo e di rigetto del populismo, che fin qui li aveva contraddistinti. I Nostri, seppure in modo diverso, si sono fatti prendere dagli ingranaggi del sistema, finendo per abbracciare in toto le politiche dell’establishment. Poco importa se si tratta di una copertura nel tentativo di rassicurare imprese e investitori. Abbiamo finalmente scoperto che non è solo Renzi a rincorrere il M5S sui vitalizi – retroattivi- e le politiche dure della Lega in materia di immigrazione. Gli stessi Cinque Stelle e lo stesso partito di Salvini, in quanto al rincorrere, non sono da meno. Ma a questo punto, ci chiediamo, a cosa serve avere o non avere la credibilità nell’offrire soluzioni ai problemi dei cittadini italiani? Se tanto ci dà tanto, perché oltre ad archiviare l’uscita dell’Italia dall’euro, i Cinque Stelle non rimettono in discussione il limite dei due mandati parlamentari? Ah no, ci ha già pensato Di Battista alla Versiliana! Perché uno varrà anche uno, ma che nella politica italiana valga tutto per tutti – siano partiti, movimenti o sette- già lo sapevamo. Non avevamo bisogno di una vernice di moralità da parte delle nuove classi dirigenti.

Di Maio scopre le carte a Cernobbio (fonte Vista)

C’è però una sostanziale differenza ab initio tra la nuova “affidabilità” del segretario leghista e quella del pentastellato. Il riposizionamento di Salvini e i suoi toni più moderati sull’euro e sull’Europa sono stati dettati da fattori esterni, legati all’attuale situazione geopolitica europea, nella quale, specie dopo la botta subita elettoralmente da Marine Le Pen in Francia, appare molto velleitario far valere le proprie ragioni di forza sull’Italexit. A meno che – e lo specifichiamo – non si riesca a ridiscutere la moneta unica e le attuali regole europee dall’interno dei confini istituzionali dell’UE. Ma nel suddetto caso, per poter massimizzare una contrattazione, occorrerebbero margini di manovra che l’Italia strutturalmente non ha, vuoi per la sue croniche debolezze economiche (crescita, produttività, conti pubblici) vuoi anche per i continui deflussi finanziari, superiori di gran lunga all’attivo sulle esportazioni. Per quanto riguarda Di Maio, che ha affermato di volere un’Italia smart nation legata all’innovazione tecnologica, verrebbe da chiedersi se non sia ora lui a essere diventato più renziano dell’ex Presidente del consiglio. Il Movimento Cinque Stelle, una forza politica alla quale è attualmente attribuito un consenso quasi del 30%, ha rappresentato nelle scorse elezioni nazionali una forte domanda di cambiamento, principalmente di classe dirigente. Ci si potrebbe però chiedere se basta la lotta alla casta per avere una visione complessiva delle questioni politiche. Evidentemente no, del resto un po’ ce n’eravamo accorti: di questi tempi basta una buona comunicazione propagandistica per prendere voti. Eppure, nonostante tutto, sul fronte non solo economico c’è una componente grillina che avrebbe una linea programmatica sensibile alle tematiche sociali della sinistra tradizionale (come il reddito di cittadinanza) e per un certo periodo vi è anche stato un ammiccamento con l’ala socialdemocratica del Partito Democratico e le componenti già fuoriuscite in Articolo 1 e Sinistra Italiana. Solo che finora non se n’è fatto niente, visto che il M5S non ha intenzione di stringere alleanze. Sull’euro poi, chiariamo subito un aspetto: il movimento di Grillo ha sempre avuto una posizione che definire ambigua è un eufemismo. Certo Di Maio, quale aspirante Premier, dovrebbe sapere che per la Costituzione italiana il referendum popolare sulla moneta unica – simile a quello che sta dando vita alla Brexit- non può essere indetto. Quindi, questi grandi spazi di manovra in realtà non ci sono. Il Movimento Cinque Stelle, come è stato dichiarato a Cernobbio, considera il referendum consultivo sull’euro un modo per avere più potere nel contrattare alcuni temi come il fiscal compact. A parte che, anche qui, sarebbe da discutere se l’Italia possa ancora avere una sponda europea sulle politiche fiscali, visti i soldi e la flessibilità concessa in questi anni al governo Renzi. Ma poi va anche aggiunto che il referendum dei Cinque Stelle (privo, come detto, di valore giuridico) genererebbe aspettative negative sui sottoscrittori del nostro debito. In altre parole, gli investitori se la darebbero a gambe, l’incertezza aumenterebbe, così come lo spread. A noi ci toccherebbe invece rimanere con una classe dirigente che le analisi vere e decisive per il futuro del paese e della sua economia non le ha ancora fatte.

Cernobbio

Infografica circa l’andamento del debito pubblico italiano negli ultimi tre anni. (Fonte Ansa/centimetri)

Il sistema Italia non sta ripartendo con la dovuta intensità, poco importa l’effetto reflattivo sul debito pubblico che, in virtù della maggiore inflazione, dovrebbe calare. Va infatti ricordato come nei prossimi anni saranno due le principali faccende legate all’economia che politica e parlamento per necessità dovranno fronteggiare: 1) la fine del Quantitative Easing, il programma di acquisti della Banca Centrale Europea che finora ha abbassato il costo del debito pubblico e 2) la scadenza di quasi la metà dei bond sulle passività dello stato. Una cifra che si aggira complessivamente sui 900 miliardi di euro per la prossima legislatura. Le implicazioni sulla politica economica le conosciamo già. Del resto, le abbiamo sperimentate in anni recenti, quando è stata somministrata l’austerity montiana. In un sistema valutario come quello messo in piedi con l’euro, i meccanismi di riequilibrio passano per le riforme strutturali, a cominciare da quella sul mercato del lavoro, togliendone bardature e rigidità. Un meccanismo giocoforza inevitabile quando si costruisce un sistema valutario che espropria gli stati della propria politica monetaria e che, al tempo stesso, lascia assoluta libertà di movimento ai capitali. Ce lo ha spiegato il premio Nobel per l’economia Robert Mundell: senza una politica fiscale comune, i fattori produttivi (capitale e lavoro) devono muoversi in senso flessibilista e libero scambista. Il compito di certi politici dovrebbe essere mostrare un minimo di coerenza sulle proprie posizioni, indipendentemente dai contesti. E non scimmiottare le supercazzole dei propri colleghi, che tanto l’affidabilità da parte dei mercati non la si conquista indossando di colpo una maschera.