E’ interessante provare a delineare un bilancio della due giorni organizzata a Milano da Stefano Parisi, intitolata (piuttosto renzianamente) “Megawatt. Energie per l’Italia”. La Leopolda del centrodestra ha visto avvicendarsi sul palco giornalisti, esponenti del mondo accademico e imprenditoriale, figure civiche e pochissimi politici di professione, nel pieno rispetto dello spirito del ’94. “L’Italia è il Paese che amo…”, ricordate? L’impressione è che si tratti di una scena già vista e che il copione sia lo stesso, interpretato però questa volta da nuovi e diversi attori. Manca Berlusconi, ma è come se ci fosse, perché a Megawatt l’atmosfera trasuda berlusconismo.

Il quadro politico nazionale in cui l’operazione di Parisi si inserisce non sembra nemmeno così lontano da quello in cui ebbe luogo l’ormai storica discesa in campo del Cavaliere. Oggi come in quel lontano 1994, l’Italia è prostrata da una crisi politica gravissima. Il caos odierno non è certo paragonabile a quello innescato dall’inchiesta Mani Pulite (autentico trapasso di un epoca storica) ma il grado di sfiducia degli italiani nelle istituzioni e nei partiti se possibile è ancora più alto di quanto non fosse allora. Negli anni di Tangentopoli, le forze politiche tradizionali crollavano sotto i colpi del pool di di Pietro, Colombo e Davigo, ferite a morte da una salva di intercettazioni e avvisi di garanzia. Oggi non sembra andare molto diversamente, con i partiti incapaci di riconquistare una qualche credibilità di fronte all’elettorato dopo anni di inconcludenza e ruberie. La politica continua ad essere associata alla corruzione e al malaffare, e questi vent’anni sono serviti soltanto a rafforzarne la consapevolezza.

Se Berlusconi è il convitato di pietra, chi manca per davvero sono i “comunisti”. Ogni Cavaliere che si rispetti deve avere un degno nemico da sfidare, per liberare il proprio Paese e riportarvi la pace e  la prosperità. Don Chisciotte combatteva i suoi mulini a vento, e Berlusconi si scagliava contri i “rossi” di Occhetto, riuniti nell’Alleanza dei Progressiti. Che comunisti lo erano per davvero, anche se nel frattempo la svolta della Bolognina aveva segnato nominalmente la fine del Partito Comunista. Oggi nessuno potrebbe accusare Matteo Renzi o Lorenzo Guerini o Maria Eelena Boschi di essere comunisti. Il centro-destra deve affrontare un avversario che è quasi un suo fratello gemello (emblematica la sfida tra Parisi e Sala a Milano), e non è irrilevante che proprio nella storia di Parisi si ritrovi una precoce infatuazione per il liberal-socialismo. Negli anni Settanta diventa vicesegretario del nucleo universitario socialista di Roma, in seguito lavorerà in CGIL e sarà stretto collaboratore di Gianni De Michelis. Ritrovarlo poi a fianco di Gabriele Albertini al Comune di Milano e infine candidato sindaco per il centro-destra è il segnale più evidente dell’osmosi culturale e ideologica tra le due metà del centro, separate da una membrana talmente sottile da arrivare a confondersi l’una nell’altra. Non stupisce che alla Lega di Salvini la sua leadership non piaccia.

Le voci che Parisi ha convocato per dialogare del suo progetto “liberal-popolare” parlano tutte la stessa lingua. Chiedono più mercato e meno Stato e vogliono la rivoluzione liberale promessa da Berlusconi. Sostengono che il sistema pubblico rubi e risucchi le risorse della parte migliore del Paese, quella che fattura e che produce. Chiedono che gli investimenti privati si possano sviluppare in un contesto di totale libertà. Denunciano che il welfare state ha fallito e che è giunto il tempo di lasciare lo spazio ai privati. Rivendicano il sostegno alle scuole paritarie e invocano il federalismo fiscale.

Parisi sarà anche l’uomo nuovo del centro-destra, ma la piattaforma programmatica che emerge dalla sua kermesse non offre alcuno spunto innovativo. A Megawatt viene declinato il mantra liberista che ha dominato incontrastato gli ultimi anni della politica italiana ed europea. In quest’ottica, i vincoli e gli interventi regolatori dovranno essere ridotti al minimo perché solo così il mercato potrà sprigionare i propri benefici effetti a vantaggio di tutti. E’ una prospettiva in cui la dimensione pubblica non trova più alcun posto, o rimane tutt’al più relegata ad un ruolo di mera supervisione, intervenendo (ne abbiamo avuto più di un esempio anche in tempi molto recenti, se Banca Etruria vi dice qualcosa) solo quando il sistema economico lasciato a sé stesso finisce vittima della propria ubriacatura. Ogni volta in cui chi avrebbe dovuto controllare il mercato non l’ha fatto, per negligenza o per aver voltato la testa dall’altra parte, sono arrivati i mostri. La crisi economica di cui ancora stiamo scontando i postumi, figlia di una sconsiderata brama di guadagni facili e di una fede perversa nella crescita infinita, è lì a dimostrarcelo. Come scrieveva Federico Caffè nelle sue “Lezioni di politica economica”:

Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio. Non si può non prendere atto di un recente riflusso neoliberista, ma è difficile individuarvi un apporto intellettuale innovatore.” E ancora: “È molto frequente nelle discussioni correnti rilevare un’insistenza metodica sui vantaggi operativi del sistema mercato, e magari su tutto ciò che ne intralci lo “spontaneo” meccanismo, senza alcuna contestuale avvertenza sui connaturali difetti del meccanismo stesso”.

Caffè si era persuaso che l’incrollabile fiducia del neoliberismo nell’intrinseca benevolenza del mercato fosse radicalmente sbagliata: era ed è illusoria la promessa che con la deregolamentazione giungano naturalmente l’efficienza, la trasparenza, l’occupazione e il benessere diffuso. L’economista denunciava così il “crollismo” di chi, similmente al marxista che preconizza il crollo del sistema di produzione capitalista, annuncia l’imminente fallimento del walfare state come se si trattesse di un destino immanente e inevitabile.  Certo lo Stato sociale va sviluppato e migliorato, ma questo non deve comportare un rifiuto aprioristico. Significa, al contrario, che esistono ulteriori margini di perfezionamento nel senso di una maggiore equità e uguaglianza. Una lezione lucida e preziosa, quella del professor Caffè, che continua a metterci in guardia dalle sirene della libertà a costo zero e a ricordarci che non esiste nessuna “ricaduta favorevole” del libero mercato. Il progresso è reale solo quando è di tutta la collettività.