Se Marx avesse acquisito dati economici contraddittori rispetto alla realtà, avrebbe rinvenuto l’errore nel numero; se oggi un economista ottiene dati economici contraddittori rispetto alla realtà, conclude che l’errore è nella realtà. L’irragionevolezza dell’inferenza contemporanea è indubbiamente debitrice della rivoluzione prodottasi in economia verso la fine dell’Ottocento, che, fra marginalismo e neoclassicismo, ha sviluppato un certo invaghimento per la matematica. Un amore col tempo coronato dal pubblico consenso, fino all’insignazione col titolo di scienza esatta per l’economia; così, la nouvelle vague scientista accresce inevitabilmente il proprio oblio della realtà e, soprattutto, degli individui ancora in carne ed ossa che vi sottostanno. Eppure, non solo la sua scientificità è smentibile, differentemente dalla matematica, ma altresì la sua astrattezza: infatti, sotto le spoglie di un ambito del sapere, vive una pratica collettiva e quotidianamente condotta che unisce l’oggetto-denaro alla quasi totalità delle dita degli abitanti del pianeta e, inevitabilmente, ha profonde implicazioni sulle loro azioni ed i loro pensieri. Non solo, quindi, l’economia non è astratta, ma nella misura in cui diviene principale incarnazione storica di un processo globale, quello del capitalismo, i suoi effetti possono essere a pieno titolo considerati morali, antropologici e psicologici.

La traccia storica più nota del consolidamento del capitalismo avanzato, più anestetica che salvifica, è la sua concomitanza con l’uscita dall’indigenza economica. Il Novecento, secolo in cui il capitalismo si è affermato come modo sociale su scala mondiale, è stato anche il secolo che maggiormente ha assistito al riscatto dell’uomo dalle macerie della guerra e dalla miseria delle condizioni di vita, a partire dalle quali si ricordano le più ottimistiche visioni, tendenziosamente selezionate, di Kuznets. Che questo benessere economico abbia davvero investito e migliorato le condizioni del globo è dubbio, cionondimeno in esso è andato emancipandosi il mito, certamente presente nelle menti dei ricostruttori post-bellici, del self made man, l’uomo efficacemente autonomo, homo felix che porta ricchezza al paese e gode dei suoi frutti. Con questa figura, qui assunta come emblema antropologico del discorso del capitalista, si inaugura quasi deterministicamente una nuova configurazione del desiderio, parola insensibilmente sottratta alla premurosa alcova della psicanalisi e sfruttata come mediazione universale per il consumo individuale.

L’etimo di desiderio è rintracciabile nel De Bello Gallico di Cesare, ove sono definiti de-siderantes, ovvero ‘coloro che stanno sotto le stelle’, i soldati che, durante l’interruzione notturna del conflitto, aspettano nel pianto del cielo i propri commilitoni senza garanzie di ritorno. Il desiderio, dirà Sartre, è “una passione inutile”, perché un’ansiosa attesa non ha alcun potere di cambiare la sorte; ma il fatto stesso che si attenda con caparbia impotenza testimonia come il desiderio appartenga ad una dimensione extra-utilitaristica, configurandosi come privo di télos, come “desiderio di desiderio”. I tratti analiticamente strutturanti il desiderio sono il sentimento della mancanza, senza la cui traccia d’assenza non si potrebbe desiderare alcunché, e del particolare, come caratterizzazione d’insostituibilità che salva dallo smarrimento dell’indistinzione. Solo se trattenuto in quest’endiadi, il desiderio come e-mozione individuale ed intersoggettiva può essere produttore di senso; solo se accudito come un fragile virgulto, l’attesa, il valore e la creazione che esso dischiude possono fondare l’essenza di una reciprocità diffusa, di un rapporto di dono sociale. Queste istanze, che scalzano la sopraffazione e lo sfruttamento, sono la palingenesi del comunitarismo, fuori del quale non esiste che l’estromissione dell’Altro ed il culto religioso di un’egoica affermazione. È, infatti, proprio nel momento in cui il desiderio cessa di dipendere dall’Altro e s’incancrenisce in pura idolatria dell’oggetto, che è nulla perché metonimico e sostituibile, che si produce la deriva del godimento consumistico ed indifferenziato.

Il capitalismo come modo sociale di produzione di beni e soggettività ha la responsabilità storica di aver spezzato le catene della miseria, solo per consegnare l’uomo ad un nuovo giogo: il feticismo della merce come unico strumento di redenzione, apertura di un cinico individualismo che non conosce alternative alla solitudine dell’appagamento materiale nel circolo vizioso di un “cattivo infinito”. Nel mondo senza particolare, senza mancanza e senza attesa, dunque senza senso, tutto è vano ed ogni valore nascente è spinto alla foce del relativismo. L’homo felix, l’uomo che si aspetta l’appagamento e la felicità sotto il vessillo ideologico del merito che presume riconosciuto, è un triste ed irredento signore del mondo; è il fantoccio economico del Don Giovanni travolto dal desiderio del nulla, il desiderio autopoietico dove niente è abbastanza – “je veux la lune, je la veux maintenant” rivendica capricciosamente il Caligola di Camus.

In una minaccia etica ancor prima che finanziaria è legittimo chiedersi quanto tutto questo potrà continuare. Esiste un uomo che persiste alla de-umanizzazione, che sopravvive a se stesso? C’è la salvezza oltre l’apocalisse del capitalismo che ha tradito la promessa fatta ai suoi uomini-macchina iper-efficienti? In un ebbro delirio, l’Occidente suicida che ha la morte nel nome sembra barcollare avvicinandosi al burrone, e solo un’inversione di tendenza di carattere antropologico, e dunque sistemico, potrà ricondurre ad terreno stabile. In questo senso, il ritorno alla legge morale pre-capitalista potrebbe essere una nuova linfa oppure solo un’oppressione nostalgicamente vincolante, così come lo scardinamento di ogni senso della legge non fa che gettare nella prigionia rinnovata di un iperedonismo anarchico. Il senso collettivo non può essere rivangato, dev’essere ricreato. Come in ogni angolo d’umanità, la via d’uscita dipende dall’individuo e dalla sua presa di coscienza, quella che gli consenta di evadere dal circolo consumistico del ‘tutto diverso, quindi tutto uguale’ e di sconfessare lo sciocco idolo virile dell’autosufficienza meritocratica. La mancanza è la nostra umanità e non dev’esserci imbarazzo nella dipendenza dall’Altro, pur nella sua imprevedibilità, come assunzione particolare del proprio desiderio – solo l’ignoto oltre il muro può essere anelato (a-mur). Quel che ci resta non è una nostalgia della legge reazionaria, ma della legge del desiderio che nell’assenza riconosce il proprio limite e, proprio nell’attraversata dell’Altro, ritrova il proprio stesso senso. Forse, in questa narrata ‘fine della Storia’ si è davvero toccato il fondo, e, dunque, non si può che risalire; forse, solo quando la notte è più buia che mai, le stelle (sidera) traboccano più prepotentemente che mai dal silenzioso manto dell’oscurità.