La storia delle relazioni tra Regno Unito ed Unione Europea si basa su un’incomprensione di fondo, un’incapacità di comunicare e di capirsi reciprocamente. La Brexit è solo l’ultimo atto di un rapporto da sempre complicato e controverso, in cui si alternano a più riprese intese e ripensamenti, tentennamenti e spaccature. Winston Churchill, il pater patriae che aveva condotto la Gran Bretagna alla vittoria contro Hitler, credeva fermamente in un’Europa federale come strumento per garantire la pace, la sicurezza e la libertà in un continente dilaniato dalla guerra e dai conflitti tra le sue Nazioni. Churchill era convinto che fosse possibile costruire un’unione capace di garantire contemporaneamente la tutela dei diritti e le libertà del mercato. Una visione che condivideva con gli altri Padri fondatori: lo sviluppo dell’Europa politica avrebbe dovuto procedere di pari passo con quello dell’Europa economica. Fu il fallimento del progetto per una Comunità Europea di Difesa (CED), dovuto essenzialmente all’opposizione francese, a indurre un deciso ripensamento rispetto a questo approccio. Jean Monnet si convinse della necessita di un processo graduale, progressivo, per evitare che accelerazioni improvvise conducessero ad ulteriori fratture. L’istituzione della Comunità Economica Europea (CEE), avvenuta con i Trattati di Roma del 1957, andava precisamente in questa direzione. L’integrazione sarebbe proseguita anzitutto sul fronte economico, per evitare di scontarsi immediatamente con le riserve dei governi nazionali, ancora restii verso la prospettiva di una cessione di sovranità sul piano politico.

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Churchill, il pater patriae del Regno Unito, credeva fortemente in un’Europa federale.

In Gran Bretagna nel frattempo prendeva le mosse il dibattito politico sull’adesione al progetto europeo, e si inaugurava una stagione di contrapposizioni che sarebbe proseguita fino ad oggi. Per quanto riguarda gli ultimi anni, è possibile stabilire con una certa approssimazione che i laburisti si collocano tra i sostenitori dell’Europa unita, mentre il Partito Conservatore ha evidenziato una forte spaccatura al proprio interno. In realtà, la storia politica della Gran Bretagna mostra un quadro decisamente più articolato. Con Anthony Eden al governo (1955-57), il Regno Unito si oppose all’ingresso in un sistema integrato europeo, temendo di non poter conservare lo stretto rapporto con gli Stati Uniti. In risposta alla CEE, la Gran Bretagna promosse insieme alla Svezia la nascita di una Associazione europea di libero scambio (EFTA), cui aderirono altri paesi che non facevano parte della CEE: Austria,  Svizzera, Danimarca, Norvegia, Portogallo. Solo pochi anni dopo, il governo del Conservatore Harold Macmillan invertì la rotta e avanzò la richiesta ufficiale di ammissione del Regno Unito nel Mercato Comune. Questa decisione si fondava essenzialmente su due ragioni. Da un lato, la presa d’atto che il Regno Unito non sarebbe mai più stato la potenza mondiale di una volta, il che appariva sempre più evidente, specialmente dopo la crisi di Suez. Dall’altro c’era il forte interesse degli Stati Uniti per la partecipazione dei loro alleati d’oltreoceano alla Comunità economica. I partiti britannici sulla carta erano tutti tendenzialmente contrari a questa prospettiva di integrazione, ma si trovarono ad ogni modo costretti a fare i conti con fattori economici ed esterni che spingevano verso l’integrazione. Nel 1963, però, il negoziato si infranse con il no della Francia di De Gaulle.

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Il Generale Charles de Gaulle, sostenitore dell’Europa delle Patrie, si oppose all’entrata del Regno Unito nella Comunità Europea.

Sul fronte della sinistra, Hugh Gaitskell, leader dei laburisti dal ‘55 al ‘63, abbracciò con il suo partito posizioni anti-comunitarie. L’obiettivo di costruire un mercato libero e comune non sembrava compatibile con i valori del socialismo, al tempo sostenuti dal Labour. Anche il successore Harold Wilson, che fu primo ministro tra la metà degli anni Sessanta  e i primi anni Settanta, era inizialmente avverso all’idea della Gran Bretagna in Europa. Anche lui fu costretto a mutare approccio in conseguenza di una serie di fattori: la crisi della sterlina e i risultati positivi della CEE rendevano necessario riconsiderare la posizione politica espressa dal governo britannico. Né con De Gaulle né col successore Georges Pompidou Wilson riuscì a condurre in porto le trattative. Fu il conservatore Edward Health a guidare il suo Paese nella Comunità economica: era il 1973. Come ha evidenziato Owen Worth, docente all’Università di Limerick, tradizionalmente “il nucleo dell’opposizione al Mercato comune europeo veniva da sinistra”. La situazione cambiò allorché “l’ala thatcheriana del Partito Conservatore (…) prese la testa del movimento euro scettico, in base alla convinzione che l’Unione Europea stesse regolando troppo l’economia dei Paesi membri, abbandonando i principi del libero mercato”. Secondo Worth, al di là del rapporto storicamente complicato tra Regno Unito e processo di integrazione europea, le radici della Brexit si possono individuare in questo cruciale passaggio della politica interna britannica. Worth ritiene che la Brexit sia tanto un contraccolpo antisistema, quanto piuttosto il frutto di una chiara impostazione ideologica di matrice neoliberista. L’impronta dell’impostazione culturale ed economica impressa al Paese negli anni della Thatcher sarebbe stata tale da influenzarne le scelte politiche anche a venticinque anni di distanza. Specularmente agli Stati Uniti, dove il movimento del Tea Party si è scagliato contro le politiche della Federal Reserve (per approfondire si può leggere “End the Fed” di Ron Paul), nel Regno Unito il bersaglio prediletto sono state la politiche economiche dell’Unione.

Così si esprime Owen Worth:

Per i neoliberisti sostenitori del ”Leave” il sogno del libero mercato nato dall’incontro all’inizio degli anni Ottanta tra Hayek e Thatcher è stato intralciato dalle concessioni fatte all’Unione Europea a Maastricht, Amsterdam e Lisbona. Nonostante lo stesso Hayek avesse una visione estremamente ambigua dell’unificazione europea, la lettura offerta dai neoliberisti delle tesi hayekiane è molto chiara. L’Unione Europea e le altre forme di governance regionali sono istituzioni regolative che cercano di contenere le forze del mercato”

Come si concilia tutto questo con la lettura di un voto antisistema e contro l’immigrazione, da più parti avanzata? Lo stesso Worth ammette che, apparentemente, il fortissimo accento posto sulle problematiche legate all’immigrazione sembrerebbe offrire un punto di vista diverso sul fenomeno Brexit. Eppure, prosegue il professore, le due chiavi di letture non sono affatto inconciliabili.

La propensione della destra liberista a fomentare il nazional-populismo non è di certo nuova. Il regime di Pinochet appoggiato sia da Hayek sia da Friedman lo ha usato per reprimere violentemente l’opposizione, mentre Thatcher e Reagan hanno entrambi sfruttato il sentimento nazionalista per puntellare il consenso popolare nei confronti delle loro riforme economiche strutturali”.

Lo Ukip, il partito che è il vero vincitore del referendum sulla Brexit, sintetizzerebbe alla perfezione questa duplice impostazione: posizioni nazionaliste e anti-immigrazione si associano ad una visione marcatamente libertaria e liberista in campo economico.

MAGGIE THE FIRST LADY is a revealing and intimate profile of the personal and political life of Margaret Thatcher an extraordinary woman and one of the countrys strongest political leaders (Thursday 6 March 2003, 9.00 pm to 10.00 pm ITV1). The new four-part documentary series traces her life from her birth above her fathers grocers shop in Grantham in 1925, to the present day. For further information please contact the Carlton Television Picture Desk: JOHN MANTHORPE 020 7347 3624 This photographic image is the copyright of Rex Features who have granted permission for Carlton Television to distribute it to UK national press only Ð but strictly under the following terms: This image can only be reproduced editorially and used to promote, preview or review the television programme mentioned above. This image can be reproduced editorially by the UK national press free of fee, but only until one week after transmission of this programme. After the date of 3rd April, no further use of this image whatsoever can be granted by Carlton Television. Any further use of this image is at the sole discretion of Rex Features who have asserted their moral Rights, so please credit as: Photo By NILS JORGENSEN / REX FEATURES MARGARET THATCHER MAKING A SPEECH CONSERVATIVE PARTY CONFERENCE, BRITAIN - OCT 1982

Margaret Thatcher, incarnazione del liberalismo britannico del secolo scorso, ebbe ad affermare: “Non esiste la società. Esistono gli individui, uomini e donne, e le famiglie”.

In questo scenario la protesta antisistema diviene serva spesso inconsapevole di quelle teorie economiche che sono le principali responsabili della crisi culturale e sociale che stiamo affrontando. Secondo Worth, però, contrariamente a quanto sosteneva Hayek il “revanscismo etno-nazionalista” non si attenua né scompare in virtù degli effetti benefici della crescita economica prossima ventura. Vale piuttosto la prospettiva (molto più cupa e drammatica) di Karl Polanyi, che evidenziava come proprio il liberalismo di mercato avesse condotto il mondo sull’orlo del disastro. Gli anni a cavallo tra le due guerre mondiali sono lì a testimoniarcelo. In questa prospettiva, l’affermazione del neoliberismo rischia di condurre all’ascesa di forze reazionarie difficili da contenere. Nel caso della Brexit, certo ha influito la tradizionale diffidenza della Gran Bretagna dei confronti delle istituzioni europee, così come hanno giocato un ruolo essenziale la forte avversione verso le politiche di austerity e la palese inadeguatezza mostrata dalla governance di Bruxelles nella gestione di fenomeni drammatici come quello migratorio. La disaffezione e la rabbia verso la casa europea non hanno faticato ad affermarsi in un contesto sociale duramente provato dalla crisi economica e da un’intollerabile disuguaglianza. L’Europa sociale di Delors sembra un pallido ricordo, e non si può essere entusiasti di questa Unione europea senza una rotta. Ma con la Brexit si andrà veramente nella direzione di una Gran Bretagna più coesa, solidale e sensibile alle istanze di uguaglianza? Se ha ragione Owen Worth, l’effetto potrebbe essere esattamente opposto. Il voto popolare a favore della Brexit segna la fine di una convivenza sofferta e va letto come la traduzione politica di uno scollamento già da tempo avvenuto nel tessuto sociale. Eppure non possiamo non interrogarci su dove questo voto porterà il Regno Unito, su chi realmente ne trarrà vantaggio.