Da miraggio a contemplabile, da contemplabile a plausibile, da plausibile a probabile: i sondaggi danno in vantaggio gli “out” rispetto agli “in”. Tra due settimane il futuro presenterà il conto ad una Unione Europea che ha praticamente esaurito le frecce convenzionali del proprio arco. Pare non bastino le enormi concessioni strappate da Cameron (impensabili per qualsiasi altro Stato aderente all’Unione) e il suo successivo endorsement alla fazione contraria all’uscita: “sarebbe una bomba atomica”. Alla lettura del 53% toccato dal fronte del SI i mercati sono entrati, prevedibilmente, in paranoia. La Sterlina britannica è soggetta, infatti, ad una forte volatilità sui mercati che prezza il rischio e le conseguenze di un’uscita degli inglesi dall’UE. Definiamolo un presagio se la parola “minaccia” può essere considerata eccessiva. In realtà, a guardar bene, le variazioni del cambio tra Sterlina e Dollaro non sono state poi così allarmanti nell’ultimo mese. La forbice di variazione si colloca tra 1,435 e 1,47 sulla divisa statunitense, denotando una relativa stabilizzazione se si prende in considerazione il deprezzamento portato dall’estate 2015 oppure la rivalutazione tendenziale dal valore minimo dall’inizio dell’anno (quota 1,35 a fine febbraio). Al momento, quindi, non c’è un vero attacco alla Sterlina. Le stime parlano di possibile svalutazione del 20% della Sterlina con conseguenze incalcolabilmente negative per l’economia della Regina: evidentemente la memoria corta ha giocato un brutto scherzo ai catastrofisti dato che la divisa britannica, conseguentemente allo scoppio della crisi del 2008, svalutò di colpo del 30%. Si trattò della semplice risposta di una moneta fluttuante e non vi furono successive perdite in termini di PIL e fiducia. La Bank of England, comunque, nella persona di Andrew Bailey, vice governatore, ha rassicurato media, popolazione e soprattutto banche riguardo all’attuazione di un paracadute in grado di donare quella “elasticità” progettata per alleviare l’impatto sui mercati di una Brexit. Una sorta di “Whatever it takes” all’inglese che si presta maggiormente alla fiducia rispetto a quello del collega italiano di Francoforte. Tutte le strade, insomma, portano a Londra, o meglio, alla sovranità monetaria di Londra: la stessa che le ha permesso di contrattare a denti stretti con l’UE e che le permetterà di fronteggiare con un adeguato margine d’azione l’eventuale shock. Vantaggio non da poco.

Tutti sull’attenti quindi. La situazione è caotica e in dinamica evoluzione. I media, schierati a favore del NO, esaltano tutti i lati negativi di una eventuale vittoria del SI: dall’aumento del rischio di tumori (The Indipendent, 26 aprile) all’ultimo “la cioccolata rischia di diventare più cara” (Financial Times, 7 giugno). L’iperbole è una figura retorica ma si presta anche al mondo materiale in questi casi. La paura è tanta non solo nell’isola della Magna Charta ma anche nel continente, precisamente in Belgio. A Bruxelles i burocrati sono consci delle ripercussioni di una eventuale uscita del Regno Unito. Il rischio, traslato nella sfera economica, tocca anche e soprattutto la sfera politica. Una Brexit, ed è un dato di fatto, sarebbe un colpo duro inflitto al dogma dell’UE irreversibile e solida che già da qualche tempo pare più vegeta che viva. Un po’ come la prof che vorrebbe darti la possibilità di recuperare ma “se lo faccio a te poi lo devo fare anche agli altri”. Una Gran Bretagna fuori dall’UE (e storicamente la sua voglia di indipendenza totale è rimembrabile) equivarrebbe ad uno squarcio e ad un immediato aumento del margine di contrattazione di tutti gli altri stati aderenti: “se lo ha fatto lei posso farlo anche io”. In poche parole Bruxelles non si può permettere una Brexit che, forse, porterà più problemi all’Unione che alla Gran Bretagna stessa. Non a caso la riunione dell’ente privato più presidiato dell’Area 51, il gruppo Bilderberg, vede nella Brexit una delle sue principali tematiche (sicuramente la più urgente). La paura fa novanta, la Brexit-fobia avanza e si diffonde, portando con sé terrorismo mediatico e una voglia di indipendenza che, se non compresa, può portare a spiacevoli situazioni. Certo, affermazioni come “I disertori non saranno accolti a braccia aperte” che vedono come autore il presidente della Commissione Europea Juncker non giovano alla stabilità politica e soprattutto economica di uno Stato che avrebbe deciso di uscire solo dopo aver ricevuto un mandato popolare diretto e specifico. Il “Metodo Juncker”, protocollo ormai consolidato, però non teneva conto di una apparentemente semplice ipotesi: una esplicita richiesta, tramite referendum, dei cittadini di una nazione considerabile sovrana. Non avevano considerato la democrazia vecchia maniera e quella vale ben più di gonfiate, non contestualizzate e goffe previsioni riguardo al “nefasto” destino di una Gran Bretagna indipendente.