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Quello dell’immigrazione è stato uno dei temi più discussi nella campagna referendaria che ha portato al voto per la Brexit. Chi ha sostenuto le ragioni dell’uscita dall’Unione Europea ha in molti casi evidenziato gli aspetti maggiormente critici del diritto dei cittadini dell’UE a viaggiare e lavorare liberamente nel Regno Unito. Il flusso migratorio che da ogni parte di Europa si rivolge verso la terra promessa d’Oltremanica non sembra ulteriormente sostenibile, in Gran Bretagna così come in gran parte d’Europa. La crisi economica. l’aggravarsi delle disuguaglianze e il deterioramento delle politiche sociali dovuto alle politiche di austerità hanno suscitato e continuano ad alimentare forti preoccupazioni tra i cittadini britannici. La pressione sul sistema di welfare e sul mercato del lavoro ha innescato preoccupanti tensioni tra il principio di libera circolazione delle persone e il controllo dei confini nazionali, una prerogativa tradizionalmente riconosciuta allo Stato sovrano.

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Il Premier britannico Theresa May accoglie Donald Tusk, presidente del Consiglio dell’Unione Europea, al 10 di Downing Street. Un mese prima del referendum sulla Brexit, la May, in un incontro con i banchieri di Goldman Sachs, ha dichiarato che sarebbe vantaggioso per il Regno Unito rimanere nel Mercato Unico.

In teoria, visto l’esito del voto, la nuova struttura dei rapporti tra il Regno Unito e l’UE non dovrebbe essere più caratterizzata da una generale libertà di circolazione delle persone. La realtà dei fatti è però ben diversa e molto più articolata. Le dinamiche in questione non sembrano risolvibili senza passare attraverso una lunga fase di negoziati e trattative tra le due controparti. Gran Bretagna e Unione Europea si confronteranno per individuare i presupposti delle loro relazioni future. Nonostante il netto risultato del referendum, infatti, il Regno Unito non viene immediatamente escluso dalla dimensione europea. Il Paese dovrà attraversare un periodo di transizione, funzionale al mantenimento dello status quo fintanto che gli aspetti fondamentali del rinnovato rapporto con l’UE non saranno definiti. Sebbene l’UE non sia soggetta ad alcun obbligo di negoziare con il Regno Unito delle alternative al quadro attuale, è chiaro che la Gran Bretagna tenterà di strappare un accordo il più possibile vantaggioso per la propria economia e per i suoi interessi geopolitici. Riuscirci non sarà affatto semplice. Da un lato, il Regno Unito non intende rinunciare ai vantaggi del Mercato Unico; d’altra parte, si pone il problema di come rafforzare i controlli alle frontiere (uno dei principali obiettivi del fronte pro-Brexit) dal momento che gli interlocutori di Bruxelles si sono già espressi con grande chiarezza sul punto. Per l’Europa, la libertà di circolazione non si tocca. Contrariamente alle aspettative di molti sostenitori della Brexit, non è affatto scontato che l’uscita dall’Unione Europea possa condurre a controlli più stringenti sull’immigrazione nel Regno Unito. Il governo inglese potrebbe decidere di seguire l’esempio della Norvegia, che partecipa al mercato unico pur non facendo parte dell’Unione Europea, nell’ambito della Spazio Economico Europeo. Quella in questione è una delle ipotesi più verosimili cui finora si è fatto riferimento nel dibattito pubblico. Si tratterebbe in ogni caso di un’opzione nient’affatto confacente all’obiettivo di limitare gli ingressi al confine. Le relazioni economiche tra Gran Bretagna e Unione Europea continuerebbero ad essere improntate a quelle stesse regole in vigore per i Paesi Membri dell’Europa unita. Ciò significa che il Regno Unito non potrebbe, nemmeno in questo caso, agire indipendentemente e autonomamente sul fronte dell’immigrazione.

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Calais, il lembo di terra francese più vicino alla Gran Bretagna, che ospitava la “giungla”, il campo migranti smantellato a fine ottobre.

In questo quadro, diventa difficile poter continuare a parlare di Sovranità nella prospettiva tradizionale del diritto internazionale. Una precisazione è doverosa: il rafforzamento dei controlli alle frontiere non è un’eventualità che si possa escludere completamente. Il fatto è che a fronte di una simile presa di posizione da parte delle autorità britanniche, i vertici europei risponderebbero con una stretta nei confronti del Regno Unito per quanto riguarda l’accesso al Mercato Unico. Come a dire che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Delle due, l’una. In questo senso, per il Regno Unito si prospetta una sfida particolarmente complicata. L’esito del voto referendario di giugno, apparentemente così limpido nell’esprimere la volontà del popolo britannico di introdurre un freno all’immigrazione, rischia di imboccare un binario morto e di arenarsi senza portare a nessun risultato di rilievo. Le ragioni e gli interessi di un’economia aperta come quella britannica potrebbero essere molto più forti delle aspirazioni sovraniste dei Brexiters.

Breve ma interessante riflessione del professore Alberto Bagnai sull’immigrazione