“Se usciamo rischi di guerra in Europa”, così ha sentenziato il Primo Ministro inglese David Cameron durante la campagna referendaria sull’uscita o meno della Gran Bretagna dall’Unione. I sondaggi di questi giorni accompagnano i venti euroscettici che si sono innalzati negli ultimi anni. Gli indecisi sono ancora tanti, si stima tra il 18 e il 20% della popolazione britannica, specie fra i giovani, mentre il partito Tory continua a dilaniarsi al suo interno tra chi, come l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, è favorevole allo “splendido isolamento” e chi, come Cameron e di recente anche il presidente Obama, intravede nella dipartita inglese un effetto più ampio di instabilità politica

Cameron ha ragione a lanciare il monito sugli aspetti nefasti, specie per la periferia dell’Europa, di una Brexit. Perché il problema in questione, a differenza per esempio di una Grexit -sempre alle porte- non allarma l’economia. Londra quando ha rinegoziato i suoi accordi si è preoccupata nello specifico dei suoi problemi interni, dai migranti alle attuali regole finanziarie europee, ma al netto di ciò la priorità nel caso inglese é l’aspetto drammaticamente politico. E questa dovrebbe essere la voce di paesi come Italia e Francia.

Mentre la Grecia è dentro al club della moneta unica e le sue condizioni economiche, rinegoziate  più volte e in malo modo fin dal 2010, aprono giustamente  ad un dibattito sull’opportunità o meno di una valuta comune per paesi completamente differenziati per struttura produttiva, per sistema fiscale e per mercato del lavoro, nel caso inglese la prospettiva dovrebbe essere ribaltata. La Brexit non porterà ad un immediato collasso dell’Unione e specialmente dell’Eurozona: darà certamente un segnale ad un progetto europeo che ha sovrastimato gli impatti economici dell’Unione e ha sottostimato l’identità culturale e politica dei singoli paesi. A differenza delle considerazioni di qualche sconsiderato editorialista, la possibilità che Londra abbandoni l’Unione Europea, implica, almeno nel breve periodo, un rafforzamento delle politiche dell’altro contendente della regione: la Germania

Ecco perché al di là della battaglia all’interno dei Tory o della questione migranti o della fuoriuscita di alcuni istituti finanziari dalla City, piuttosto che l’opportunità di essere alla testa dei paesi sull’accettazione o meno del TTIP (trattato di libero scambio tra Europa e Usa), l’aspetto centrale ed essenziale  della questione è la tenuta o meno di un equilibrio politico che può essere raggiunto solo con una Gran Bretagna dentro al concerto regionale dei principali partners europei. Con un Regno Unito meno cosmopolitico e più europeo. L’anglosfera, come più volte è stata chiamata quella matrice europea che rimanda agli Stati Uniti e alla solidarietà atlantica, è  un legame che può non piacere. Così come agli inglesi (e a molti popoli europei) non piace l’attuale progetto dell’Europa, con le sue regole, il suo burocratese, le sue faglie assicurative e di comune solidarietà. Ma spezzare quel legame implicherebbe la definitiva “germanizzazione” stanti le attuali condizioni, del continente. Un aspetto molto grave per quei popoli che negli anni appena trascorsi si sono visti gestire direttamente da Berlino i loro conti pubblici a botte di austerity. Quegli stessi popoli che sanno, che hanno già sperimentato le tinte fosche di un tale atteggiamento da parte inglese. La fine di un equilibrio, la nostalgia per un passato che ha visto dallo splendido isolamento inglese, consumarsi sul proprio suolo due guerre civili prima ancora che mondiali.

Per questo, indipendentemente da ciò che oggi si possa pensare delle singole istituzioni europee  e dell’Euro, ribadiamo come ha fatto il Primo Ministro inglese che anche la sterlina è una moneta europea. E che i figli e i nipoti di Churchill sono terreno indispensabile per la pace e la prosperità del continente.