Per antitesi ad inflazione, la deflazione è quel fenomeno per cui il livello generale dei prezzi scende, cosa che dovrebbe destare buonumori dei consumatori, eppure rappresenta l’attuale spauracchio dell’intera Eurolandia.  La diminuzione dei prezzi innesca un’aspettativa di ulteriore ribasso,  con la conseguente decisione di rimandare l’acquisto dei beni da parte delle famiglie e di investimenti da parte delle imprese. L’offerta si contrae e viene ulteriormente aggravata dal timore di invendibilità della merce (sappiamo che nell’economia le aspettative valgono più dei fatti), con un effetto negativo sul livello di occupazione e dei salari.

Di fronte a questa spirale negativa delle economie europee, ormai incapaci di crescere e più vicine a una recessione che a una ripresa, qual è la risposta della BCE? Un aumento della massa monetaria circolante, al fine di mantenere la stabilità dei prezzi e un livello di inflazione ottimale stimato intorno all’1,5-2%, obiettivo prioritario affinché la disoccupazione raggiunga quel livello considerato “naturale” e quindi accettabile in un’economia aperta. Proprio in questi giorni è giunta da Bruxelles la conferma del rafforzamento del Quantitative Easing (QE), con forti iniezioni di liquidità attraverso l’acquisto di titoli di Stato fino a marzo 2017 (almeno) e di un ulteriore riduzione dei tassi di deposito (da -0,20% a -0,30%). Secondo le previsioni, continuamente riviste al ribasso, il perdurare di tali strumenti porterà al raggiungimento graduale del livello di inflazione ottimale in un arco temporale di circa un paio d’anni (lo 0,1% nel 2015, 1% nel 2016, 1,6% nel 2017). Tuttavia le stime sulla crescita economica sembrano stabili e bloccate a tassi di aumenti percentuali del Pil di pochi decimali, mentre la disoccupazione non sembra mostrare reali segnali di ripresa.

Il QE e gli altri strumenti messi in campo dalla BCE per aumentare la basa monetaria in circolazione non hanno prodotto l’auspicata ripresa degli investimenti, nonostante tassi di interesse pressoché nulli o addirittura negativi. Il mancato aumento del reddito ha impedito una ripresa dei consumi e dell’occupazione. Il protrarsi e l’annunciato proseguimento di tali politiche monetarie ha generato un effetto di prevedibilità da parte degli investitori, che orientano le loro scelte in base ad aspettative razionali. La cosiddetta “curva IS, che in macroeconomia identifica le combinazioni di equilibrio del reddito e del tasso di interesse, si è irrigidita, per cui un aumento della quantità di moneta non determina apprezzabili incrementi di investimenti, sebbene il tasso di interesse scenda. Accertata l’inefficacia dell’espansione monetaria, diviene fondamentale intervenire sul fronte della politica fiscale per ottenere effetti sulla domanda aggregata e sul reddito. L’Europa dovrebbe mettere in atto una politica fiscale espansiva, che privilegi la riduzione del prelievo fiscale rispetto a un aumento della spesa pubblica o dei trasferimenti. Con l’attuale tasso di interesse ai minimi storici, l’aumento del reddito disponibile di famiglie e imprese indotto da un alleggerimento dell’imposizione fiscale  ricadrebbe interamente sulla ripresa dei consumi e degli investimenti. Per attuarla sarebbe necessaria una politica economica condivisa, avulsa dall’ossessione per il capitale bancario e il mercato monetario, più attenta all’economia reale, rivolta alla produzione e alla distribuzione dei beni e dei servizi e al mercato del lavoro.