Tempi duri per i policy maker, intraducibile fonema inglese che designa gli agenti in grado di determinare orientamenti e strategie in ambito politico-economico. Tempi duri soprattutto per le Banche Centrali che, da Washington a Pechino, da Francoforte a Tokyo, navigano a vista. La politica monetaria è una questione da sempre sfuggente, complessa, affetta da variabili che tendono inevitabilmente a moltiplicarsi con l’incremento dell’integrazione economica a livello internazionale, soprattutto se ad integrarsi sono i mercati finanziari con i loro rapidissimi e imponderabili flussi di capitale. La teoria di base, di per sé, è agevolmente riassumibile. Le Banche Centrali si propongono generalmente di garantire la stabilità dei prezzi e, più o meno esplicitamente, del sistema economico in toto influenzando i tassi di interesse overnight, ovvero i tassi a cui le banche commerciali si finanziano reciprocamente per assolvere ai loro bisogni di liquidità. Se ne evince che quando i tassi sono bassi le banche, rifinanziandosi più facilmente, tenderanno a concedere più credito a famiglie e imprese mentre quando i tassi sono alti si assisterà, invece, ad una stretta creditizia.

Logica vuole che, in tempi di recessione, le Banca Centrale propenda per un abbassamento dei tassi, in modo da stimolare il credito e dunque la ripresa economica, per poi rialzarli in tempi di prosperità onde evitare derive inflazionistiche. Questa la teoria, ma la realtà, spesso, è altra cosa. E la realtà attuale è che sebbene le maggiori Banche Centrali (Fed, BCE, Bank of Japan, Bank of England) abbiano mantenuto negli ultimi anni una politica di tassi ineditamente bassi, prossimi allo zero, l’inflazione rimane anch’essa pigramente tendente allo zero. Realtà sorprendente se si considera anche che le medesime Banche Centrali, da ultima la BCE, abbiano introdotto ulteriori misure espansive non convenzionali (il famoso quantitative easing), comprando direttamente titoli finanziari sul mercato al fine di iniettare massicce dosi di liquidità nel sistema. Il perché le economie “avanzate” continuino a volteggiare pericolosamente sull’orlo della deflazione non è chiaro. C’è chi sostiene che sia colpa della deflazione importata dalla Cina, che per anni ha prodotto e venduto a prezzi inferiori grazie ad uno yuan tenuto artificialmente debole e ad un costo del lavoro decisamente più basso. Altri invece additano il crollo del prezzo del petrolio che, tuttavia, non sembra pesare più di troppo sulle tendenze deflattive [1]. Quel che è certo, invece, è che se l’inflazione non ha (finora) fatto la sua comparsa nell’economia reale, si è più che manifestata sui mercati borsistici. Il Dow Jones, ad esempio, è cresciuto ad un tasso annualizzato superiore al 10% dal novembre 2009 ad oggi. Cifre più contenute ma pur sempre al rialzo anche per le borse europee e per gli indici giapponesi.

Che una nuova bolla finanziaria possa sorgere all’orizzonte, in particolare negli USA, non è un’eventualità remota. La Fed, la Banca Centrale americana, ne è consapevole e per questo preme per un rialzo dei tassi dopo quasi dieci anni di politiche accomodanti (l’ultimo rialzo risale al 2006). A frenare la tanto attesa decisione rimangono l’inflazione pressoché nulla e le considerazioni relative all’impatto che il rialzo dei tassi avrebbe sulle economie emergenti, il cui debito privato è semplicemente esploso (ad oggi 18 trilioni di dollari) negli ultimi anni grazie ai tassi contenuti. Eppure gli effetti distortivi di politiche monetarie ultraespansive e prolungate nel tempo sono palesi. Basti pensare a come il Tesoro italiano, la scorsa settimana, sia riuscito ad allocare sul mercato 6 miliardi di BoT semestrali ad un inedito tasso negativo (-0.055%). È la prima volta che l’Italia riesce a guadagnare sul rifinanziamento del proprio debito a breve termine. Incredibile se si pensa che solo quattro anni fa, all’apice della crisi del debito sovrano, il medesimo tasso era schizzato oltre l’8%. Ancor più surreale se si considera che l’economia nostrana vanta un rapporto debito/PIL tra i più alti al mondo (oltre il 130%). Una situazione da “Alice nel Paese delle Meraviglie” come riporta il Financial Times, oltre che un’ulteriore riprova che la problematicità del debito pubblico è una funzione delle attese e delle voglie dei mercati finanziari. Insomma, snocciolare previsioni su come possa evolversi la situazione si riduce ad un esercizio altamente speculativo. Non è esagerato affermare che al momento nessuno, banchieri centrali in primis, sembra sapersi orientare granché. Quindi, se di quanto sopra non ci avete capito molto, rasserenatevi: siete in buona (o cattiva, dipende dai punti di vista) compagnia.

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-10-09/e-ancora-qe-medicina-giusta-l-economia-malata-160122.shtml?uuid=ACy3ULDB