Il provvedimento della Commissione Europea contro Apple con l’obbligo per Dublino di recuperare 13 miliardi dall’azienda americana ha destato più di qualche scalpore. Molti hanno esultato perché vedono nella figura del Commissario Europeo alla concorrenza, Margrethe Vestager, un’Europa che finalmente alza la propria voce contro le multinazionali che delocalizzano le proprie attività in stati con regimi fiscali a loro più favorevoli, aprendo non raramente a problemi di iniquità fiscale. La motivazione con la quale Bruxelles si è intestata questa decisione sarebbe determinata dai cosiddetti tax rulings che sono in violazione delle regole sulla libera concorrenza. Il tutto però non è sfociato, come accaduto in precedenti vicende, in un quantitativo sanzionatorio risibile (cioè di qualche miliardo) ma in una multa ben più salata.

Ciò che desta maggiore clamore è però il conflitto istituzionale che a sua volta porta ad un’invadenza e ad una lesione del diritto degli stati alla concorrenza fiscale. In altre parole non è colpa dell’Irlanda se applica un’ aliquota del 12,5% per le imposte sul reddito d’impresa. Siccome l’Unione Europea non è una federazione, ma una confederazione fra stati membri “di pari dignità”, far decidere, con quel razionalismo di radice illuminista così tipico della tradizione continentale, un’autorità indipendente come la Commissione Europea, la quale non ha la stessa legittimità sulle politiche e la legislazione fiscale di uno stato sovrano, apre un grosso problema tra il centralismo di Bruxelles e le scelte politiche dei vari paesi europei. Spogliare e privare la politica fiscale di uno stato, perché è questo il cuore del problema, in un contesto non federale (dove invece sarebbe più che legittimo per Bruxelles sanzionare determinati meccanismi distorsivi della concorrenza) è indicativo di quanto sia caduta in basso questa Unione Europea, un’organizzazione internazionale che anziché mettere nelle condizioni gli altri stati di armonizzare al ribasso le loro aliquote, per poter essere competitivi con l’Irlanda e attrarre in questo modo investimenti esteri, si mette invece a sindacare sulle politiche fiscali di uno stato che mira ad attrarre capitali dal resto del mondo. Basta rileggersi un po’ di storia della rivoluzione americana, autenticamente liberale e non statalista come quella giacobina o bolscevica, per comprendere che la possibilità di tassare da parte dello Stato è una scelta resa legittima proprio dal fatto che vi è una rappresentanza politica e democratica.

La decisione comunitaria va nella direzione opposta perché lede il potere fiscale, e la Commissione non ha competenza, stante la situazione attuale, in materia tributaria. Inoltre, un’istituzione che entra a gamba tesa sulle decisioni di uno stato sovrano non sta semplicemente pretendendo di armonizzare, ma di uniformare in toto la concorrenza. Come se tutti gli stati dovessero avere la stessa politica fiscale perché decisa dal centralismo di un Politburo che parla burocratese. Il tutto tra l’altro agendo retroattivamente (esattamente come nel caso della direttiva recepita e ulteriormente incasinata dall’Italia sul bail-in), ovvero stimando versamenti d’imposta difformi dal regime fiscale che l’Irlanda si era data fra il 2003 e il 2014, perché -dice la Commissione- la strategia fiscale irlandese rappresenta un aiuto di stato, ovvero una di quelle pratiche  che prevedono secondo il Trattato UE il trasferimento di risorse pubbliche, vantaggi economici selettivi e interventi pubblici diretti ad eccezione delle deroghe, cioè dei salvataggi che sono considerati, discrezionalmente, aiuti di stato “leciti”. L’aliquota pagata da Apple evidentemente in questi 10 anni è stata molto bassa e non poteva probabilmente essere giustificata dall’Irlanda, non essendo un paese in via di sviluppo. Ma questi sono argomenti risibili, di contorno Il problema, che induce a rispolverare questa sconosciuta “sovranità nazionale”, porta a chiedersi come mai un’istituzione quale la Commissione possa dettare, in un contesto avulso di federalismo, un potere così coercitivo su ordinamenti fiscali nei quali  gli ultimi a dover parlare sono rispettivamente  i parlamenti nazionali e in caso, ex post, le corti di giustizia.